Yadé Kara
Salam Berlino

“Al contrario di Leyla, non dovevo sudare sette camicie per parlare, pensare, leggere in turco. Conoscevo Istanbul e sapevo come andavano le cose laggiù. Con me non attaccava. No davvero. Leyla non era mai stata a Istanbul d’inverno. Smog, smog e nient’altro che smog. Ci sarebbe morta soffocata.“

9 novembre 1989, una data storica: cade il muro di Berlino provocando un terremoto le cui conseguenze si riverbereranno negli anni. Per ora, quello che è più evidente per Hasam Kazan, il protagonista del romanzo Salam Berlino della scrittrice tedesca di origine turca Yadé Kara, è che i tedeschi dell’est stanno sciamando in Berlino Ovest e che la riunificazione delle due Germanie ha stranamente squilibrato la vita tranquilla della sua famiglia. Un equilibrio precario, a dire il vero, in un pendolarismo tra Istanbul e Berlino: suo padre, comunista marxista, ha un’agenzia di viaggio a Berlino, ma aveva voluto che i figli studiassero nella scuola tedesca di Istanbul, per sottrarli alle influenze nocive dell’ambiente giovanile tedesco. E così la madre, Hasam e suo fratello passavano la maggior parte dell’anno a Istanbul, bilingui perfetti, disprezzati come “kanaki” a Berlino dove non possono passare inosservati, con la pelle scura e i capelli neri, ed etichettati come “almanci” in Turchia. È il diciottenne Hasam che racconta in prima persona osservazioni e schegge di vita di quel primo tempo dopo la caduta del muro: una voce divertita e divertente, ironica e irriverente, che guarda con lieve tristezza lo smantellamento del muro che è dietro alla loro casa, storico per il significato che ha avuto nella Storia del dopoguerra e anche a livello della sua storia personale perché Hasam ha contribuito a quell’opera d’arte che sono i graffiti che lo decorano. E poi avanza strisciando una preoccupazione allarmante perché si moltiplicano gli episodi di intolleranza e di discriminazione: Hasam fa fatica a trovare una stanza in affitto, anche se è abbastanza furbo da presentarsi come Katz al telefono- nessuno potrebbe capire dal suo accento che è turco, e poi lui è nato a Berlino, è berlinese-, nella metropolitana qualcuno ha dato fuoco ai capelli di sua cugina Leyla- che peraltro ha una mamma tedesca-, il suo amico Kazim viene selvaggiamente picchiato, degli anziani in un bar insultano turchi ed ebrei, tutti della stessa risma. Come dice la mamma di Hasam, “i lupi dello stesso branco non si mordono tra loro, ma ammazzano i lupi degli altri branchi”. Ma c’è dell’altro, adesso che ci si può muovere liberamente tra le due Berlino, e l’occhio vivace di Hasam osserva le differenze somatiche, di comportamento, di colori, tra Wessi e Ossi, e come Berlino est sembri un filmato in bianco e nero di epoca post-bellica. Suo padre ha una donna a Berlino est, l’ha avuta per tutti quegli anni, lui che con il passaporto turco poteva andare avanti e indietro dicendo che era per lavoro. E ha anche un figlio. Ecco perché si è sentito male quando ha sentito la notizia della caduta del muro. E così cade anche l’armonia famigliare, e la voce di Hasam che risuonava spavalda diventa più sottile e sconcertata davanti a tutte queste novità a cui si deve abituare. Come si deve abituare alla nuova Berlino nevrotica e aggressiva che gli comunica un presagio di paura. Finisce con una nota positiva il romanzo sull’ Europa multiculturale di Yadé Kara: la nuova Germania è giovane, Hasam è giovane, chi dice che si debba fermare a Berlino? Da Istanbul a Berlino, e poi? “hey, let’s go!”

Salam Berlino di Yadé Kara
Titolo originale: Selam Berlin
Traduzione di Marina Pugliano
327 pag., Euro 15,50 – Edizioni E/O (Dal mondo)
ISBN: 88-7641-646-3

Le prime righe

Capitolo primo

Mi chiamo Hasan Kazan. A Berlino, qualcuno mi chiama "Hansi", anche se i miei genitori mi hanno dato il bel nome di Hasan Selim Khan. Già, i miei...
Lasciarono Istanbul anni fa ed emigrarono a Berlino ovest, nel quartiere di Kreuzberg. Lì sono nato io.
I miei credevano nell'occidente. Per loro significava progresso, tecnologia e lavoro. Ma quando io e mio fratello crescemmo ed entrammo in contatto con i valori occidentali, la morale e l'educazione fecero dietro front. Avevano paura che a Berlino fumassimo gli "spinelli" e diventassimo «hippy" o "gay". Per questo motivo ci mandarono alla scuola tedesca di Istanbul. Avevo tredici anni.
Babà, mio padre, rimase a Berlino. Aveva un'agenzia di viaggi. E tutti gli anni facevamo la spola, su e giù fra Istanbul-Berlino-Istanbul, avanti e indietro.
A quel tempo, i miei non potevano immaginare che anni dopo la gente ci avrebbe chiamati qui kanaki e là almanci. Kanaki all'andata, almanci al ritorno. Non me ne fregava un accidenti,
Io ero com'ero. Ero uno di Kreuzberg che si gettava a capofitto nella vita, pieno di curiosità e una gran voglia di darci dentro.
Tutto cominciò un giovedì sera, nel novembre '89.
E da quel giorno in poi niente fu più come prima.

Istanbul: baba era venuto a trovarci. In soggiorno bolliva il samovar. I miei erano seduti davanti alla televisione e io mi stiracchiavo sdraiato sul divano angolare. Pensavo all’ultima notte con Britta.

© 2005 Edizioni e/o


L’autrice

Yadé Kara è nata ne 1965 in Turchia. Ha lavorato come attrice, insegnante e giornalista. Vive a Berlino. Salam Berlino è il suo primo romanzo. È stato finalista per il prestigioso Duetscher Bücherpreis e ha vinto l’Adalbert-von-Chamisso Förderpreis.


Di Marilia Piccone


1 luglio 2005