La biografia


Patrick McGrath
La città fantasma

“Non mi sentivo più coraggioso: ero confuso e spaventato da quell’uomo con feroci occhi azzurri che gridava! Riuscivo solo a pensare che, se gli avessi detto una bugia, mi avrebbe chiuso in uno stanzino buio e puzzolente senza la mamma!”

Tre storie che si collocano rispettivamente nel 1832, nel 1859 e nel 2001, tre vicende che testimoniano l’abilità dello scrittore inglese, acuto analista delle turbe delle coscienze umane, dei giochi dell’inconscio e del devastante potere degli uomini su altri uomini, sia che ne cerchino la salvezza che la perdizione.
I racconti sono tutti ambientati a New York; nel primo e nel terzo ci si trova in una città spettrale e dominata dal senso di morte, nel 1832 a causa della peste che ha decimato la città e che ne ha devastato anche l’anima; nel 2001 nel periodo immediatamente successivo all’attentato alle Torri Gemelle quando la polvere che copriva angosciosamente gran parte della città nascondeva ancora i tanti morti insepolti e bruciava in gola e quando la paura era la nota dominante, palpabile, una sensazione fisica oltre che psicologica di precarietà e rischio costanti.
Nel racconto centrale siamo nel cuore di Manhattan, e sono le abitazioni, gli interni, a fare da sfondo alla vicenda. Il figlio, senza grandi capacità imprenditoriali, di una ricca e potente famiglia viene indirizzato all’arte, comodo rifugio per chi benestante, non ha doti di tipo pratico. Si innamora di una modella nei cui confronti però il severo padre e il cognato arrivista sferrano, senza che il ragazzo lo sappia, un piano di allontanamento. L’abbandono dal parte della modella porta alla follia il giovane amante che… La vicenda è narrata dalla nipote del pittore, ambiguo maestro del giovane rampollo.
La morte insegue ormai da vicino il protagonista della prima storia, fin dall’infanzia lo aveva accompagnato, così come l’odiosa angoscia di essere l’inconsapevole responsabile della morte della madre.
Ma è solo nel terzo, quello che racconta eventi che ben conosciamo, che McGrath riesce a coinvolgere pienamente il lettore nella crescente ansia della precarietà, del rivolgimento dei valori e delle situazioni in cui gli uomini, quasi in una novella Sodoma, provocano con i loro comportamenti la tragedia collettiva, incapace di purificare però questa città malata.

La città fantasma di Patrick McGrath
Titolo originale: Ghost Town. Tales of Manhattan Then and Now
Traduzione di Alberto Cristofori
197 pag., Euro 14,50 – Edizioni Bompiani (Narratori stranieri Bompiani)
ISBN: 88-452-3425-8

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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Sono stato in città a cercare un falegname: un'esperienza inquietante, perché New York è diventata un posto non tanto di morte, quanto di terrore della morte. Numerose case risultano abbandonate, e da quelle popolate promanano i cattivi odori di sostanze utilizzate per proteggere i vivi che ancora vi abitano. Le vie sono silenziose, tranne che per i flebili lamenti di coloro che hanno appena perso qualcuno e per il rumore delle ruote dei malinconici carri funebri che trasportano il loro carico a Potter's Field. In una piazza ne ho visti cinque, posteggiati davanti ad altrettante porte. Qua e là capita di vedere uno dei pochi dottori coraggiosi che restano ad assistere gli ammalati. Si spostano rapidi di casa in casa, con la valigetta nera in una mano e un fazzoletto imbevuto di canfora nell'altra, che si premono sul naso per tener lontano il contagio. I moli sono silenziosi. Nessuna nave oltrepassa lo stretto all'ingresso della baia, adesso: anzi, ho sentito qualcuno affermare che New York è ormai finita come porto, poiché risulta estremamente vulnerabile dalle malattie, essendo una sorta di crocevia del mondo. Vedo uno schifo che si stacca dall'estremità del molo, una vela che si alza: a bordo della scialuppa ci sono tre bambini, due donne, qualche cassa. Si dirigono verso Long Island nella speranza di sfuggire al contagio fra quei campi verdeggianti. Una vana illusione! Dovunque vada l'uomo, la pestilenza lo segue! Perché fuggire? È molto meglio restare al proprio posto e prepararsi alla fine. Questa è la mia linea di condotta. Oggi è il 4 luglio del 1832, sono cinquantacinque anni che è morta mia madre, e non dubito che la seguirò entro la fine della settimana.

Ho passato tutta la mia vita a New York. Ero troppo giovane per comprendere appieno gli eventi che precedettero la Guerra d'Indipendenza, ma rammento ancora un tempo più innocente, allorché Manhattan era un luogo di fattorie e frutteti tranquilli, e si diceva che i viaggiatori sentissero il profumo dell'isola quando la loro nave oltrepassava lo stretto all'imbocco della baia - i nostri fiori selvatici, gli alberi da frutto.
All'estremità meridionale, sorgeva la città: un ordinato insieme di edifici con tetti di tegole variamente colorate, lungo strade scure, selciate e alberate. Tozze navi mercantili provenienti da tutto il mondo attraccavano ai moli; i mercanti arricchivano, e con loro gli addetti alle molte attività collegate. Mio padre era un ebanista, che aveva avuto sempre lavoro negli anni di prosperità, ma si trovò in difficoltà quando il porto venne chiuso. Poco dopo, si arruolò nell'esercito di Washington e andò a nord, per unirsi alle truppe che assediavano i britannici nella Boston occupata.
La nostra casa si trovava nella zona occidentale della città, su Lambert Street, dietro la vecchia Trinity Church - anzi, per me, era proprio all'ombra della Trinity, giacché da ragazzo amavo passeggiare in solitudine fra le lapidi inclinate che in alcuni punti invadevano il nostro giardino posteriore, dove mia madre coltivava le verdure e allevava le galline. Amavo quella casa. Mio padre l'aveva costruita con le proprie mani, e benché adesso sappia che si trattava di una residenza modesta, al ragazzino di allora sembrava una villa. A nord c'erano paludi e vasti campi, con bassi promontori che sembravano sospesi sul fiume e, nelle spiaggette sottostanti, barche per la pesca delle ostriche tirate in secca. Il bestiame pascolava nei prati sopra Warren Street e, d'estate, l'erba cresceva alta fino alla cintola. A sud c'era il porto, e spesso io attraversavo l'isola con mia madre per andare a vedere le grandi navi che attraccavano ai moli dell'East River.
Fin da bambino, la mamma mi aveva insegnato a considerare i britannici come astuti tiranni, il cui unico scopo era quello di umiliare e opprimere il popolo americano. Adesso nei momenti di sentimentalismo notturno, magari, sul fondo di una mescita di South Street, in preda ai fumi dell'alcol, posso ancora pensare alla Rivoluzione come a una lotta in cui la ragione ha trionfato perché il nostro destino lo esigeva: il nostro destino, sì. Ma nella fredda luce dell'alba, quando torno in me, e le illusioni della mente svaniscono come la foschia sul porto, io ricordo una storia ben diversa, e assai più cupa. Perché la Guerra d'Indipendenza fu un periodo caratterizzato dagli orrori, e io rammento quei giorni non con orgoglio, bensì con un persistente senso di vergogna.

© 2005 Edizioni Bompiani

biografia dell'autore
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Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra NewYork e Londra. È l’autore di Follia, uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni, di Il morbo di Haggard, Grottesco, Martha Peake, Spider, da cui è stato tratto l’omonimo film di Cronenberg, della raccolta di racconti Acqua e sangue e del romanzo Port Mungo.




24 giugno 2005