Sayed Kashua
E fu mattina

“Sento ancora le ferite provocate dalle sassate, durante l’attacco pomeridiano, vedo le facce dei vicini, i bambini e la folla davanti a casa e il ricordo mi tormenta. Ho un bisogno irrefrenabile di vendetta, uno strano bisogno di rispetto, di quel rispetto che è svanito in un momento.”

Si sentiva un estraneo in Israele, l’arabo israeliano con la carta d’identità blu, protagonista narrante e figura dello scrittore stesso in Arabi danzanti, il primo romanzo di Sayed Kashua. Tanto da decidere di tornare nel villaggio arabo dove vive la sua famiglia, abbandonando Tel Aviv: è da qui che inizia il nuovo romanzo di Kashua, E fu mattina. Perché la vita è carissima a Tel Aviv, gli arabi sono guardati sempre più con sospetto, persino lui che ha studiato in una scuola ebraica e parla l’ebraico perfettamente, in più non riceve più uno stipendio fisso dal giornale per cui lavora, altri redigono gli articoli che una volta gli venivano affidati e si accorge di venire emarginato, lentamente e inesorabilmente. Soltanto i suoi genitori e i suoi suoceri si rallegrano per il loro ritorno e si avverte un disagio crescente nel protagonista, un’incapacità di comunicare con la moglie per cui prova persino un fastidio epidermico, la frustrazione per il dover uscire di casa ogni mattina fingendo di andare a lavorare al giornale a Tel Aviv, la fatica di reinserirsi in una società che è la sua, ma in cui non si riconosce e per cui prova disprezzo. E poi, una mattina, le macchine che si accingono ad uscire dal villaggio vengono fermate non dal solito posto di blocco ma da carri armati, con soldati che imbracciano i mitra. Con un tono di freddo distacco Kashua descrive tutte le fasi di una situazione che diventa a poco a poco sempre più drammatica ed esplosiva- dapprima la rabbia per la perdita di una giornata di lavoro, le domande che passano di bocca in bocca, la ridda di ipotesi, la certezza che debba trattarsi di un errore e che presto tutto sarà chiarito. La radio tace, nessuno dà spiegazioni, la linea del telefono è morta, i cellulari non prendono. Kashua si consola pensando che forse potrà uscirne un bel pezzo, un articolo in esclusiva, approfitta dei terminali che non funzionano – così nessuno si accorge che il suo conto è in rosso - per prelevare soldi in banca. Poi viene tolta la corrente elettrica, si inizia a pensare che l’assedio possa durare più a lungo, la gente svuota i negozi per fare scorta di cibo. Alla cieca, il sindaco cerca di trattare - forse gli israeliani vogliono i lavoratori clandestini, allora è meglio consegnarli, come un sacrificio, un’offerta propiziatoria. No, non è quello che vogliono, i soldati aprono il fuoco su quegli straccioni miserandi. Manca l’acqua, homo hominis lupus, qualcuno ruba l’acqua dalle cisterne dei Kashua, gentaglia inferocita si appropria dei viveri di cui hanno fatto incetta, e intanto le fogne traboccano. Spari nella notte- e poi “fu mattino”, come l’alba del mondo nella Bibbia. I carri armati si allontanano, ritorna la luce nelle case, la televisione annuncia l’accordo, i coloni si ritireranno dagli insediamenti. L’amarezza dello scrittore è ancora maggiore in questo secondo romanzo- senza nessuna accusa diretta e forse per questo tanto più efficace, i fatti rappresentati ci consegnano un’immagine degli israeliani nella veste di oppressori, in un comportamento non dissimile da quello di cui gli ebrei erano stati vittime ad opera dei nazisti nella seconda guerra mondiale.

E fu mattina di Sayed Kashua
Titolo originale: Wa-Yehi Boqer
Traduzione di Elena Loewenthal,
pag. 218, Euro 14,50 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-806-2

Le prime righe

1

Mia madre spinge la porta che fa un cigolio tremendo. Nella stanza dei bambini c'è un odore pesante, è come stare in una di quelle botteghe di libri usati dove non entra mai nessuno. Lei si precipita ad aprire la finestra, passa lo straccio che ha in mano sulla scrivania, levando un po' di polvere, e poi dice: « Lo vedi? Non è cambiato proprio nulla». E io la guardo: è così cambiata lei, così stanca e vecchia. Mi fissa con il suo solito sguardo, quello che da sempre promette: andrà tutto bene. « Fra un momento è pronto in tavola » dice.
« Non ho fame, mamma. »
« Scommetto che non mangi nulla da stamane. Peccato, comunque mangerai prima che si raffreddi. C'è tempo, riposati un poco, ti chiamo dopo. Ho fatto anche la passata di piselli. »
Mia madre è abbastanza sensibile da chiudere la porta uscendo. Faccio scorrere lo sguardo sulla stanza che ho abbandonato dieci anni fa e dove nulla è cambiato, solo che non ci abita più nessuno. Tre letti da bambino riposano vuoti, separati da distanze regolari. Fui il primo dei tre fratelli a lasciare questa camera, sono anche il primo a tornare. Nulla è cambiato, a parte forse l'odore che non riesco ancora a ignorare, e adesso ho capito che è l'odore dell'abbandono.
Poso a terra la valigia nera che mi accompagna dai tempi dell'università e mi distendo sul letto di mezzo, quello che è sempre stato il mio. Il contatto con il giaciglio rende più intensa la sensazione che questa stanza sia rimasta vuota per molti anni. Il materasso rilascia umidità e l'odore che monta dalle lenzuola e dal cuscino rivela che mia mamma ha cambiato la biancheria per l'ultima volta il giorno in cui ce ne siamo andati. Fisso l'alto soffitto e, nel punto che si trova proprio davanti ai miei occhi, compaiono cerchi verdi e neri di muffa.

© 2005 Guanda Edizioni


L’autore

Sayed Kashua è nato nel 1975 e vive a Beit Tzafafa, un villaggio palestinese a sud di Gerusalemme. Prima di E fu mattina è stato pubblicato Arabi danzanti.


Di Marilia Piccone


24 giugno 2005