La biografia


Elisabetta Rasy
La scienza degli addii

Piuttosto che guardare in basso, verso la mattanza che imbrattava le strade della città in cui era cresciuta, o ammassarsi con folle ignote alla stazione, con Osip avrebbe voluto librarsi in volo fuori dalla finestra, sui tetti di Kiev, e poi più lontano, in alto tra le nuvole mattutine.

Ci sono delle coppie che sono circondate da un alone magico, quasi di mito o leggenda. Perché hanno avuto una vita tragica, perché, nonostante i tempi disperati in cui hanno vissuto, sono stati uniti da un amore che ha retto avversità e gelosie e lontananze, perché hanno espresso quell’amore con parole di cui ognuno di noi si appropria, incapace di trovarne delle migliori. Osip Mandel’stam e Nadja Chazina, i protagonisti del libro La scienza degli addii di Elisabetta Rasy, sono una di queste coppie immortali.
Si erano conosciuti a Kiev nel 1919, in un ritrovo di artisti e letterati. Lei non ha ancora vent’anni, lui ne ha nove di più. Sono entrambi ebrei, hanno alcuni tratti fisionomici in comune- la fronte altissima, gli occhi scuri e liquidi, quelli di lui un poco infossati sotto sopracciglia folte in un volto affilato. La prima volta che Osip si allontana da Kiev, Nadja, Nadezda, Nad’ka, Naden’ka, Nadik, Nadjusik, con i mille nomi dell’amore con cui lui la chiama, non lo segue. Lui tornerà, si sposano e, tranne che per alcuni brevi periodi, non si separeranno mai più. Perché lui non può scrivere senza di lei, non può pensare se lei non è lì, lei deve restare sveglia se lui è sveglio, è lei che scrive i suoi versi e poi li raccoglie in una valigetta gialla e li manda a memoria, perché possano essere riscritti se gli originali andassero persi o fossero requisiti, o dovessero essere bruciati. L’Unione Sovietica è piena di bisbigli di versi mandati a memoria, è quello che fanno tutti i poeti, Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, Pasternak e Gumilev: affidare le poesie alla mente degli amici. In caso che si accorga di loro l’uomo con le “tozze dita” grasse “come vermi”, colui che “mazzapicchia e rifila spintoni”- come scrive Osip-, e potrebbero spalancarsi le porte della Ljubianka, o si può essere mandati al confino come avviene una prima volta a Osip, oppure in un gulag- e i peggiori sono nella Kalyma, all’estremo limite della Siberia. Sarà qui che morirà Osip, ridotto a pelle e ossa, cacciato in una fossa comune, nel 1938. Prima, però, in quei vent’anni di cambiamenti, di guerra civile, di fame per tutti, di delazioni e di tradimenti e di paure, Osip e Nadezda peregrineranno da Kiev a San Pietroburgo che non si chiama più così, ma Pietrogrado, Petropoli, Leningrado, e poi nella Crimea, il favoleggiato sud, a Mosca e a Tiflis, in Armenia e a Jalta, e nei tubercolosari che li rimettono in piedi per un po’, vivendo di prestiti, di traduzioni, in stanze di amici, in appartamenti squallidi che ogni tanto vengono loro concessi tramite l’Unione degli Scrittori.
Osip sempre esule come Dante, di cui si porta dietro le cantiche, e come Dante vede ovunque la città da cui è stato bandito. Perché per lui la poesia nasce nella tempesta, i tempi difficili sono i migliori per scrivere.
È questo carattere indomito che Elisabetta Rasy fa rivivere nelle sue pagine, in un romanzo che è insieme la storia di un grande amore e quella di un paese travagliato da grandi cambiamenti e, se nelle pagine si avverte una vena di sentimentalismo, si sente però anche una passione vera per la poesia, distillata nei versi di Osip Mandel’ stam che ci accompagnano per tutta la lettura.

La scienza degli addii di Elisabetta Rasy
220 pag., Euro 16,00 – Edizioni Rizzoli
ISBN: 88-17-00653-X

Di Marilia Piccone

le prime pagine
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Stasera mangia controvoglia, Natal’ja Ivanovna deve insistere, lo fa scherzando come sempre, ma stasera sono scherzi senza sorriso. Quando si allontana, Nadezda la richiama nella stanza, vuole le sigarette oppure i fiammiferi, dell'acqua se non può avere del gin. È capricciosa e imperiosa come sempre, ma Natal'ja crede che stavolta invece siano tutte scuse perché non ha voglia di restare sola. In genere Nadezda alla solitudine non ci fa caso, ma stasera la situazione è diversa. Stasera sta per avverarsi uno dei suoi desideri, ora Nadezda lo sa, ne è certa: morirà nel suo letto.
Negli ultimi anni ha pensato spesso che avrebbe voluto andare a vivere a Parigi - lei non è come Osja che non può fare a meno della lingua russa. Poi non c'è andata, sarebbe stato dire di nuovo addio a tutto ciò cui da tempo aveva detto addio. Certe volte, quando i burocrati antisemiti erano particolarmente invadenti, avrebbe voluto andare in Israele, ma non l'aveva fatto, per lei Israele era una sorella minore dell'Armenia. Non era partita. Era rimasta, per morire nel suo letto.
Alle nove, quando Natal'ja la bacia e se ne va, arriva Vera. Con Vera le piace soprattutto parlare della prigione. Vera c'è stata un anno, tredici anni fa, era il 1967. Sono dieci anni che si conoscono e Vera l'ha vista quasi sempre sdraiata. A Nadezda piace starsene sdraiata a fumare, con la vestaglia a fiori. Star sdraiata a fumare. Non sempre ha potuto permetterselo, e non solo perché certe volte le sigarette o i fiammiferi non era facile trovarli in circolazione. Le piace starsene sdraiata a fumare perché sa che la posizione sdraiata è una buona posizione quando devi difenderti dalla fame, dalla sporcizia, dalla miseria, e il fumo è stato la medicina migliore quando i suoi mali erano troppi e troppo gravi perché le medicine normali - quante ne ha prese, però - facessero effetto. Anche ora le danno medicine, Vera le sta dando delle gocce. Con Vera le piace parlare della prigione. Una volta, mentre bevevano il tè, l'ha vista curvarsi in modo strano sulla tazza come a cercare qualcosa caduto dentro. Cosa cerchi, le ha chiesto Nadezda. Il mio viso, le ha risposto Vera. In prigione, le ha detto, non c'erano specchi, ci si poteva specchiare solo nell'acqua e soprattutto nel tè.
Ora però Osja la sta chiamando, l'aspetta. Si alza dal letto, scende per strada, è notte fonda e non c'è nessuno. Neanche Osja, però lei è sicura che l'ha chiamata e la sta aspettando. Cammina intorno al palazzo. Non è contenta di lasciare la sua casa, non che sia una bella casa come ne ha conosciute quando era ragazza, poco a lungo in realtà, non più di diciott'anni. Casa sua non è veramente arredata, i mobili sono come quelli di tutti gli altri, ma è la sua superficie abitabile, ci sono dei dischi, c'è Mozart sempre in visita, in cucina c'è un frigorifero. Quando Nadezda riceve del denaro - e ora che in America pubblicano i versi di Osja, soldi di tempo in tempo ne arrivano - il frigorifero si anima improvvisamente come un'orchestra riscossa dal torpore dell'attesa, sibilano dolcemente i violini del gin tonic, dei carciofi, delle acciughe... Gdal’, diceva al suo medico, mi conceda un bicchierino. E Gdal’ - Nadezda, solo un po’ - glielo concedeva perché, come tutti a Mosca e ovunque su quella terra di tanti morti, sa che la privazione è più grave di un infarto.
Nadezda gira intorno al palazzo e invoca Osja che resta invisibile, eppure è certa che la sta aspettando. Ora però è nel suo letto, non sa se davvero è scesa per strada, Vera la sta aiutando a sedersi con la schiena appoggiata ai cuscini. È confusa, come chi si risveglia a fatica da un sogno adescatore...

© 2005 Edizioni Rizzoli

biografia dell'autrice
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Elisabetta Rasy vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Ritratti di signora, Posillipo, L’ombra della luna e Tra noi due.




17 giugno 2005