Enrico Fedrighini
Moby Prince
Un caso ancora aperto

“La sera del 10 aprile il porto di Livorno, più che un porto civile italiano, sembra una darsena militare statunitense. Navi militarizzate americane si trovano alla fonda cariche di armi, munizioni ed esplosivi, di ritorno dalle operazioni della prima guerra del Golfo, conclusa da circa un mese.”

Altissime fiamme crepitano all’imboccatura del porto di Livorno la notte del 10 aprile 1991: un traghetto passeggeri diretto a Olbia, appena partito, ha investito di prua una petroliera alla fonda aprendole uno squarcio e provocando un incendio devastante. Tutti i soccorsi si concentrano sulla petroliera, mentre il traghetto incendiato va alla deriva, senza che si tenti di salvare le centoquaranta persone a bordo, che incontrano una morte assurda e disperata. La tragedia del Moby Prince, nonostante il lungo e inutile iter processuale l’abbia liquidata come un’imprevedibile fatalità, è uno di quei misteri dolorosi che affliggono la memoria del nostro paese e risuonano nella coscienza, soprattutto in momenti di confusione politica come quello che stiamo attraversando, come drammatici appelli a non rinunciare mai alla ricerca della verità. E c’è sempre, per fortuna, qualcuno che non rinuncia, come dimostra Enrico Fedrighini nel suo libro “Moby Prince – Un caso ancora aperto”, un’inchiesta incalzante, un documentatissimo dossier, che si legge come un thriller mozzafiato anche se non si può sperare nel lieto fine. Fondatore dell’”Osservatorio ambiente e legalità” di Milano, Enrico Fedrighini, che è stato consigliere del Comune e della Provincia nelle file di Rifondazione Comunista, per quattro anni ha scandagliato ogni tipo di documentazione sul caso Moby Prince: faldoni processuali, perizie, testimonianze, relazioni. “Esiste un baratro fra quanto è accaduto quella sera e la consapevolezza collettiva su questa tragedia – scrive Fedrighini – una voragine prodotta da tracce oscurate, testimonianze dimenticate, documenti scomparsi, manomissioni”. Sotto alla più grande sciagura della marineria civile italiana si nasconderebbe una brutta storia di corruzione e di criminalità internazionale, la stessa, probabilmente, su cui stava indagando la giornalista Ilaria Alpi, quando fu uccisa insieme al suo cameraman.
Ecco la versione ufficiale della Capitaneria di porto: l’incidente è da attribuirsi alla fitta nebbia e alla responsabilità del capitano del traghetto, che seguiva una rotta troppo vicina alla petroliera ed era pure distratto dalla partita di calcio in TV. Non si è potuto far nulla per salvare i passeggeri, morti istantaneamente nell’incendio seguito alla collisione.
Ma le cose non andarono così: prima di tutto quella sera non c’era nebbia, inoltre il capitano Chessa era un competente e rigoroso veterano, non avrebbe mai seguito una rotta imprudente, e nella sua plancia non c’era la TV. Quanto ai passeggeri, non furono presi alla sprovvista, ma vennero tempestivamente radunati con i bagagli nel salone protetto da porte ignifughe e attesero i soccorsi per ore, finché i gas tossici finirono per penetrare anche in quel rifugio, facendoli crollare lì, dove poi furono trovati i loro cadaveri.
Basterebbero le registrazioni dei rilevamenti radar a ricostruire l’accaduto, ma inspiegabilmente la zona dell’incidente quella sera risultò in ombra. Anche le trasmissioni radio entrarono in tilt, tanto che il “may day!” lanciato dal Moby Prince non fu udito. Però da qualche testimonianza isolata, dei vari soccorritori che entrarono in opera, emerge che tra la petroliera e il traghetto fu notato un movimento di imbarcazioni che non avrebbero dovuto trovarsi lì: fra queste, due mercantili militarizzati americani, reduci dalla Guerra del Golfo, non segnalati dalla vicina base americana. Già, perché accanto al porto di Livorno, e ad esso collegato con un canale, c’è Camp Darby, una delle più importanti basi strategiche americane del Mediterraneo, stoccaggio di armi e materiale bellico di ogni tipo, compreso quello contenente il famigerato uranio impoverito. Non basta: c’è chi vide allontanarsi dal luogo dell’incidente un peschereccio bianco che potrebbe appartenere alla flotta della Cooperazione Italo-Somala, una flotta che invece di trasportare pesci e pescatori è sospettata di scaricare in Somalia rifiuti tossici e armi. “Pezzi di territorio africano da trasformare in mortali pattumiere – scrive Fedrighini – in cambio della fornitura di armi per massacrarsi.” Le indagini di Ilaria Alpi, nel ’94, riguardavano proprio questa flotta di pescherecci, e sul luogo dell’agguato mortale a Mogadiscio accorse un faccendiere promotore di questo “Progetto Urano”, faccendiere che, ha accertato Fedrighini, era regolarmente ricevuto nell’impenetrabile base di Camp Darby.
L’ipotesi sostenuta dall’autore è che durante un’operazione clandestina di carico di armi e rifiuti tossici sia scoppiato un incendio a bordo di una di queste imbarcazioni che, fuori controllo, urtò il traghetto incendiandolo e mandando in avaria il timone, unica ragione plausibile per il successivo cozzo del Moby Prince contro la petroliera. Le manovre di occultamento del fatto avrebbero impedito di soccorrere il traghetto. Alcune pagine del libro potrebbero sembrare di fantapolitica, ma l’argomentazione è molto documentata e rigorosa e fa auspicare, come sottoscrive nell’introduzione Gianni Minoli che a questa tragedia ha dedicato una trasmissione televisiva, “che questa storia, che avrebbe meritato un’attenzione particolare, possa mantenersi aperta a ulteriori indagini”.

Moby Prince. Un caso ancora aperto di Enrico Fedrighini
Presentazione di Giovanni Minoli
Pag. 350, 13.00 Euro – Edizioni Paoline
ISBN 88-315-2857-2

Le prime righe

Introduzione

La sera del 10 aprile 1991, il traghetto Moby Prince salpa da Livorno diretto a Olbia, dove non arriverà mai: dopo pochi minuti di navigazione entra in collisione con una petroliera ancorata in rada, l’Agip Abruzzo, infilando la prua dentro una tanica della nave cisterna contenente greggio altamente infiammabile. È una strage: centoquaranta persone muoiono tra le fiamme a bordo della nave passeggeri, la più grande tragedia della marineria italiana.
A distanza di tanti anni nessuno è stato ancora in grado di spiegare le ragioni di questa tragedia. Le prime ipotesi formulate dalla Capitaneria di porto, subito riprese dai media, imprimono un marchio indelebile nella memoria collettiva: presenza di una fitta nebbia, manovra incauta da parte del comandante, grave distrazione causata da una partita di calcio trasmessa in tv… Col passare del tempo, quella del Moby Prince diventa una delle tante tragedie dimenticate.
Per la prima volta, questo libro ricostruisce quanto avvenuto attraverso i documenti e gli atti d’inchieste amministrative, indagini e udienze processuali. Dalla lettura delle carte emergono altre verità: la rotta di navigazione seguita dal traghetto era prudente; nessun apparecchio televisivo era presente in plancia comandi. E la nebbia, smentita da diverse attendibili testimonianze e da bollettini meteomarini, forse serviva -- e serve -- a occultare altro. Qualcosa di più orrendo.

© 2005 Figlie di San Paolo


L’autore

Enrico Fedrighini vive a Milano dove lavora presso il Politecnico. Dopo un passato in politica come consigliere del Comune e della Provincia di Milano si è dedicato principalmente alla scrittura e alla ricerca. Ha fondato l'Osservatorio ambiente e legalità di Milano ed è autore di lavori d'inchiesta dedicati ad alcune discusse opere pubbliche che hanno portato all'apertura di indagini e alla revisione dei progetti già approvati.


Di Daniela Pizzagalli


17 giugno 2005