Abdourahman A. Waberi
Transit

"Gli erranti, gli apolidi, che sono i veri e propri creatori, come i nomadi del deserto, servono solo a una cosa almeno quaggiù in terra. Sono le nostre guide – di questo il nonno ne è convinto – quelle che ci indicano i sentieri da percorrere per la traversata dell’esistenza."

È bello avere l’occasione di parlare di una piccola casa editrice, appena nata, che presenta un catalogo così interessante e nuovo. Da qualche anno anche in Italia si è acceso l’interesse per la letteratura del continente africano, tutta da scoprire, e che intreccia in modo indissolubile la tradizione orale con quella coloniale, il linguaggio tribale con la lingua dei dominatori, la cultura e la civiltà di savane e deserti, foreste e coste meravigliose, con quella delle città volute dagli occidentali e con le radici delle stesse metropoli d’Europa.
Questa è l’essenza del romanzo, il secondo pubblicato da Morellini Editore (il primo era stato D’acque dolci di Fabienne Kanor), piccola realtà milanese in rapidissima crescita nata dall’entusiasmo di un nostro amico di sempre, Mauro Morellini.
Transit si presenta con un intreccio di storie dolorose e forti che legano due personaggi all’Africa e al tempo stesso alla Francia, dove sin dall’inizio li troviamo. Bashir, che si fa chiamare Bin Laden è un mercenario : “mi piace un sacco, dici Bin Laden e sono tutti morti di paura come se fossi un vero kamikaze bloccato di colpo davanti a filo spinato e a sacchi di sabbia dell’ambasciata americana di Gibuti”. Ha un linguaggio grossolano, una mentalità violenta, nessuna paura e parla di guerra. Harbi invece è un intellettuale, rigoroso ma stanco e disilluso dopo aver tanto sperato in un futuro diverso e luminoso per il suo paese, il Gibuti, a seguito della piena indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1977. Entrambi sono in transito all’aeroporto di Roissy, a Parigi. Accanto a loro scorrono le voci di Abdo-Julien, il figlio diciassettenne di Harb (“non chiamatemi métis”), il testimone della nuova Africa che avanza, “la generazione che ha poppato la musica giamaicana al biberon e la cui nascita coincide con la morta del principe capelluto che ha dato fama mondiale all’isola dei rasta”; la moglie Alice, francese nata a Rennes ma “attirata dalle mescolanze”, che con grande coraggio, e per amore, ha sfidato tutte le convenzioni; il vecchio padre di Harbi, Awaleh, che, come i suoi compagni, non ha mai accettato la dominazione colonialista, “anche davanti al fatto compiuto e alla legge del più forte, noi resistevamo in sordina, in segreto”.
Sono voci che raccontano l’Africa sotto punti di vista differenti: chi ci è nato e chi ci è arrivato da molto lontano, chi si sente figlio di quel continente solo a metà e chi invece ha tutte le radici ben piantate in Gibuti, chi ha sperato nella pace e chi è vissuto per la guerra. “L’Africa dei potentati con il conto elvetico, l’Africa dei bambini rachitici e dei vecchi ossuti, l’Africa della carestia e del saccheggio spudorato delle risorse, l’Africa dalle capanne pidocchiose e dai denti bianchi, l’Africa della gente senza terra, l’Africa delle guerriglie e dei furilegge. Un’Africa di cui coloro che si vantano di parlarne non ritengono necessario conoscerne le lingue”. Ecco, Transiti ci insegna un po’ di quelle lingue, per capire qualcosa anche di quell’Africa in esilio, di quel mondo migrante, in transito, appunto, di cui spesso non conosciamo proprio nulla e che ci stupisce, ci spiazza, come il finale di questa storia.

Transit di Abdourahman A. Waberi
Traduzione di Antonella Belli
147 p., Eur 12,00 – Edizioni Morellini
ISBN: 88-89550-01-5

Le prime righe

Bashir

Warya*, sono a Parigi, bello, eh? Cioè, non è proprio ancora Parigi ma Roissy. È così che si chiama l'areoporto. Ha due nomi, l'areoporto, Roissy e Charles-de-Gaulle. A Gibuti ha solo un nome, Ambouli e, lo giuro sulla testa della mia famiglia scom-parsa, è molto molto più minuscolo. Beh, di questo viaggio, è andato tutto bene. Mi sono pappato il buon cibo di Air France. E poi dritto al film di guerra prima di cadere in un sonno pesan-te. Ero stockato, no voglio dire scotchato, all'ultima fila del Boeing 747, dove i poliziotti legano ben stretti gli espulsi quan-do l'aereo riparte per l'Africa. Sì davvero, è così che fanno. Me l'ha detto prima Moussa. Moussa, non ci crederete, riesce a dire le preghiere al buon Dio anche stando seduto, senza staccare il sedere dal sedile dell'aereo.
Viaggia molto Moussa, per aiutare quelli che viaggiano per la prima volta come me. È sempre calmo. Parla così piano che sem-bra che gli fa male la gola. Aspetta, seguo Moussa per andare a prendere i bagagli. Il mio sacco è incastrato tra due casse grandi di militari francesi, lo dice l'etichetta, DA 188, la conosco, Distaccamento dell'Aeronautica 188, base di navigazione vici-nissima all'areoporto, proprio ad Ambouli. Ho tirato forte il sacco. Una donna bianca mi ha guardato così, con due occhi che sembravano due palline da ping-pong. Ho alzato forte il sacco come facevamo con l'equipaggiamento quando ero mobilitato. Mi sono messo il sacco sulle spalle. Ho guardato a destra a sini-stra. Ho visto Moussa, l'ho seguito. Moussa mi ha ripetuto di fare il finto tonto con i poliziotti. Soprattutto non far vedere che parliamo francese.

* Le parole seguite dall'asterisco rimandano al glossario in coda al testo.

© 2005 Edizioni Morellini


L’autore

Abdourahman A. Waberi è nato nel 1965 a Gibuti, ha lasciato nel 1985 il proprio paese per la Francia. Transit è il suo nono romanzo. Autore di romanzi, saggi, poesie, racconti, pièces teatrali di successo, è stato tradotto nelle principali lingue europee. Tutti i suoi lavori sono ispirati all’ambiente umano e culturale della nativa Africa. Con Cahier Nomade ha vinto nel 1996 il “Grand prix de l’Afrique Noire”, con Balbala il Prix collectif du Festival de Chambery 1998”ed è stato finalista del “Prix Unesco-Galimard”.


Di Giulia Mozzato


6 giugno 2005