Yehoshua Kenaz
La grande donna dei sogni

“Nonostante ciò aveva avuto non poche ore di serenità e persino di gioia. Così, da solo.. Amava la propria stanza che, sì, era veramente modesta ma sempre in ordine, pulita, dignitosa. Non aveva mai aspirato ad altro. Però la domanda ‘Perché deve essere così?’ spesso gli dava molto fastidio. Qual era il suo difetto che lo allontanava dalle amicizie e allontanava gli altri da lui?”

Un condominio alla periferia di Tel Aviv. Davanti, una discarica. Nel centro di questa, come un simbolo di vita nonostante tutto, un albero di ciliegio che non dà frutti, ma con una sua ruvida bellezza nei rami grossi e disordinati che si estendono dappertutto. È qui che si svolgono le storie dei personaggi del romanzo dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz, storie di banalità quotidiana, di piccole infelicità che finiscono per occupare il cuore intero di chi le prova, di solitudine disperata nell’ombra di ricordi che si preferisce non evocare. In due appartamenti vivono due coppie, Malka e Shmulik che non hanno figli, Zion e Levanà che invece hanno tre bambini, in un altro abita da solo l’Ungherese, sopra di lui c’è Rosa, la cieca. E, come in una sceneggiatura teatrale senza la quarta parete, l’occhio del narratore e del lettore li osserva vivere, li ascolta litigare e discutere e tacere. Litigano Malka e Schmulik e, quando fanno l’amore, lui le sussurra parolacce; discutono Levanà e Zion, perché lui è tassista, fa il turno di notte e la tradisce di continuo; non ha nessuno con cui parlare l’Ungherese che adesso è in pensione e, se non si vergognasse, andrebbe volentieri a vedere i compagni in fabbrica; quando non urla che tutti la vogliono scopare, Rosa la cieca fa sentire il rumore dei suoi tacchi, avanti e indietro nella stanza.
Si sposta sugli uni e sugli altri, in capitoli alterni, questo obiettivo voyeur della cinepresa, un racconto resta sospeso e intanto ne prosegue un altro: Malka esce e Schmulik teme che lei non ritorni; Zion si innamora di una ragazza giovane; l’Ungherese va in visita dal dottor S.; Rosa è ossessionata dalla sensazione che ci sia qualcuno nella sua stanza. Ognuno di loro soffre a suo modo, di gelosia: Schmulik, che sente un cane rabbioso ringhiargli dentro, mentre Levanà è dibattuta tra la gelosia per il marito che si porta altre donne in casa e il dolore per la malattia del figlio primogenito, e Rosa, i coniugi S. e l’Ungherese non riescono a liberarsi di fantasmi del passato. Lo stile di Kenaz è asciutto, non concede nulla al sentimentalismo, ci tiene avvinti al dramma giornaliero dei suoi personaggi di cui seguiamo le vicende che intuiamo non avranno una fine felice anche se lo speriamo, come se quel ciliegio nella discarica potesse sorprendentemente dare dei frutti. E quella violenza nascosta, il cane rabbioso che Schmulik avverte in sé, finisce per uscire allo scoperto, ci saranno dei morti, un assassinio, un duplice suicidio, una morte naturale. Ma quello che ci angoscia soprattutto è la solitudine che è l’ultima compagna anche nella morte e che scorta i personaggi nell’aldilà - emblematico è l’Ungherese che viene sempre chiamato così, dal suo paese di provenienza, come se lui avesse voluto dimenticare anche il suo nome insieme ad un’altra vita. L’Ungherese si addormenta per sempre sotto un eucalipto vicino alla fabbrica dove lavorava e dove era andato per guardare da lontano i compagni di una volta, osservatore anche lui della vita degli altri. I due operai che lo trovano al mattino ci dicono finalmente il suo nome, Menachem Grossman, ma ormai non interessa più a nessuno.

La grande donna dei sogni di Yehoshua Kenaz
Titolo originale: Haishah hagdolah min hachalomot
Traduzione di Antonio Di Gesù
277 pag., Euro 15,00 – Edizioni La Giuntina (Israeliana)
ISBN: 88-8057-223-7

Le prime righe

1

Una donna bassa entrò nella sua stanza. La stanza era buia, soffocante e calda. Le imposte erano serrate e un odore sgradevole riempiva l'ambiente, ma a Shmulik quest'odore piaceva. La donna si tolse il prendisole rammendato e rimase in biancheria intima. Guardò a lungo il letto su cui Shmulik era sdraiato, ma non disse una parola. Tese le labbra in un'espressione che non era un sorriso, ma neppure una smorfia di repulsione, solo il segno di uno sforzo di concentrazione, e scoprì le gengive. Uno degli incisivi, rotto da anni, le conferiva un aspetto grottesco.
«Che fai lì tutto il tempo?».
«Niente» rispose Shmulik.
«Perché hai chiuso tutto? La casa puzza. Di che hai paura, che ti rubino il pisello?».
Shmulik sedeva sul letto e sembrava che fosse nudo. Il lenzuolo lo copriva fino ai fianchi. La sua carne era pallida, solo la faccia e il collo erano arrossati dal sole, e il suo corpo era quasi completamente glabro.
«Dove sei stata tutto il tempo?» chiese Shmulik.
«Poi non riesci a dormire la notte» disse Malka. «Alzati, vestiti... Così non si può andare avanti» e alzò le spalle in un gesto di frivolo riserbo.
«Non mi sento tanto bene» disse Shmulik.

© 2005 Editrice La Giuntina


L’autore

Yehoshua Kenaz è considerato uno dei più grandi scrittori israeliani. Nato a Petach Tikva nel 1937, ha studiato filosofia all’Università Ebraica di Gerusalemme e letteratura francese alla Sorbona. Già traduttore di classici francesi e redattore dell’autorevole Ha’aretz, è autore di romanzi e racconti tradotti in tutto il mondo, tra cui Ripristinando antichi amori


Di Marilia Piccone


6 giugno 2005