Anna Colombo
Gli ebrei hanno sei dita
Una vita lunga un secolo

“So bene che il vero interesse di questi fogli sta in ciò che possono dire degli avvenimenti, dei tempi sullo sfondo: dato che il mio è un punto di vista non sempre considerato dagli storici: è il riflesso di sommovimenti grandiosi in un’esistenza grigia di piccola borghese.”

Nonostante il titolo provocatorio, l’autobiografia di Anna Colombo, nata novantacinque anni fa in una famiglia della borghesia ebraica piemontese, dà ragione a chi esclude l’Italia dal novero delle nazioni antisemite: “Prima del 1938 in Italia la religione era realmente sentita, in genere, come un fatto privato, che non costituiva motivo di differenziazione.”
Il racconto di Anna si snoda sul filo della memoria senza seguire un rigido schema cronologico, ma affidandosi piuttosto alla rievocazione delle persone per lei più significative còlte nei comportamenti quotidiani e analizzate con acutezza non sempre indulgente. “Non c’è sentimento, in me, non c’è sensazione che non appaia eco d’un giudizio intellettuale e morale”. Questo atteggiamento di tipo didascalico non stupisce, infatti l’autrice è sempre stata insegnante di lettere nelle scuole superiori: quando è andata in pensione era un’apprezzatissima professoressa del liceo Manzoni di Milano. Dunque un secondo filone del libro, dopo quello della famiglia, è dedicato all’insegnamento, partendo dalla discussa riforma Gentile, che precludeva alle donne l’insegnamento delle materie umanistiche nei licei, perché l’indirizzo fascista voleva formare una classe dirigente “virile”. Vinto un concorso per il biennio ginnasiale, ebbe come sede Abbazia: “L’Istria, dopo la Grande Guerra, era miseranda. Abbazia non aveva turisti. Fiume aveva il porto vuoto, quel porto che era stato lo scalo naturale dell’Ungheria”. Per iscriversi al concorso, Anna aveva dovuto prendere la tessera fascista, anche se con ripugnanza: del resto gran parte della classe docente osteggiava la manipolazione operata dalla politica perfino sui programmi scolastici, dov’erano ad esempio stati depennati i Promessi Sposi, “accusati di “disfattismo morale”, cioè d’ispirare rassegnazione e umiltà”.
Educata in una famiglia ebrea non osservante, fu soltanto alla fine degli anni ‘20 che Anna, “cercando qualcosa di contrario al fascismo”, approdò al sionismo: “Per me voleva dire kibbutz, socialismo, democrazia dal basso e non corporativismo imposto.” La propaganda sionista però minimizzava le difficoltà: “Il problema degli arabi non ci venne mai presentato nella sua gravità; e io mi domando ora, con stupore, come mai non ci pensassimo”.
Al circolo sionista di Genova, dove allora viveva con la famiglia, Anna scoprì l’amore, incontrando il rumeno Arthur Loewenstein, che accompagnò nel 1931 in un viaggio in patria: in Romania ebbe il primo vero impatto con l’antisemitismo, vedendo i Jidan, cioè i giudei, insultati e aggrediti per le strade. Ma anche in Italia, negli anni successivi, l’antisemitismo andò crescendo, fino alla proclamazione delle leggi razziali: “In genere gli ebrei italiani non sembrarono comprendere ciò che loro succedeva: s’illusero che fosse cosa d’un momento (….) attribuivano tutta la colpa all’influenza del nazismo.”
L’anno fatale, il 1939, comportò una svolta cruciale anche nella vita di Anna che, delusa da Arthur, si era nel frattempo sposata con uno psichiatra ebreo genovese ed era in procinto di partire con lui per l’America. Ma ricevette una lettera da Arthur, mai dimenticato, e decise di raggiungerlo in Romania. Alleata della Germania, la Romania entrò in guerra contro la Russia nel 1941, e cominciarono anni di stenti, con la costante spaventosa prospettiva della deportazione. Quando poi, nel ’44, arrivarono i russi, il progressivo instaurarsi di una dittatura comunista convinse Anna della necessità di emigrare in Israele, ma Arthur pensava che il comunismo avrebbe messo fine all’antisemitismo e ciò gli bastava. Nel ’45, dopo elezioni contraffatte, i comunisti gettarono la maschera: “Eravamo tutti e due nauseati di quel che scoprivamo essere la prassi del Partito: la menzogna continua, le calunnie a vanvera contro gli avversari…” Sempre servili alle esigenze sovietiche, in un unico aspetto i comunisti erano indulgenti con i rumeni: non applicando le sanzioni della legislazione sovietica contro l’antisemitismo. Esasperata dal contegno irresoluto di Arthur, Anna con il figlio Rimmon di tre anni tornò in Italia riprendendo l’insegnamento: “Io non sopporto uno stato d’incertezza: bene o male che sia, devo veder chiara la via davanti a me”. Dapprima soltanto durante le vacanze, e dopo il pensionamento per periodi sempre più lunghi, Anna Colombo è riuscita a realizzare il suo sogno sionista e oggi vive a Gerusalemme, sorprendentemente lucida nelle sue considerazioni: “Accetto Israele com’è, come minore male, come un compromesso; perché ormai c’è e in ogni caso ci ha sostenuti e illuminati, quale unica speranza negli anni bui. E ora che c’è dovrebbe migliorare. A questo scopo combattiamo, noi che non abbiamo dimenticato gli ideali della diaspora, di un Israele laico, rinnovato, aperto e retto.”

Gli ebrei hanno sei dita di Anna Colombo
229 p., br., Eur 14,00 – Edizioni Feltrinelli
ISBN: 88-07-49037-4

Le prime righe

FAMIGLIA E INFANZIA

Sono nata nel 1909, in Alessandria - città allora di media grandezza (poteva avere un quarantamila abitanti) - da genitori ebrei monferrini; ciascuna parola, nella frase precedente, ha importanza e dev'essere messa a fuoco. Nel 1909 eravamo, nell'Italia settentrionale, in pieno processo d'accostamento tra il proletariato socialista e il governo giolittiano. Il liberalismo sembrava avviare un progresso continuo, un miglioramento inarrestabile delle condizioni dei lavoratori, e soprattutto degli operai organizzati e guidati dal Partito socialista, che in Alessandria, città dei Borsalino! e di molte altre fabbriche, era assai forte. Mio padre ne era un simpatizzante (non so perché, non iscritto).
Sui miei genitori, che ebbero su me grandissima influenza, il discorso dev'essere lungo.
Rifletto adesso, per la prima volta, che della famiglia di mio padre non ho mai saputo nulla: se non che mio nonno Simone era un merciaio ambulante, e che morì (di polmonite?) giovane, lasciando sette figli, le due maggiori gemelle di dodici anni. Una fotografia, che ricordo vagamente, mostrava che mio padre doveva rassomigliargli moltissimo. Nulla, assolutamente nulla, so della sua famiglia. Erano d'Asti, forse anzi del vicino paese di Costigliole; ora, Asti, con Fossano e Moncalvo, costituiva un gruppo a sé tra le comunità piemontesi, per un rito particolare (Apam) che è stato riconosciuto d'origine francese (unico resto, per quanto ne so, del famoso ebraismo francese, dissolto dalla cacciata di Luigi IX).

© 2005 Edizioni Feltrinelli


L’autrice

Anna Colombo nasce nel 1909 ad Alessandria da una famiglia ebraica. Prima della guerra si trasferisce in Romania. Studia letteratura romena e ne diventa una delle pochissime specialiste. Dopo essere vissuta parecchio tempo sotto il regime comunista,decide di rientrare in Italia dove insegnerà materie umanistiche in un liceo di Milano. Vive a Gerusalemmme.


Di Daniela Pizzagalli


6 giugno 2005