Jim Shepard
Project X

Giro per la stanza. Ogni tanto mi accovaccio a terra e spingo le mani l’una contro l’altra fino a farle tremare. Poi mi rialzo e cammino avanti e indietro.
Prendo il telefono e digito le prime tre cifre del nostro numero, seguite da altre quattro cifre a caso. Risponde una segreteria telefonica. Dopo il bip dico:-Benvenuti al tiro al bersaglio,- e riaggancio.”


Studenti che uccidono dei compagni, a scuola: il film di Moore, Bowling for Columbine, ha dato una popolarità “nera” a quanto successe nella Columbus High School nel 1999; dallo stesso fatto ha preso spunto Laura Kasischke per il bel romanzo La vita davanti ai suoi occhi; in Italia è appena uscito Il sopravvissuto di Antonio Scurati. Il libro di Jim Shepard, Project X, precede idealmente proprio il romanzo di Scurati, è la preparazione della strage, il montare di quel disagio giovanile, di quella rabbia senza obiettivo, di quel disgusto di sé, di un mal de vivre che trova uno sbocco naturale nella violenza di un mondo violento. C’è ancora qualcuno che si fa illusioni che l’adolescenza sia un tempo felice?
Edwin Hanratty ha tredici anni e ha appena iniziato la seconda media. Non si piace, come capita più o meno a tutti i ragazzini della sua età, è così magro che potrebbe tirarsi su i calzini fino al collo, non riesce a dormire, odia la televisione, fa a botte con i compagni, ha un solo amico, Roddy soprannominato Scheggia, ancora più confuso e infelice di lui. Ma Edwin ha anche una bella famiglia che si preoccupa per lui: un fratellino adorante, una mamma affettuosa, un padre che insegna all’università. Due genitori intelligenti che vengono convocati dal direttore per discutere del cattivo rendimento scolastico di Edwin e del suo comportamento, e cercare di aiutarlo. È la normalità di questa ambientazione che ci spaventa, la necessità di escludere che certe azioni estreme scaturiscano da mancanza di affetti e disagi famigliari; e l’evidenza spaventosa che qualcosa di simile potrebbe capitare in mezzo a noi, nella nostra famiglia. Nel progetto di Scheggia di avvelenare compagni e professori attraverso le tubature c’è un desiderio di rivalsa, l’idea che annientando un mondo ostile - perché né Edwin né Scheggia pensano ai compagni come individui - venga a finire anche l’ostilità nei loro confronti e, in qualche maniera poco chiara, si risolvano i loro problemi. Dopo aver deciso di usare le armi che appartengono al padre di Roddy, tutti i loro pensieri si focalizzano sugli aspetti pratici del piano, a partire da come usare le armi, come portarle fuori da casa e nasconderle a scuola, quando attuare il progetto - il momento ideale è un’assemblea in palestra. L’immaginazione di Edwin e di Scheggia non va mai al “dopo” l’esecuzione, si ferma all’elaborazione dei dettagli del “prima” e al momento di inizio, quando tireranno il grilletto. E, quando tutto inizia, Edwin pensa solo che ha dimenticato di portarsi i tappi per le orecchie.
È attraverso la voce del tredicenne Edwin che lo scrittore americano Jim Shepard, lui stesso professore universitario, ci racconta la storia. Una voce che parla con le parole della sua età, che confessa quello che non sa del mondo degli adulti, quello che non capisce di se stesso, quello che non è capace di gestire - il particolare frustrante nella sua stupida banalità di non riuscire mai ad aprire il lucchetto dell’armadietto -, che a volte ci commuove, ci intenerisce, ci fa sentire impotenti nell’incapacità di aiutarlo - quando si aggira insonne per casa, o si nasconde per piangere sotto il letto. E ancora di più alla fine, quando dice, “sono una casa bruciata dall’interno e crollata”.

Project X di Jim Shepard
Traduzione di Federica Alba
216 pag., Euro 12,50 – Edizioni Meridiano Zero (Primo parallelo n. 12)
ISBN: 88-8237-099-2

Le prime righe

1

Oggi è il primo giorno e dove sono i miei pantaloni verdi? A’ lavare. Ho un solo paio di pantaloni che non sembrano calzoni da clown, e sono a lavare. Non sono stati lavati per tutta l'estate ma oggi, proprio stamattina, sono in lavatrice. Fa troppo freddo per i bermuda e nel mio cassetto non c'è niente che non faccia schifo e, com'era da scommetterci, sull'autobus sono l'unico scemo in pantaloni corti.
- Afa bestiale, eh? - mi sfotte uno di terza passando davanti al mio armadietto. Sto lì in piedi come se fossi un modello di costumi da bagno. I ragazzi dall'altra parte del corridoio ridacchiano e mi indicano col dito. Sono sul punto di tornarmene dritto a casa.
- SM, amico, - mi dice Scheggia, quando vede la mia faccia.
- Non ce la faccio, - rispondo. - Quant'è, venti minuti? E già non ce la faccio più.
- Ma ti sei visto, che faccia che hai! - aggiunge, e scoppia a ridere. Non l'ha detto in modo cattivo.
Appoggio la testa sulle mani all'interno dell'armadietto e cerco di strappare il ripiano dal muro.
- SM, - ripete. Almeno alla prima ora siamo vicini di aula.
- SM, - faccio io di rimando. Non siamo nella stessa classe, benché ce l'avessero promesso per tutta l'estate. SM sta per Scuola di Merda. Scheggia e io litighiamo su chi l'abbia detto per primo.
Il mio insegnante ha un grosso striscione sopra la bacheca che dice BENVENUTI IN SECONDA MEDIA! Sotto c'è un cartello che dice TUTTI POSSONO FARCELA e un dépliant con OTTO MODI PER AVERE SUCCESSO.
Alla prima ora, davanti alla porta della classe di Inglese i miei piedi si bloccano. Non riesco nemmeno a entrare nella stanza. "No, io lì non ci metto piede," mormoro a me stesso. - Allora? - fa l'insegnante.
- Non siamo nemmeno nello stesso corso di Educazione fisica. Scheggia ce l'ha alla quarta ora, e il primo giorno è sempre una cosa lunga, così eccomi nella caffetteria senza di lui. "Dai, dai, dai," penso tra me, come se un qualche dio potesse dire "Oh, scusa, Hanratty, vuoi l'unico amico che hai? Te lo mando subito".

© 2005 Meridiano zero Edizioni


L’autore

Jim Shepard. È stato docente all'Università del Michigan e ora si è trasferito in Massachusetts. Vive a Williamstown con la moglie e i due figli, e insegna al Williams College. Project X è il suo sesto romanzo, ma ha pubblicato anche due libri di racconti e curato varie antologie.


Di Marilia Piccone


27 maggio 2005