Stephen Amidon
Il capitale umano

“Anche le strade erano cambiate. Trasformate in vie senza uscita”.

Già il titolo, Il capitale umano, basterebbe a fare del male. Se proprio volete dilaniarvi inseritelo in qualsiasi motore di ricerca: troverete poche tracce del romanzo di Amidon, ma in compenso (anzi senza, pagate anche la connessione telefonica e i danni neuronali) troverete centinaia di siti di economia pronti a svelarvi, in termini tecnici, che cosa si intende con questa definizione da brivido.
Per farvi risparmiare tempo, denaro e brividi, il capitale umano in sintesi è questo: siamo noi. Certo per le multinazionali siamo “risorse umane”, per i negozi siamo commessi, per gli artigiani siamo operai, ma per l’economia mondiale, per la macroeconomia, la nostra “forza lavoro” è “capitale umano”. Basterebbe il titolo, dicevamo. Ma non è vero. Si può andare anche oltre. E soffermarsi, ad esempio, sulla fascetta che “strilla”: “L’America raccontata con una autenticità che pochi altri romanzi hanno raggiunto. Grandioso!”. Grandioso? Non c’è niente di grandioso in questo romanzo: ci sono solo l’atrocità e il sadismo di un autore che ci coinvolge nel suo libro per poi conficcarci definitivamente il coltello alle spalle. Solo alla fine di questo thriller, davvero ben congegnato, comprendiamo ciò che il titolo prometteva: i protagonisti non sono Drew Hagel o Quint Manning, ma siamo noi.
Siamo noi il “capitale umano”. Siamo noi che Amidon descrive: noi che inseguiamo il sogno di una vita a nove zeri per poi trovarci davanti ad un’esistenza che vale “meno di zero”. Sperperata, distrutta, dissipata nel cercare di vendere noi stessi in quel mercato del sociale dove “regna la superficialità e dove per vincere basta mettersi in mostra”. Sino alla fine, sino a quando, troppo tardi, ci si accorge di tutto ciò che abbiamo perso: sorrisi, carezze, umanità. Poi c’è solo il boom: che non è economico, ma è soltanto la peggiore delle bancarotte esistenziali.
Amidon racconta tutto questo: attraverso una scrittura che si inserisce davvero, come hanno sottolineato molti critici americani, nella tradizione della narrativa realista statunitense, ma che assume anche coordinate stilistiche diverse. Lo stile, infatti, ricalca molto quello che è il linguaggio delle soap opera, un linguaggio televisivo che sembra non lasciar traccia tra le immagini che scorrono sulla pagina. Alla fine, però, si scopre che la telenovela raccontata non è che un dramma in bianco e nero. Prima lo scopriamo e prima siamo in tempo a colorarlo. Non il libro, il dramma.

Il capitale umano di Stephen Amidon
Titolo originale: Human Capital
Traduzione di Marta Mattini
415 pag., Euro 18,00 – Edizioni Mondadori
ISBN: 88-04-53913-5

Le prime righe

1

Drew Hagel sarebbe arrivato in ritardo alla cena di gala. Se ne rese conto nel momento stesso in cui uscì dal par-cheggio e vide la Federal completamente bloccata dal traf-fico. Aveva deciso di andarsene dall'ufficio prima delle cinque e mezza, così avrebbe avuto tutto il tempo per rag-giungere il centro città, che distava sei miglia. Le strade, a quell'ora, erano piene di imprevisti e trovare un posteggio nei pressi della Country Day in un giorno di cerimonia sa-rebbe stato pressoché impossibile. Quei trenta minuti gli avrebbero garantito la puntualità. Anzi, probabilmente sarebbe arrivato in anticipo. Così avrebbe potuto stare un po' da solo con i Manning. L'invito a sedersi al loro tavolo era stato un vero colpo di fortuna e voleva goderselo in assoluta tranquillità.
Ma proprio quando era pronto per uscire, sentì bussare alla porta e si trovò di fronte Andy Starke. Gli sembrò cor-diale mentre lo salutava con quella sua solita aria sorniona, anche se il suo sguardo era spaventosamente serio. Si erano scambiati messaggi sulla segreteria telefonica per una settimana. O meglio, Drew aveva ignorato tutte le sue telefonate e ora Starke si era deciso a risolvere il problema con una visita a sorpresa. Drew si rese conto che i suoi piani stavano andando a monte, ma non aveva scampo. Starke, con la faccia di chi deve riscuotere un bel po' di soldi, si accomodò sulla poltrona di fronte alla scrivania di quercia.

© 2005 Edizioni Mondadori


L’autore

Stephen Amidon ha 46 anni. Cresciuto nella provincia del Maryland e laureatosi in filosofia nel 1981, ha vissuto 12 anni a Londra facendo il giornalista culturale e il critico cinematografico. Rientrato negli Stati Uniti, ha pubblicato quattro romanzi tra il 1992 e il 2000 (Subdivision, Thirst, The Primitive, The new city) con cui si è imposto all’attenzione della critica. Vive nel Massachusetts con la moglie fotografa e quattro figli, dedicandosi al lavoro di scrittore, sceneggiatore televisivo e critico letterario.


Di Gian Paolo Serino


27 maggio 2005