Dulce Chacón
Le ragazze di Ventas

“ Si tocca le ginocchia e ricorda. Alcol. Il dentista le aveva frizionato sulle ferite dell’alcol ed era stato peggio di quando ci avevano buttato sopra l’aceto, al secondo piano degli Interni. Sulla parete di quella stanza del secondo piano degli Interni c’era un crocefisso, sul pavimento una tavola con un mucchio di ceci e del sale. Alle due o alle tre di mattina la portavano su e poi la facevano scendere in mezzo a due di loro perché non poteva più reggersi in piedi.”

In appendice al libro ci sono i ringraziamenti dell’autrice, Dulce Chacón, a tutti coloro che le hanno raccontato la loro storia rendendo possibile il suo romanzo Le ragazze di Ventas, e così sappiamo che i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle pagine del libro, Pepita dagli occhi azzurri e sua sorella Hortensia, Reme e Tomasa, Elvirita e Donna Celia, Felipe e Paulino, sono veramente esistiti e tutte le atrocità perpetrate nel carcere femminile di Ventas, a Madrid, tra il 1936 e il 1945 sono accadute, certamente peggiori di come appaiono nelle parole di Dulce Chacón che stemperano la crudità del male. C’erano più di undicimila recluse nel carcere di Ventas, in uno spazio che poteva contenerne al massimo cinquecento, dodici prigioniere in una cella con un solo letto, donne che dormivano nei corridoi, latrine traboccanti, infermerie peggio dei lazzaretti, sporcizia, malattie, denutrizione, menomazioni e ferite provocate dalle torture. Eppure c’è uno spirito indomito nelle donne che sono state arrestate per aver creduto nella libertà, una fratellanza che le unisce in un sostegno reciproco, come se fossero tutte sorelle, e le sofferenze di una diventano quelle di tutte, la bimba che Hortensia dà alla luce prima che la condanna a morte venga eseguita è un poco la figlia di tutte, un abito in più è adattato per chi ne ha bisogno, si spartisce il cibo che le più fortunate ricevono dall’esterno. Raccontandoci le storie di queste donne Dulce Chacòn ci racconta anche la storia della guerra civile spagnola, alternando le voci delle prigioniere- Elvirita che ha le ginocchia sanguinanti perché l’hanno fatta stare in ginocchio sui ceci, Tomasa che viene chiusa nel “buco” per aver staccato con un morso il dito alla statua di Gesù, Reme che ha un bambino ritardato, e poi la donna che piange perché le sue bambine non l’hanno riconosciuta nell’orario di visita, e l’altra che si dispera perché è in menopausa, dopo vent’anni di prigione e a due mesi dalla scarcerazione- alle voci di chi è fuori, come Pepita o Donna Celia, per cui il tempo è scandito dagli intervalli tra una visita e l’altra alla prigione, e a quelle dei loro uomini che portano avanti la lotta con la guerriglia, nascosti sui monti- Felipe che non vedrà mai la bambina avuta da Hortensia, Paulino, che verrà aiutato a fuggire in Francia e poi sconterà sedici anni di prigione prima di poter sposare Pepita, il medico che non ha il coraggio di appoggiare apertamente i comunisti e altri ancora. Ci sono dei nomi di luoghi o di persone che ricorrono nelle loro storie, ognuno connesso al ricordo di qualche atrocità, la strage di Paracuellos e quella di Ciudad Real, gli uomini cacciati giù dalle scogliere di Cabo Mayor e le “Tredici Rose”, le ragazzine che erano state fucilate perché appartenenti alla Gioventù Socialista Unificata. C’è molta passione, nel romanzo di Dulce Chacòn, e c’è molto sentimento e, nonostante il sangue e gli spari e le morti, il messaggio che comunica è che vale la pena di vivere e morire per un’ideale.

Le ragazze di Ventas di Dulce Chacón
Titolo originale: La voz dormida
Traduzione di Silvia Sichel
351 pag., Euro 16,50 – Edizioni Neri Pozza (I Narratori delle Tavole)
ISBN: 88-545-0031-3

Le prime righe

Prima parte

1.

La donna che stava per morire si chiamava Hortensia. Aveva gli occhi scuri e non parlava mai ad alta voce. Solo quando il riso le saliva alle labbra, le sfuggiva un ah, madonna mia che non aveva ancora imparato a trattenere, e lo ripeteva quasi gridando tenendosi la pancia. Passava buona parte della giornata a scrivere in un quaderno azzurro. Portava i capelli lunghi raccolti in una treccia che le arrivava al sedere ed era incinta di otto mesi.
A parlare sottovoce ormai ci aveva fatto l'abitudine, a fatica, ma ce l'aveva fatta. E aveva imparato a non porsi domande, ad accettare l'idea che la sconfìtta penetra a fondo, molto a fondo, senza chiedere permesso e senza dare spiegazioni. E aveva fame, e freddo, e le facevano male le ginocchia, ma non riusciva a smettere di ridere.
Rideva.
Rideva perché Elvira, la più piccola delle sue compagne, aveva riempito di ceci un guanto per formare la testa di un burattino, e il peso le impediva di maneggiarlo. Ma non si arrendeva. Le sue piccole dita lottavano con il guanto di lana e la sua voce, flautata per l'occasione, accompagnava la pantomima per scacciare la paura.
La paura di Elvira. La paura di Hortensia. La paura delle donne accomunate dall'abitudine di parlare sottovoce. La paura nelle loro voci. E la paura negli sguardi sfuggenti per non vedere il sangue. Per non vedere la paura, altrettanto sfuggente, negli sguardi dei familiari.
Era giorno di visita.
La donna che stava per morire non sapeva che stava per morire.

© 2005 Edizioni Neri Pozza


L’autrice

Dulce Chacón è nata a Zafra in Spagna nel 1954. Scrittrice impegnata, narratrice, poetessa e drammaturga, ha dedicato molte opere alla ricostruzione della memoria della guerra civile spagnola. Tra i suoi romanzi Algùn amor que no mate, Bianca vuela manana, Hàblame, musa., de aquel varón, Cielos de barro. Le ragazze di Ventas è stato nominato libro dell'anno 2002 in Spagna. Dulce Chacón è scomparsa nel 2003, lasciando un vuoto incolmabile nella letteratura spagnola.


Di Marilia Piccone


20 maggio 2005