Gian Antonio Stella
Il maestro magro

“Dice dunque questa legge che se un maestro disoccupato riesce a mettere insieme una classe di persone adulte che non sanno né leggere né scrivere, può chiedere di occuparsene e ha diritto a uno stipendio. Certo, non lo stipendio intero. Fatichi, a mangiarci. Mica per altro la chiamano ‘la legge dei maestri magri’.”

Passare dalla saggistica alla narrativa non è sempre una scelta dagli esiti felici; non tutti i saggisti infatti sono in grado di sostenere una trama, di creare personaggi che abbiano una psicologia credibile e di rendere appassionante (o anche semplicemente interessante) una storia.
Ebbene queste difficoltà sembrano del tutto sconosciute a Stella, forse grazie all’incomparabile dote che fa sì che anche i suoi saggi siano affascinanti quanto i romanzi, sapendo fissare l’attenzione su uomini e donne veramente vissuti, sempre osservati però nella psicologia, nei particolari e nelle qualità umane che rimandano alla costruzione di un personaggio. Forse, inoltre, questo romanzo sa ben intrecciare trama e vicende dei protagonisti, un’ambientazione accurata e documentata grazie alla quale emerge una fotografia precisa dell’Italia del secondo dopoguerra, delle miserie e del riscatto dei suoi abitanti.
Dalla Sicilia al Polesine, da una povertà a un’altra: questo è il cammino che compie Osto (precisamente Ariosto Aliquò), il maestro, per fuggire disperazione, disoccupazione e mafia.
Qui conosce Ines, moglie (vedova?) di un “disperso”: finita la guerra le era arrivata una lettera da Erfurt, dove sembrava che l’uomo lavorasse, poi più nulla. E lei, che lo aveva avuto come marito per un mese solamente, neppure ne ricordava la faccia. Tutti e due hanno storie e ricordi da raccontarsi, su cui sorridere insieme o rattristarsi, insomma finiscono col volersi bene.
Quando Ines si trova davanti il marito, arrivato dalla Danimarca con un’altra donna per ottenere l’annullamento del matrimonio, non gli dice che il bambino che le vede accanto è suo, è solo desolata perché sperava che quell’uomo fosse morto e che lei fosse, automaticamente, una donna libera. La chiesa, il parroco, la mentalità dei tempi e in particolare di quei luoghi, segnavano come pubblici peccatori chi avesse una relazione al di fuori del matrimonio. Le legge poi puniva l’adulterio femminile e se la donna separata aveva un figlio la paternità veniva automaticamente attribuita al legittimo marito: per questo quando Ines si scopre incinta Osto va da un avvocato.
Anche nella locale sezione Pci l’atmosfera non è meno bigotta: “Il partito non può permettersi scandali”, gli dicono minacciosamente.
Così, quando nasce Grazia, viene registrata come figlia di Osto e di “donna che non vuole essere nominata”, come prevedeva la legge a quei tempi.
Stella inizia poi a raccontare altre storie: si passa dalla Sicilia al Polesine a Torino e sono tanti i volti di un’Italia in trasformazione, un’Italia di migranti e di poveri, ma anche di chi sa con fatica, attraversando le nuove mitologie e i nuovi falsi idoli, riscattarsi dalla miseria e dall’umiliazione. Un mondo in cui la chiesa e la politica hanno un gran peso anche nella vita quotidiana dei cittadini, ma in cui esiste ancora una grande solidarietà umana, un forte senso dello Stato e la fiducia nella possibilità di una promozione sociale che può essere conquistata e che sembra, stringendo i denti, a portata di mano .

Il maestro magro di Gian Antonio Stella
314 pag., Euro 17 – Edizioni Rizzoli (Scala italiani)
ISBN: 88-17-00093-0

Le prime righe

Parte prima

I tramonti della ballerina ferita

«Forse ha visto andar giù il sole dietro le valli di Lanzo. Forse no. Ed è rimasta lì, due giorni e tre notti, sul terrazzino. Lo sguardo fisso sulle montagne che salgono verso l'Uia di Ciamarella. Così» disse il frate. E incrociò le braccia enormi come se le posasse su un immaginario parapetto, per poi adagiarci sopra il mento e fissare il vuoto: «Due giorni e tre notti».
«Morta?» deglutì Costantino Santulli, che da quando era stato alle Nuove sei mesi per aver rubato due scatolette di carne e una lattina d'olio, «sei mesi tra gente che passava le notti a piangere e invocare i figli», soffriva quasi toccassero personalmente lui tutte le disgrazie di uomini e di donne che accadevano per il mondo, da Venaria al Kerala, dall'Ontano a Garavagna.
«Morta stecchita» sospirò il frate, allargando le mani come se dovesse spianare una mappa: «Stecchita!». E si toccò il crocefisso che portava al petto: «Requiem aeternam dona ei Domine et lux perpetua luceat...».
«E nessuno si è accorto di niente?»
«Nessuno.»
«Per due giorni e due notti.»
«Due giorni e "tre" notti.»
«Ma chi era?»
«Si chiamava Ebe Marchionni. La conosceva?»
«No... Non mi pare...»

© 2005 Edizioni Rcs Libri Spa


L’autore

Gian Antonio Stella, inviato del "Corriere della Sera", è una delle firme più brillanti del giornalismo italiano. Tra i suoi libri ricordiamo Schei, Lo spreco, Chic, Tribù, L'orda e Odissee. Questo è il suo primo romanzo.


Di Grazia Casagrande


13 maggio 2005