Antonio Scurati
Il sopravvissuto

Da quando ai professori si era concesso- o forse lo si era preteso?- che abbandonassero il loro tratto magistrale, che non si erigessero più a modelli da seguire, l’incongruenza tra le parole e le azioni, tra la predica e l’esempio, tra insegnante e insegnato, era divenuta la legge di gravitazione universale del cosmo scolastico.

C’è molta violenza all’inizio del libro Il sopravvissuto di Antonio Scurati, violenza nell’azione, uno studente uccide sette professori della commissione di maturità, violenza nell’immagine cruda della scena rappresentata in maniera quasi cinematografica, violenza nella scelta delle parole che non sfumano nulla: “Vitaliano Caccia ci massacrò a colpi di arma da fuoco il 18 giugno 2001”. Come per adeguarsi alla violenza che è spettacolo di ogni giorno in televisione e sui giornali, nella sfera pubblica e in quella privata, una dose quotidiana che serve da vaccino e dà assuefazione e cessa di stupirci. Fino a quando colpisce personalmente, come accade al professore di storia e filosofia, Andrea Marescalchi, l’unico sopravvissuto alla strage, che nei tre mesi seguenti si interroga su come sia potuto succedere quello che è successo, se lui stesso sia stato in qualche maniera colpevole, se in qualche modo possa avere influenzato Vitaliano Caccia. Si dà tempo fino a settembre, Andrea Marescalchi, fino a quando inizierà il nuovo anno scolastico e, se non arriverà a nessuna risposta, terminerà lui stesso l’opera dell’angelo sterminatore uccidendosi. E il flusso del tempo scorre in due direzioni, in avanti: con i funerali, il dolore dei parenti delle vittime e la messa in scena del cordoglio pubblico, la polizia che cerca vanamente una corresponsabilità di altri studenti, i titoloni dei giornali, l’occhio della televisione fisso sul paese che gode del suo momento di tragica importanza, mentre i media si appropriano del fatto e lo banalizzano strumentalizzandolo. Parole, fiumi di parole, per commemorare, dissezionare, cercare di spiegare, di colpevolizzare, di difendere. Parla il prete, parla il criminologo, il pubblico ministero, lo psicologo, l’ispettore ministeriale, si sovrappongono altre voci di persone appartenenti a un gruppo terapeutico di vittime di eventi traumatici. Tutte per coprire il rumore degli spari, mentre Andrea Marescalchi ascolta la propria voce, rilegge le parole che ha scritto nel diario e ripercorre il tempo all’indietro. E affiorano le domande nella testa del professore: ogni volta che era intervenuto o non aveva preso una posizione, nella cosiddetta “aula delle canne”, o quando Vitaliano aveva fatto a botte con uno spacciatore - o quando la ragazza di Vitaliano aveva abortito - aveva sbagliato? E quello che aveva detto durante le lezioni, come era stato recepito? Sono pagine da cui viene fuori un quadro freddamente realista della nostra società, una critica che più che spietata è rassegnata e dolente della grigia classe insegnante, ma anche una critica dei genitori e di tutto il mondo degli adulti schierati di fronte ai giovani come durante una battaglia. Il libro si chiude su una nota di speranza brevissima: il professore torna a scuola, ma è il 10 di settembre 2001, il giorno dopo sarà l’ultimo del mondo che conosciamo.

Il sopravvissuto di Antonio Scurati
370 pag., Euro 16,00 – Edizioni Bompiani
ISBN: 88-452-3385-5

Le prime righe

Prologo

Vitaliano Caccia ci massacrò a colpi di arma da fuoco il 18 giugno 2001, tre giorni prima del solstizio d'estate. Ci sterminò con una pistola semiautomatica, modello Beretta Centurion, calibro 9 per 19, sparandoci a sangue freddo e a bruciapelo. Il primo colpo fu esploso alle 8.46 antimeridiane, l'ultimo sette minuti più tardi.
A terra rimasero sette miei colleghi, quattro uomini e tre donne, sei docenti di ruolo più un insegnante precario con incarico annuale, un supplente.
In piedi rimanemmo soltanto io e lui. Lui l'assassino, io il sopravvissuto. Unico superstite, lasciato indietro a contare i morti e a maledirsi per non essere nel loro numero. A dannarsi per aver prediletto questo figlio bello e sciagurato con tanta capricciosa ostinazione da non aver scorto i suoi piedi caprini, da non aver mai intuito dietro alla sua noncuranza la spietata neutralità della natura riguardo agli affanni delle creature, da non aver mai udito nelle sue diuturne sonnolenze gli echi delle forre, delle grotte, delle caverne e di tutti gli altri luoghi selvaggi in cui erigeva i suoi santuari, da non aver mai scorto la testolina cieca della tenia cannibale che gli scalpitava negli intestini fare capolino da sotto la pelle tesa del suo ventre piatto.


© 2005 RCS Edizioni


L’autore

Antonio Scurati, nato a Napoli nel 1969, cresciuto tra Venezia e la Costiera Amalfitana, ha studiato a Parigi e negli Stati Uniti. Insegna Teoria e tecniche del linguaggio televisivo all'Università di Bergamo, dove coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Ha pubblicato i saggi Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale (finalista Premio Viareggio) e Televisioni di guerra. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il rumore sordo della battaglia, che ha ottenuto, tra gli altri, il Premio Fregene e il Premio Chianciano. Tiene una rubrica di critica della società mediata su "Duellanti" ed è condirettore del Ravello Festival.


Di Marilia Piccone


6 maggio 2005