Alberto Vigevani
Lettera al signor Alzheryan

“Ai miei occhi, lei rappresentava una finestra aperta sul mondo, non soltanto su quello delle frontiere, ma pure su quello dell’opulenza – con le sue tinte che mi apparivano di volta in volta orientali o barocche – e persino dell’avventura.”

Una cinquantina di pagine che racchiudono un vero gioiello. Le pagine critiche, apparse sui quotidiani italiani in quest’ultimo periodo, concordano nel segnalare che questo libriccino di Alberto Vigevani, recentemente pubblicato da Sellerio, è un piccolo capolavoro di eleganza e di stile, oltre che una delle prove letterarie che meglio sanno riprodurre un “clima”, un’atmosfera che la seconda guerra mondiale e, in particolare la persecuzione ebraica, hanno definitivamente travolto e cancellato.
Il signor Alzheryan, a cui è rivolta questa lunga lettera, è già morto quando il narratore si accinge a scrivere e già da questo particolare si coglie l’esplicita pretestuosità della modalità narrativa: una lettera per l’esigenza di fissare un ricordo, una lettera per meglio dialogare con la propria memoria, una lettera per la fiducia di avere comunque un destinatario (il lettore?) con cui condividere i ricordi e le emozioni. A scrivere è un adolescente che rievoca l’ammirazione infantile nei confronti del padrino, un finanziere internazionale, dotato (ai suoi occhi di bambino) di una “perfezione fisica e morale spontanea”. Da tratti fisici e comportamentali, dalla realtà che circonda tutti i vari attori di questa vicenda, è evidente che si sta parlando di un ceto altoborghese ebraico, una dimensione del vivere che si circonda di bellezza e gusto, frutto di intelligenza, oltre che di denaro. Il signor Alzheryan era stato molto generoso quando gli aveva fatto dono, praticamente alla nascita, di un preziosissimo medaglione d’oro arricchito da perle. Il destino e la poca prudenza dei suoi genitori ne avevano consentito il furto: forse per questo non erano seguiti doni altrettanto preziosi (questa è la giustificazione che il narratore dà, quasi a consolazione del non essere stato menzionato nel testamento del padrino). Ecco che l’elegante figura di Alzheryan si fa più nitida agli occhi del lettore, e anche chi scrive acquisisce sempre maggiori elementi di ammirazione: bello, raffinato, ricco, intelligente, sensibilissimo (“Un fascio di nervi sotto un mantello di seta”) e controllato nello stesso tempo. Attraversa indolore la Grande Crisi che aveva travolto tante ricchezze, probabilmente qualche screzio di tipo professionale con il padre ne dirada un po’ la frequentazione che non si interrompe del tutto se, ormai adolescente, l’Alberto Vigevani qui descritto, va a trovarlo con il padre, quando sono vicini i sentori della morte. Brevi gli accenni alla malattia, raddolciti da una presenza femminile rassicurante, così come la scomparsa è sottintesa e mai descritta. Anche l’immane tragedia che il popolo ebreo attraverserà da lì a pochi anni è solo accennata (ma con quale potenza!) da qualche frase quasi gettata lì distrattamente.
Nella splendida nota Sinfonia in tre tempi di Carlo Fruttero il lettore è introdotto con grande sapienza a questo breve testo in cui la ricchezza linguistica dell’autore sa attribuire “a ciascuno il suo mot just”, e sa altrettanto abilmente riproporre, con brevi cenni, qualche parola e qualche personaggio secondario (mirabile la straripante sorella) un mondo e una cultura spazzati via dalla Storia.

Lettera al signor Alzheryan di Alberto Vigevano
Con una nota di Carlo Fruttero
76 pag., Euro 9,00 – Edizioni Sellerio (La memoria n. 650)
ISBN: 88-389-2022-2

Le prime righe

Caro signor Alzheryan, la prego di non sorridere nel ricevere questa lettera. Sento l'esigenza improrogabile di scriverle, come non fosse morto da tanti anni. È vero che lei credeva nell'immortalità dell'anima individuale, inclusi affetti superstizioni e, mi pare chiaro, la memoria, certo il maggiore fra gli attributi dell'immortalità. Infatti, in omaggio alla sua fede, ha lasciato gran parte dei beni che le appartenevano - immobili di prestigio, situati in quartieri residenziali - alla Comunità israelitica di Berlino. Non poteva, evidentemente, immaginare l'avvento di Hitler, anche se era famoso per la sua preveggenza e se le malelingue sostengono poi che al Signore si lascino i pesi troppo imbarazzanti -: ville di trenta stanze, per esempio, ora che non c’e più servitù - come un tempo si offrivano le figlie senza dote. La Comunità, in ogni caso, poté riscuotere appena due o tre semestri di affitti.
È meglio precisare subito, anche per me, le cause di una esigenza tanto impellente. La sua figura, in primo luogo, da qualche tempo torna a galla con insistenza quando ritenevo fosse definitivamente naufragata insieme con molte altre legate ai primi anni della mia esistenza.

© 2005 Sellerio Edizioni


L’autore

Alberto Vigevani (Milano 1918-99) narratore, editore, curatore di testi classici, bibliofilo esperto, scrisse romanzi ispirati a memorie autobiografiche, racconti e raccolte di liriche. Tra le sue opere: La febbre dei libri, Estate al lago.


Di Grazia Casagrande


6 maggio 2005