Carmelo Bene e Giancarlo Dotto
Vita di Carmelo Bene

“Un grande artista, se davvero se ne sbatte dell’arte lasciandola a quello che è, ingloriosa defecazione, si pone per quello che è, un pericolo pubblico, un criminale. In questo senso , sono stato, sono un criminale. Ho sempre cercato il mio patibolo. Il cemento delle teste vuote contro cui andarmi a disintegrarmi. Mai cercando il sociale”.

Non è un libro: è un’apparizione, una lacerazione, una ferita di carta che apre squarci nel nostro quotidiano. E’ il genio di Carmelo Bene che esplode con tutta la sua (in)comprensibile follia contro la nostra “solitudine di branco”, contro la nostra inumazione-condanna di “gente felice”, di persone (dall’etimo latino: maschere) prestate al sociale, all’osceno (dall’etimo greco: ciò che è fuori dalla scena) delle nostre giornate da lavoratori forzati. Non c’è Bene…per Bene: per Carmelo Bene noi viviamo in un lager, ma nessuno vuole ammetterlo. Per Bene viviamo tra “piccoli lager parziali”: letti matrimoniali, cabine elettorali, asili nido…
“E’ la folla come fallo, è l’errore di massa. Non l’erranza. E’ finita quell’erranza, il nomadismo, il pensiero. Dove c’è qualità si muore. Si tocca il filo rosso. Crepi. E’ cortocircuito”.
Per Bene non esiste il buon senso perché il buon senso non può mai essere comune: “E’ solo delicazzitudine”. Per questo non esistono mai interlocutori al mondo: “Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia”.
Nulla sfugge a Bene. Non la letteratura: “Maggiore o minore è, comunque, non soltanto menzogna, è chirurgia scongiurata, devitalizzata, guazzabuglio di vita simulata”.
Non lo spettacolo: “L’intrattenimento ormai è demandato alle casalinghe, traslocate dal bordello domestico a quello televisivo”.
Non l’informazione: “I giornalisti sono impermeabili a tutto. Arrivano sul cadavere caldo, sulla partita, a teatro, sul villaggio terremotato, e hanno già il pezzo incorporato. Il mondo frana sotto i loro piedi, s’inabissa davanti ai loro taccuini, e tutto quanto per loro è intercambiale letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cazzate sulla tastiera. Cinici? No frigidi”.
Non la Repubblica “fondata sul lavoro”: “Gli impiegati andrebbero murati in casa. La domenica. Murare le finestre. Magari non in cemento, con dei mattoni forati. Quando vanno al lavoro possono sbizzarrirsi. Inalare qualche boccata di smog. Altro che verdi. Ecologicamente, la presa d’aria deve essere letale”.
A salvarsi, per Bene, è forse solo la poesia perché è “distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e soprattutto, urgenza, vita, sofferenza. E’ l’abisso che scinde orale e scritto”.
Questo e altro troverete in questa “Vita”: la vita di un artista che, forse, era troppo per ciascuno di noi. Adesso, come ha scritto Giancarlo Dotto, ognuno può portarsene via il pezzo preferito della sua sconfinata biografia. L’attore sublime, l’intellettuale aforistico, il cineasta, lo scrittore, il poeta, la voce. Lo scandaloso e il solitario, l’incantatore e il serpente, il vampiro e la ferita sempre aperta.
Un’unica avvertenza, ma l’avrete già compreso. Non è possibile leggere questa vita senza subirne delle ustioni, senza dover cercare tregua altrove, nel mondo dei normali, dove tutto non precipita contro il limite.

Vita di Carmelo Bene di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto
422 pag., ill., Euro 10,00 – Edizioni Bompiani (Tascabili. I libri di Carmelo Bene n. 942)
ISBN: 88-452-3350-2

Le prime righe

I

SI NASCE

Un giorno si viene al mondo

Andiamoci piano con questa storia che un bel giorno si nasce. Non è così scontato. In quegli anni venire al mondo e farla franca era come scampare ad Auschwitz. La gestante era una signora a rischio, destinata quasi sempre a perire. Lei o il bambino. Qualche volta entrambi.

Tu, infelicemente, ce l’hai fatta.

Uno dei pochi. E’ per questo che quelle annate eroiche si dicono “classi di ferro”, ma la guerra e il fronte non c’entrano. Il fatto di essere nati costituiva di per se un’impresa. Sopravvivere ai tumulti dell’utero, a questo natale bellico, allora funesto nel novanta per cento dei casi. Più che nato, sono stato abortito. Ecco, io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente.

© 2005 Edizioni Bompiani


L’autore

Carmelo Bene nasce a Campi Salentina (Lecce) nel 1937. Compie i primi studi classici presso un collegio di gesuiti. Nel 1957 si iscrive all'Accademia per lasciarla l'anno dopo considerandola inutile. Debutta come attore nel 1959 a Roma come protagonista del "Caligola" di Albert Camus. Successivamente diventa regista di se stesso, inizia a compiere un'opera di manipolazione integrale dei "classici" che chiama "variazioni". Esplode infine il caso Carmelo Bene: Alberto Moravia, Angelo Maria Ripellino, Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini sono solo alcuni degli intellettuali che vengono affascinati da Ben. Comincia poi l'esperienza cinematografica, prima come attore nel film di Pasolini Edipo Re, poi come regista del film Nostra Signora dei Turchi. Il film al Festival di Venezia vince il Premio speciale della giuria. Due altri film sono Capricci (1969) e Don Giovanni (1970). Con Salomè (1972) e Un Amleto in meno (1973) si chiude la sua esperienza cinematografica. Torna al teatro con La cena delle beffe (1974) e con S.A.D.E. (1974) e ancora con Amleto (1975). Molto importante è la sua cosiddetta "svolta concertistica", rappresenta infatti Manfred (1980) un poema sinfonico con musiche di Shumann che raccoglierà successi di pubblico e critica. Nel 1981 dalla Torre degli Asinelli a Bologna recita la Lectura Dantis, poi seguono Pinocchio (1981), Adelchi (1984), Hommelette for Hamlet (1987), Lorenzaccio (1989) e L'Achilleide n. 1 e n. 2 (1989-1990). Nell’archivio di Café Letterario è possibile leggere la recensione a ‘l mal de’ fiori. È morto a Roma nel marzo del 2002 all’età di 64 anni.


Di Gian Paolo Serino


29 aprile 2005