Magda Szabò
La porta

Quelli che stavano in alto, di qualunque segno fossero, anche se volevano l’interesse di Emerenc, erano tutti uguali, tutti oppressori: il mondo di Emerenc ammetteva solo due categorie di uomini, chi maneggia la scopa e chi non lo fa, e da chi non scopa ci si può aspettare di tutto…

È la fortuna dei nostri tempi, che l’aprirsi delle frontiere, l’accorciarsi delle distanze e la maggiore conoscenza delle lingue abbiano reso possibile la pubblicazione delle opere di grandi scrittori stranieri finora a noi sconosciuti. È il caso dell’ungherese Magda Szabó, di cui Feltrinelli aveva pubblicato un romanzo nel 1964 e di cui l’Einaudi pubblica ora La porta: un capolavoro. In apparenza sono due le protagoniste del romanzo, la scrittrice stessa ed Emerenc, la donna che svolge le faccende domestiche; in realtà la scrittrice si tira da parte, il suo ruolo è quello di presentarci Emerenc, di farla vivere davanti ai nostri occhi, di renderle un omaggio tardivo e di mettere a tacere i suoi sensi di colpa perché “devo ammettere che Emerenc l’ho uccisa io”. Dunque Emerenc è la donna delle pulizie, un personaggio che si rivela subito straordinario: sulla sessantina, una lavoratrice infaticabile che fa la portinaia in una palazzina, spazza la strada tenendola libera dalla neve, pulisce, lava, cucina in casa della scrittrice. Ma fa quello che vuole lei e quando vuole lei, va e viene alle ore più impensabili, ha la sua idea su tutto, una saggezza antica e una schiettezza paralizzante: nessun regime politico durante le travagliate vicende dell’Ungheria è riuscito a intimidirla, nessun educatore del popolo ha saputo metterla a tacere o impedirle di fare quello che lei ritiene giusto fare. Perché Emerenc, dietro quell’apparenza scorbutica, dietro la porta chiusa che non è solo quella della casa in cui non lascia entrare nessuno, ha un cuore grande che prova compassione per tutti. Lei salva tutti, uomini e bestie, perché chi è perseguitato deve essere salvato e può capitare che i ruoli si invertano e l’oppressore diventi l’oppresso.
La vita di Emerenc viene fuori “a spizzichi e bocconi”, ogni tanto è lei che racconta qualcosa, ogni tanto la scrittrice viene a sapere qualcosa da altri: negli anni ‘30 aveva nascosto un personaggio politico importante, poi, durante la guerra, un tedesco insieme a un russo, e infine, quando era iniziata la persecuzione degli ebrei, aveva sfidato le convenzioni per salvare una bimba, facendola passare per figlia sua, un “errore”. Ha una vera passione per gli animali, un’intesa immediata con il cane Viola che è innamorato di lei (un altro personaggio a tutto tondo del libro), con i gatti che tiene nascosti in casa dietro quella porta chiusa. Quando alla fine la porta sarà forzata, è anche l’intimità stessa della vecchia che viene violata, la sua dignità che viene distrutta. E poco importa che la scrittrice abbia organizzato questo “tradimento” per salvare la sua vita, a Emerenc importava maggiormente salvare il suo onore, l’immagine di sé che aveva costruito per tutta una vita. La porta è un romanzo su un’amicizia straordinaria tra due donne lontanissime per condizione sociale, vita e interessi, su quanto si possa dare e ricevere aprendo il cuore a un legame in apparenza difficile e improbabile, un ritratto alla Rembrandt di una grande vecchia che ci riporta alla mente una figura simile e indimenticabile: la protagonista de Il diario di Jane Somers della Lessing.

La porta di Magda Szabò
Titolo originale: Az ajtó
Traduzione di Bruno Ventavoli
247 pag., Euro 17,00 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-16963-7

Le prime righe

La porta

Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico e inesorabile delle notti aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre più compatta, sempre più opprimente, un orrore più tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell'incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando.
I miei sogni sono assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell'androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d'acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un'ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette iridescenti degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna. La chiave gira nella serratura, ma i miei sforzi sono vani, non riesco ad aprire il portone, eppure so che devo far entrare gli infermieri altrimenti arriveranno troppo tardi dal mio malato. La serratura è bloccata, la porta non si muove, come se fosse saldata al telaio d'acciaio. Grido, invoco aiuto, ma nessuno degli inquilini che abitano sui tre piani della casa mi ascolta, non possono farlo perché - me ne rendo conto - boccheggio a vuoto come un pesce, e quando capisco che non solo non riesco ad aprire il portone ai soccorritori, ma sono anche diventata muta, il terrore del sogno raggiunge il culmine.

© 2005 Einaudi Edizioni


L’autrice

Magda Szabò (nata a Debrecen nel 1917) è una delle più grandi scrittrici ungheresi. Ha scritto numerosi romanzi, fra cui L’altra Ester, drammi e raccolte di poesie. La porta accanto è considerato il suo capolavoro.


Di Marilia Piccone


29 aprile 2005