Koji Taki
Il ritratto dell’Imperatore

“Quest’opera si svilupperà intorno alla visualizzazione del potere, attraverso un complesso meccanismo nel quale s’intrecciano politica, società e cultura nazionale e internazionale, cercando di avvicinare gradualmente il sovrano allo sguardo della modernità, che è poi quello dell’immagine, della fotografia.”

È il momento di riparlare della storia del Giappone. La crisi internazionale che coinvolge i rapporti diplomatici con la Cina, partita tempo fa sull’onda dei testi di storia del Paese del Sol Levante che ignoravano volutamente alcuni momenti drammatici dei rapporti fra le due nazioni, comprese le azioni terribili commesse in territorio cinese dagli invasori giapponesi tra Otto e Novecento (acuitesi negli anni Trenta del secolo passato), si innesta su una acerrima competizione di tipo economico-territoriale, ma anche culturale, che vede coinvolti più i poteri economico finanziari delle due nazioni che reali tematiche di etica politica. Comunque, molti ragazzi giapponesi crescono senza conoscere alcuni episodi gravi, spesso atroci avvenuti in Cina (ma anche altrove) per mano dei loro predecessori (inutile sottolineare per contro che la Cina non brilla per imparzialità nell’analisi storica). Dal punto di vista occidentale la storia di questa zona del mondo è studiata superficialmente e in modo troppo affrettato. Così si creano idee preconcette o si ignora un passato importante che riguarda epoche antecedenti al periodo storico incriminato. Scoprire le radici di una civiltà vuol dire conoscerla meglio e anche capire alcuni atteggiamenti che a uno sguardo più superficiale sembrano incomprensibili.
Il ritratto dell’Imperatore è un testo importante in questo senso perché, partendo da un particolare curioso apparentemente di pura cronaca, ricostruisce la storia politica del Giappone all’alba della “modernizzazione” (termine chiave per cogliere l’essenza della sua storia recente) e ci fa comprendere l’evoluzione interna della struttura politica e sociale, degli equilibri di potere, e il ruolo altamente simbolico che ha avuto in questa trasformazione la figura divina dell’Imperatore, la sua immagine, prima nascosta a tutti, relegata nelle mura del castello, poi mostrata addirittura in parata. E laddove non fosse stato possibile ammirare il vero corpo dell’Imperatore, questo poteva essere sostituito egregiamente da una fotografia: “Il rituale delle parate imperiali, durante il lungo periodo nel corso del quale era stato celebrato, aveva gettato in tutto il paese solide basi per la creazione di uno spazio fisico che catalizzasse lo sguardo del popolo e lo portasse a convergere nel suo centro, e questo indifferentemente dalla presenza o meno dell’Imperatore. Pertanto, se quello spazio fosse stato occupato dalla fotografia dell’Imperatore piuttosto che da lui in carne ed ossa, la strategia avrebbe conservato la propria efficacia”. A complicare ulteriormente la questione dal punto di vista semantico è il fatto che la fotografia (Go-shin-ei) diffusa “ufficialmente” nel 1888, in una strategia di gestione monopolistica del ritratto, non era in realtà la fotografia “vera” dell’Imperatore, ma quella (studiata attentamente secondo canoni precisi di comunicazione) del suo ritratto pittorico eseguito dall’artista italiano Edoardo Chiossone (del quale sono svelate curiosità interessanti sul lavoro svolto e riprodotte alcune opere realizzate in quegli anni in Giappone), esperto nella tecnica a conté. In realtà, per la precisione, questa non fu l’unica fotografia eseguita. Anzi, il saggio racconta l’evoluzione dell’immagine dell’Imperatore (venerata come la persona stessa), degli scatti a lui fatti anche precedentemente a quello principale (vengono riprodotti quelli del 1872 e del 1873), del rapporto tra i giapponesi e il fotoritratto. Insomma una quantità di temi estremamente interessanti si sviluppano da questo nucleo centrale, ricostruendo un’epoca e una mentalità nel suo complesso.
Non si tratta di un saggio semplice, è necessario premetterlo, ma sicuramente di uno studio affascinante, che necessita di un po’ di allenamento terminologico per entrare nella storia, ma che, una volta avviata questa ginnastica mentale, ci riserva sorprese così interessanti da ripagare in pieno il piccolo sforzo fatto. Koji Taki, docente di estetica e semiologia, ricostruisce dettagliatamente non solo un fondamentale cambio “d’immagine” per l’Imperatore avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento con la Restaurazione Meiji, ma la formazione di una certa mentalità giapponese che ha accompagnato questo popolo sino alla Seconda guerra mondiale e ancora in parte ne condiziona alcuni comportamenti, come l’autore stesso scrive.

Il ritratto dell’Imperatore di Koji Taki
Traduzione Yosuke Taki
233 pag., ill., Euro 22,00 – Edizioni Medusa (Le Porpore n.7)
ISBN 88-7698-008-3

Le prime righe

I

Oggi il Giappone è un paese sviluppato, una delle forze economiche e tecnologiche più forti del mondo in cui trova spazio anche un'attivissima produzione culturale, nonché artistica, ma questo soltanto dalla seconda metà del XIX secolo, momento in cui il paese è passato dalla società feudale allo Stato moderno. Durante la transizione ci fu in Giappone un grande sovvertimento politico, ma non si trattò di una rivoluzione voluta dal popolo. Il cambiamento politico che definì il destino del Giappone del futuro fu, al contrario, una rivoluzione operata dall'alto, una restaurazione monarchica. Ed effettivamente, nella storia giapponese, questa fase viene chiamata "Restaurazione Meiji".
Per essere un paese che per più di duecento anni aveva interrotto i rapporti con l'Occidente, tranne che con l'Olanda, quella del Giappone fu una modernizzazione sorprendentemente rapida. A differenza degli altri paesi asiatici che subirono uno dopo l'altro la colonizzazione delle potenze occidentali, il Giappone non solo evitò quella sorte, ma in pochi decenni riuscì a costruire una forza armata potentissima che lo mise in grado a sua volta di compiere invasioni di stampo imperialistico in competizione con i lontani paesi dell'Occidente. Tuttavia questo tipo di modernizzazione produsse, assieme al superamento del sistema feudale in tempi così brevi, una forte distorsione rispetto alla storia nazionale giapponese, distorsione che, per poter governare secondo le nuove regole, il regime imperiale s'impegnò a tenere repressa.
Rispetto alla modernizzazione delle società occidentali, grazie alla formazione delle società civili, la modernizzazione del Giappone seguì un percorso molto particolare, persino opposto alla prima.

© 2005 Edizioni Medusa


L’autore

Koji Taki è nato a Kobe nel 1928. Filosofo, critico d’arte e d’architettura, ha insegnato estetica e semiologia all’Università di Chiba e in altri atenei. Ha scritto molti saggi sull’architettura giapponese contemporanea. Tra le sue opere principali si ricordano: La poetica delle cose, Tentazioni della fotografia, La risata di Sisifo, Sulle guerre e I viaggi del capitano Cook (tre volumi).


Di Giulia Mozzato


22 aprile 2005