La biografia


Amélie Nothomb
Biografia della fame

“Ubriacarmi d’acqua era la mia felicità mistica e non danneggiava nessuno. Non esisteva alcuna esperienza che mi soddisfacesse tanto, dandomi la prova dell’esistenza di una generosità realmente inestinguibile. In un mondo in cui tutto era contato, dove anche le porzioni più esagerate mi sembravano dettate da un razionamento, l’unico infinito affidabile era l’acqua, rubinetto aperto sulla sorgente eterna. Non so se la potomania fosse una malattia del mio corpo. Ci vedrei piuttosto la salute della mia anima: non era forse la metafora fisiologica del mio bisogno d’assoluto?”

La fame è universale, è storia, è vita. Sulla fame sono nate intere evolutissime civiltà (perché no, quella cinese, tra le molte), con la fame convivono miliardi di persone. Fame obbligata e fame voluta. Su entrambe la Nothomb è una vera esperta. “La fame sono io”, scrive all’inizio di uno dei primi capitoletti del romanzo. La biografia della fame non può che essere la sua autobiografia. Per chi ha già letto titoli come Stupore e tremori, La metafisica dei tubi o Antichrista è una conferma. Per i lettori che non la conoscono è un buon punto di partenza, una ottima chiave di lettura per capire i temi che attraversano tutta la sua opera. E per intuire l’uso di un certo tipo di linguaggio che la caratterizza: un francese costruito “alla giapponese”, che non è neppure belga, è “altro” e ricorda un po’ il franponese inventato nell’infanzia di cui l’autrice è affamata come del cibo, dei luoghi, del clima del Paese del Sol Levante. Questa caratteristica, che inevitabilmente si perde nella traduzione italiana, è una delle componenti principali del suo strepitoso successo in Francia, oltre alle tematiche originali, raramente percorse prima da scrittori della sua generazione: il rapporto con il Giappone, la sofferenza di un’adolescenza difficile e nomade, al traino di un padre diplomatico trasferito dal Giappone alla Cina, da New York al Bangladesh alla Birmania, al Laos, la forte attrazione per una certa vena masochistica dell’esistenza e dei comportamenti umani, l’autopunizione di una anoressia scelta, voluta, corteggiata sino al limite della morte a soli 13 anni, e poi combattuta dal fisico contro la mente, dalla passione contro l’intelletto (“la mia testa si arrese, il mio corpo si ribellò contro la mia testa. Rifiutò la morte”).
Amélie Nothomb è una autrice di culto in Francia e lo sta diventando anche nel nostro Paese. Corretta e seria nei suoi rapporti con la prima casa editrice italiana che l’ha scoperta e tradotta, Voland, non ha mai abbandonato questo marchio per passare a un altro con maggiore diffusione e visibilità. Non ne ha bisogno. E la Voland ha fatto un accordo con la Guanda che sta ripubblicando i titoli già editi dell’autrice belga, in edizione economica nelle Fenici Tascabili, ma mantenendo, con buona pace di tutti, ogni diritto di pubblicazione delle sue opere. Disponibile a incontrare il pubblico, a rispondere a ogni domanda, con pazienza, è anche sommersa di doni (strana abitudine dei suoi fans, poco diffusa in ambito letterario), pensieri, fotografie, e-mail. Non è cinica né scostante, e neppure fredda. Il suo dark è limitato a un certo aspetto, che non fa “paura”. Non è minuta come può apparire in fotografia, è “normalmente” pallida, come lo sono tante donne europee, non si atteggia a scrittrice maledetta, sorride spesso e ha l’aria consapevole e matura di una donna della sua età, non più giovanissima. È un’autrice che ha scritto 55 romanzi ma ne ha pubblicati molti meno, dunque è anche dotata di una certa dose di autocritica che le fa scegliere con attenzione tra i suoi testi quelli più adatti alla pubblicazione, forse quelli più riusciti e completi.
Ha una passione letteraria compulsiva: legge ogni tipo di autore, è curiosa di tutto. E la sua formazione di lettrice ha radici “antiche”, come lei stessa racconta proprio in questo libro. Incredibile che i suoi libri pre-adolescenziali siano stati I miserabili, La cire verte di Colette, Il padiglione d’oro di Mishima, La certosa di Parma, L’altrui mestiere, Se questo è un uomo, La metamorfosi di Kafka e Le ragazze da marito di Montherlant.
Torniamo alla fame per riprendere in chiusura l’inizio della biografia: probabilmente, come scrive la Nothomb, l’unico popolo che non conosce la fame è quello delle isole dell’arcipelago Vanuatu (un luogo che “sembra quasi non interessi a nessuno”), dove non manca nulla, dove il nutrimento si trova senza fatica, e la vita è talmente facile da diventare noiosa. Tutto ciò che arriva da quella parte di mondo è insipido, privo di personalità e interesse. Perché? Perché “quella gente non sogna il cibo”, non ha mai avuto fame, dalla notte dei tempi. Sarà davvero così? La fame è l’essenza della vita, della creatività, del passato e del futuro?

Biografia della fame di Amélie Nothomb
Titolo originale: Biographie de la faim
Traduzione di Monica Capuani
146 pag., Euro 13,00 – Edizioni Voland (Amazzoni)
ISBN: 88-88700-42-0

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
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L'arcipelago dell'Oceania anticamente detto delle Nuove Ebridi, che oggi risponde al nome di Vanuatu, non ha mai conosciuto la fame. Al largo della Nuova Caledonia e delle Isole Fiji, il Vanuatu ha beneficiato per millenni di due atout, rari entrambi ma la cui coesistenza è rarissima: l'abbondanza e l'isolamento. Quest'ultima virtù, trattandosi di un arcipelago, certo ha un po' del pleonasmo. Isole molto frequentate però se ne sono viste, mentre nessun arcipelago è stato così poco visitato quanto quello delle Nuove Ebridi.
È una strana verità storica: nessuno ha mai avuto voglia di recarsi nel Vanuatu. Perfino una diseredata della geografia, come l'isola della Desolazione, ha i suoi estimatori: il suo stato di totale abbandono ha qualcosa di attraente. Se ci tieni a sottolineare la tua solitudine o a recitare la parte del poeta maledetto, farai un figurone dicendo: "Sono appena tornato dall'isola della Desolazione." Se torni dalle Marchesi, susciterai una riflessione ecologica, se rientri dalla Polinesia, evocherai Gauguin, ecc. Tornare dal Vanuatu non provoca alcuna reazione.
Ed è tanto più bizzarro dal momento che le Nuove Ebridi sono isole affascinanti. Possiedono quell'attrattiva propria di tutta l'Oceania e che riesce a farti sognare: palme, spiagge di sabbia fine, noci di cocco, fiori, vita facile, ecc. Si potrebbe parodiare Vialatte e dire che sono isole estremamente insulari: perché allora la magia dell'insularità, che funziona per il più piccolo scoglio emerso, nulla può quando si tratta di Vate e le sue sorelle?
Sembra quasi che il Vanuatu non interessi a nessuno.
Questo disinteresse mi affascina.
Ho sotto gli occhi la carta dell'Oceania nel vecchio Larousse del 1975. All'epoca, la Repubblica del Vanuatu non esisteva ancora: le Nuove Ebridi erano un condominio franco-britannico.
La carta geografica parla chiaro. L'Oceania è separata da quei fenomeni assurdi e meravigliosi che sono le frontiere marittime: un universo complicato e rigoroso come il cubismo. Anche l'insiemistica vi gioca la sua parte: così, le Wallis hanno un'intersezione con le Samoa, che a loro volta sembrano appartenere alle Cook — insomma, una ragnatela incomprensibile. Si scoprono complessità politiche, vedi crisi incandescenti: una contestazione oppone gli Stati Uniti e il Regno Unito a proposito delle isole della Ligne, poco note anche con il nome favoloso di Sporadi Equatoriali. Le Caroline, che hanno trovato il sistema per appartenere contemporaneamente all'Australia, alla Nuova Zelanda e alla Gran Bretagna, spingono la loro perversione fino ad essere però sotto tutela inglese. Ecc.
Va detto che l'Oceania è l'eccentrica dell'atlante. In mezzo a tante stramberie, il Vanuatu colpisce per la sua atonia. Che è assolutamente priva di giustificazioni: aver subito la dominazione congiunta di due paesi per tradizione così nemici come Francia e Gran Bretagna e non essere riuscito a suscitare neanche il più piccolo litigio, è proprio cattiva volontà. È alquanto penoso aver conquistato la propria indipendenza senza che nessuno la contesti - e senza che nessuno ne parli!
Da allora, il Vanuatu è ferito. Non so se le Nuove Ebridi lo fossero già. Il Vanuatu sì, è incontrovertibile. Ne ho le prove. I casi della vita hanno fatto in modo che ricevessi un catalogo d'arte oceanica, con una dedica a mio nome (perché?) da parte dell'autore, cittadino del Vanuatu. Questo signore, il cui patronimico è così complicato che non riesco a trascriverlo, stando alle sue poche righe manoscritte, ce l'ha con me:

Ad Amelie Nothomb
Sì, lo so, lei se ne infischia.
Firma
11/7/2003.

Sgranai gli occhi leggendo quelle parole. Perché mai quell'individuo decretava, senza avermi mai incontrata, che il suo catalogo avrebbe suscitato in me una tale grossolana indifferenza?
L'ignara assoluta, che sarei io, sfogliò dunque il libro illustrato. E noto che non so nulla di quelle cose: la mia opinione è la più insignificante dell'universo. Ma non per questo non ne ho una.

© 2005 Voland Edizione

biografia dell'autrice
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Amélie Nothomb, belga, è nata a Kobe (Giappone) nel 1967. I suoi libri hanno ormai conquistato milioni di lettori e fans appassionati. L’esordio a ventitré anni con Igiene dell’assassino, cui ha fatto seguito, ogni anno, un romanzo accolto con identico successo. Moltissimi i premi ricevuti, fra i più importanti il Gran Premio dell’Académie Française (nel 1999) per Stupore e tremori, da cui è stato tratto anche un film.




15 aprile 2005