Marco Varvello
Dimentica le Mille e una notte
Salima, diciassette anni, sposa per forza

“E allora sappi che i genitori esistono proprio per guidarti, aiutarti, prepararti la strada. Noi possiamo vedere le cose più chiaramente, abbiamo più esperienza, possiamo leggere nelle persone con l’occhio della mente, non solo quello del cuore.”

La storia raccontata da Varvello introduce, o meglio dovrebbe avviare, un dibattito su quelle che sono e saranno i problemi, le difficoltà e i condizionamenti della seconda generazione d’immigrati. Se infatti gli adulti che emigrano, anche se molto giovani, hanno comunque una personalità strutturata e una cultura fortemente radicata nelle tradizioni del paese d’origine, lo stesso discorso non può adattarsi a chi è nato, ha studiato ed è cresciuto nel Paese ospite. Il tema è stato recentemente affrontato in ambito cinematografico da Ken Loach con Un bacio appassionato (film presentato al 54° Festival di Berlino e vincitore del Premio della Giuria Ecumenica), in cui si mostra il drammatico rapporto con la tradizione delle nuove generazioni, tema molto simile a quello trattato nel romanzo.
Salima è una studentessa diciassettenne di origini pakistane, nata e cresciuta in Inghilterra. Una notizia anima in modo piacevole la sua vita familiare: faranno un viaggio in Pakistan per far visita al resto della famiglia e in particolare al nonno ammalato. In casa, a Londra, si parla il punjabi, la lingua pakistana, il cibo che la madre prepara è quello tradizionale: insomma i genitori vivono nel timore che i ragazzi perdano le loro radici e disperdano una cultura e un’identità di cui si sentono invece profondamente orgogliosi. Qualche sospetto sulle vere ragioni del viaggio inizia a insinuarsi nella mente di Salima, pagine di diario intervallano la narrazione degli eventi compiuta in terza persona e il lettore può sentire con maggiore emozione l’evoluzione dei pensieri e dei sentimenti della “vittima designata”: dapprima l’allegria per il viaggio, i preparativi festosi che, a mano a mano che la data della partenza si avvicina, iniziano invece a diventare fonte d’ansia. Perché deve comprarsi degli abiti così belli? Che cosa la sta aspettando in Pakistan? Dubbi, paure che si insinuano nella sua mente, che la turbano. Una sola rassicurazione: la madre e anche il padre le dicono che, “nel caso si imbattesse in un ragazzo adatto”, l’ultima parola spetterebbe a lei. Il viaggio, l’arrivo, l’incontro con Rashid, il cugino destinato a sposarla. La voce narrante (del diario) e lo sguardo del narratore si spostano quindi su di lui, un bravo ragazzo semplice e serio, un buon musulmano. Per lui è logico, inevitabile che siano i genitori a decidere: questa è la sua cultura, questa la tradizione. Gli unici dubbi che ha sono sulla poca remissività della ragazza, ormai troppo occidentalizzata. Nei dialoghi si avvertono gli echi degli avvenimenti esterni: la guerra in Afghanistan, il terrorismo, il fondamentalismo, il risentimento nei confronti dell’Occidente…
Tutto è improvvisamente chiaro a Salima: le nozze sono decise, che lei acconsenta o no, e sono imminenti. Al suo rifiuto viene picchiata dal padre e non le resta che tentare la fuga. Senza documenti, relegata in un piccolo villaggio senza neppure il telefono, eppure lei, cittadina britannica, deve riuscire a ribellarsi. Ma le tante botte, l’ira paterna e l’angoscia materna sembrano far crollare la sua determinazione. Mancano pochi giorni alle nozze, i genitori si assentano per un funerale, anche il villaggio è quasi deserto: un burqa, qualche soldo e Salima se ne va, portando con sé la sorella più piccola. Mille le difficoltà, ma ecco: finalmente il telefono, finalmente una voce dall’altra parte che parla inglese, finalmente la salvezza. E l’Ambasciata diventa una realtà che tutela, che protegge: farà tornare in Inghilterra le due ragazze, le affiderà a una casa-rifugio, ma i vari tentativi per ottenere il perdono dei genitori alle figlie risultano inutili.
Davanti a Salima (e a tante ragazze che come lei realmente ogni anni si rifugiano presso l’Ambasciata) si era posto un bivio che presupponeva in ogni caso una perdita e una sofferenza: o la propria libertà, l’autonomia nelle scelte e una vita autodeterminata, rinunciando per sempre alla famiglia d’origine; o sottostare ai genitori riducendosi a puro oggetto nelle loro mani.

Dimentica le Mille e una notte. Salima, diciassette anni, sposa per forza di Marco Varvello
263 pag., Euro 9,50 – Fabbri Edizioni (Narrativa)
ISBN: 88-451-1022-2

Le prime righe

Uno

Pipistrelli neri le sfioravano la faccia. Li sentiva arrivare. Un sibilo che diventava sempre più acuto, a un soffio dalle sue orecchie. Poi riprendevano quota. Nel buio faceva solo in tempo a vedere i piccoli denti lanciati verso di lei, prima di sentirsi mancare per lo spavento. Se solo l'avessero davvero raggiunta...
Il caldo era opprimente. L'aria irrespirabile, pesante. Come stare in una grande bara che non poteva toccare, ma di cui percepiva le pareti, appena più in là del suo respiro. Ormai sigillate, per sempre. Era tutta sudata. Cercava di muoversi, ma riusciva solo a trovarsi di nuovo, esausta, nella stessa posizione.
All'improvviso un vortice. Sulle prime non capì da dove venisse quel movimento, quel sollievo. Poi le vide. Prima confusamente, poi in modo sempre più nitido, ruotavano sopra la sua testa. Piano piano. Lente, costanti, come in un film proiettato al rallentatore. Flap, flap, flap, le pale di un elicottero inchiodato nel cielo sopra di lei.
E capì che era la fine.

© 2005 RCS Libri Edizioni


L’autore

Marco Varvello è giornalista. Ha lavorato a La Notte e a Il Giornale di Indro Montanelli. Già conduttore e inviato del TG1, collaboratore di Enzo Biagi, dal 1997 è corrispondente RAI da Londra.


Di Grazia Casagrande


15 aprile 2005