La biografia


Andrea Camilleri
Privo di titolo

“È stato verso le dieci di stasera ricoverato presso questo Ospedale il giovane Lillino Grattuso, che tutti noi ben conosciamo per il suo impegno e la sua lotta nella battaglia antibolscevica, per la sempre pronta e generosa dedizione alla Causa, ferito alla testa da un colpo d’arma da fuoco.
Egli versa in gravissime condizioni, si esclude possa sopravvivere.
Pare sia caduto vittima di un agguato ordito dal noto bolscevico Michele Lopardo, che è stato arrestato, e da alcuni suoi complici.”

Quest’ultima opera di Camilleri rientra nel filone del romanzo storico: la vicenda si svolge nel 1921, periodo tra i più violenti della storia del secolo scorso, in cui le squadracce fasciste imponevano con brutalità il nuovo ordine del regime. Oltre all’ormai abituale intreccio di parte narrativa e di “documenti”, Privo di titolo viene anche strutturato come se si assistesse a una scena cinematografica e si fosse anzi in fase di montaggio: riprese alla moviola, fermo immagine, primi piani e campi lunghi. Così molto attenta è l’ambientazione delle scene, quasi si volessero dare indicazioni precise ai tecnici del suono e delle luci. Eppure l’elemento strutturale non ha il predominio su quello narrativo, né gli uomini che popolano la vicenda, e che ne sono i personaggi chiave, appaiono unicamente strumentali alla “tesi” dell’autore: una pietà diffusa (quell’umanità che Camilleri riserva sempre a chi agisce in modo inconsapevole), finisce con l’accomunare la vera vittima, l’innocente e perseguitato Michele Leopardo, e quell’eroe fittizio, costruito da una macchinazione politica di cui, “morto per fuoco amico”, il Lillino Grattuso è logicamente inconsapevole.
Il romanzo si apre con un ricordo d’infanzia: siamo nel 1941 a una manifestazione commemorativa di un caduto fascista; poi, rapidamente, il lettore viene posto, in un lunghissimo flashback, dentro la lontana vicenda accaduta vent’anni prima.
Scena notturna: rumori, voci, spari, confusione. L’evento cardine della storia nasce proprio da una situazione incomprensibile di cui questa “commedia degli equivoci”, triste e sciagurata appare quasi l’inevitabile conseguenza. È l’occasione d’oro però per i fascisti di costruirsi un “martire” e di eliminare un avversario politico. Indagini, pene, suffragi e manifestazioni pubbliche saranno tutte assolutamente conseguenti a questa macchinazione politica.
La nota conclusiva dell’autore ricorda che lo spunto narrativo gli è derivato da due diversi e reali fatti di cronaca su cui ha operato alcune necessarie trasformazioni, altri elementi invece sono stati conservati intatti tanto che viene detto che nel primo e nell’ultimo capitolo non c’è nulla di inventato.
Ancora qualche parola, con il rischio di ripetersi e di ripetere elogi già tante volte espressi, sull’abilità di Camilleri di giocare su tanti registri linguistici differenti. Tralasciando il merito di aver inventato una lingua, quel siciliano tutto suo e tanto evocativo del parlato, ma leggibile da tutti gli italiani, che gli permette la scalata delle classifiche di vendita fino a rimanerne a lungo saldamente in vetta, in questo caso sottolineerei la capacità di aver costruito una “lingua fascistissima”. La burocrazia ha in parte mantenuto inalterato il proprio codice linguistico, ma nel Ventennio vi si aggiungeva quel tocco in più di retorica esaltatoria che ben traspare dalle relazioni e dai documenti qui costruiti; a questi vanno aggiunte le pagine dei quotidiani locali in cui veniva descritto il fatto di cronaca. Altri i toni e altre le modalità comunicative, è evidente infatti la volontà d’indottrinamento del lettore in cui si doveva istillare l’indignazione e l’ira contro il nemico politico, farlo apparire come uno spietato assassino mentre avveniva in contemporanea la santificazione del “martire fascista”.

Privo di titolo di Andrea Camilleri
296 pag., Euro 11,00 – Edizioni Sellerio di Giorgianni (La memoria n. 642)
ISBN: 88-389-2030-3

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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Quasi una premessa

L’assassino

Verso la metà d'aprile del 1941, il professore di cultura militare del ginnasio-liceo «Empedocle» di Giurgenti, avvocato Francesco Mormino, principiò, previa autorizzazione del signor preside s'intende, a firriare classi classi per spiegare a noi alunni (io allora andavo in prima liceo), il comu e il pirchì della grande adunata giovanilfascista che si sarebbe svolta a Caltanissetta il 21 di quello stesso mese.
E correva voce che a quell'adunata avrebbero partecipato macari avanguardisti e giovani italiane di tutte le altre province siciliane.
Nella nostra classe il professore avvocato Mormino s'appresentò a mezza matinata interrompendo una tirribili interrogazione di greco. E perciò fu ricevuto dalla classe in piedi, venne salutato romanamente e ricevette uno spontaneo applauso liberatorio.
Era vistuto in borgisi, ma indossava la camicia nera. Cinquantino, massiccio, la testa a palla di bigliardo, usava tiniri le mano sui fianchi e quando non parlava dondolava avanti e narrè spurgendo in avanti il mento come usava fare Benito Mussolini. Aveva fama di grande poeta ed era cosa cognita che un suo carme di duemila versi, intitolato «Duce!», era stato acquistato, d'ordine del Federale, da tutte le biblioteche scolastiche e da tutte le case del fascio della provincia.
Con tribunalizio e commosso eloquio, il professore di cultura militare ci spiegò che ci saremmo dovuti recare a Caltanissetta per rendere omaggio all'unico martire fascista siciliano, Gigino Gattuso, del cui sacrificio supremo ricorreva il ventennale.
Per la verità il diciottenne Gigino era stato ammazzato a revorbarate da un sanguinario comunista, del quale il professore si rifiutò di fare il nome per non allordarsi la vucca, il 24 d'aprile: ma la manifestazione era stata anticipata per farla coincidere con il giorno 21, ricorrenza del Natale di Roma e festa nazionale.
L'avvocato Mormino ci diede solo avare notizie sul nostro quasi coetaneo che si era immolato per l'affermazione dell'Ideale.
Ci disse che era stato uno studente di buona famiglia il quale aveva aderito con slancio alla «Lega antibolscevica» di Antonio D'Oro, che in seguito avrebbe fatto carriera tra i gerarchi del partito. Sempre in prima fila a combattere i socialisti e le loro losche trame antipatriottiche, il giovanissimo Gigino giorno appresso giorno venne a configurarsi, per il suo entusiasmo, per la sua dedizione, per il suo coraggio, per la sua indomita fede, come un avversario pericoloso, da eliminare. E viene difatti eliminato con un colpo di revorbaro in testa da un caporione socialista, fondatore a Caltanissetta della sezione comunista. A che sprecare altre parole per descrivere l'ignobile, sanguinario omicida? Non si definiva da sé uno che aveva fondato una sezione del partito comunista? E infatti il professore avvocato non andò oltre. Altro gli premeva.
«Ora vi leggo» disse «un breve carme che ho composto in memoria del martire».
La lettura del carme durò un'orata scarsa. Ne ricordo purtroppo solo il primo verso:

O Tu di nostra terra giovìn fusto,..

Alla notizia che dovevamo partire in treno, mè matre si preoccupò.
Eravamo in guerra e ogni tanto qualche formazione di caccia-bombardieri 'nglisi, partita da Malta, veniva a mitragliare qualisisiasi cosa si cataminasse lungo le stra-te, ferrate o no.
Mè patre arriniscì in qualche modo a calmarla, le disse che macari lui aviva quel giorno una riunione di travaglio a Caltanissetta, che alla fine dell'adunata sarebbe passato a pigliarmi e mi avrebbe riportato in paìsi con la sò machina.
Noi di Porto Empedocle raggiungemmo Giurgenti con la corriera, come facevamo ogni matina per andare a scola. Eravamo tutti in divisa blu di marinari avanguardisti.
A Giurgenti pigliammo un treno spiciali che ci portò in dù ore a Caltanissetta: passammo il viaggio a cantare, a fare a botte e a sputazzate.
«Disciplina! Disciplina! » intimava il professore di cultura militare, stavolta completamente bardato in divisa.
Ma nisciuno lo stava a sintiri.

© 2005 Sellerio Edizioni

biografia dell'autore
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Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore e regista teatrale e televisivo, producendo le famose serie del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Esordisce come romanziere nel 1978, con Il Corso delle cose.
Gli altri romanzi: La prima indagine di Montalbano, La forma dell'acqua, II cane di terracotta, II ladro di merendine, La voce del violino, La gita a Tindari, La scomparsa di Patò, L'odore della notte, II giro di boa, La strage dimenticata, La stagione della caccia, La bolla di componendo, II birraio di Preston, II gioco della mosca, Un filo di fumo, La concessione del telefono, Il corso delle cose, Il re di Girgenti, La presa di Macallè, Gli arancini di Montalbano, Un mese con Montalbano, La mossa del cavallo, Storie di Montalbano, La paura di Montalbano.
È visibile inoltre l’intervista allo scrittore.




8 aprile 2005