Giuseppe Culicchia
Torino è casa mia

“I torinesi in coda, difficilmente aprono bocca. In quanto torinesi, ritengono non lo si debba fare, visto che sia le persone davanti a loro sia le persone dietro a loro appartengono alla categoria ‘estranei’. E se inopinatamente qualcuno davanti o dietro a loro apre bocca, i torinesi lo guardano con l’aria di chi pensa: ‘Ma cos’ha questo/a da aprire bocca, in coda, rivolgendo la parola a degli estranei?’.”

Eccoci di nuovo. Avevamo parlato di Milano con il divertente Milano non è Milano di Aldo Nove apparso nella stessa collana, e ora è la volta di Torino e un autore altrettanto attento al gusto, ai piaceri, alle trasformazioni della sua città, chiaramente innamorato di lei ma anche molto abile nel trovare centinaia, migliaia di difetti: alla città e ai suoi abitanti.
Una delle metropoli più chiuse d’Italia, Torino è davvero conosciuta solo da chi l’ha abitata a lungo, forse solamente da chi vi è nato, per paradossale che appaia questa affermazione. I romani o i napoletani aprono case e strade a tutti, con affabilità (e non è un semplice luogo comune), i milanesi con la loro praticità e la schiettezza sono riusciti a far sentire a casa propria anche chi veniva da molto lontano, tranne le immancabili eccezioni che una generalizzazione come questa inevitabilmente porta con sé. Ma i torinesi... no, i torinesi no. Solo chi è nato a Torino può dire, come Giuseppe Culicchia, “Torino è casa mia”. Non a caso lo scrittore esordisce con la descrizione esemplare di uno di quei locali in cui, nella pausa del pranzo, si ritrovano gruppi di impiegati vocianti, come in ogni altra città del mondo. Ma qui, sebbene seduti uno accanto all’altro a una tavolata unica che inviterebbe alla conoscenza e alla socializzazione chiunque, i torinesi “non se lo sognano nemmeno di socializzare”. “La Drogheria è a Torino. E a Torino i colleghi dello studio grafico parlano solo ed esclusivamente tra loro. E le amiche arredatrici anche. E gli architetti pure. E così i musicisti. A meno che un amico comune non provveda alla formalità delle presentazioni”. Culicchia con questo piccolo saggio cerca proprio di fare questo, di adempiere alla formalità delle presentazioni e introdurci nelle sua casa, un luogo costruito intorno ai ricordi della sua vita e alle storie ascoltate, edificato con l’immaginario attorno al centro storico della città, partendo dalla porta d’ingresso, che non può non essere la Stazione di Porta Nuova, e proseguendo stanza dopo stanza nella visita e nella conoscenza di persone, luoghi, usi, curiosità, manie e follie di un luogo piuttosto speciale e mediamente sconosciuto. La cucina (anche qui la scelta è d’obbligo) è a Porta Palazzo, il luogo del mercato per eccellenza, dove si mescolano profumi davvero diversi, in un quartiere che da sempre è stato al centro delle ondate migratorie, prime dal Sud dell’Italia e ora soprattutto dal Medio oriente e dall’Africa. E in un simile contesto, che tutti possiamo immaginare, Culicchia mette un’altra delle sue “perle” straordinarie: “Tra le iniziative in assoluto più interessanti in programma da parte dell’attuale amministrazione, si segnala il progetto di fornire al mercato di Porta Palazzo grembiuli e sporte tutti uguali, così da rendere il mercato più ordinato ed elegante. Perché ogni tanto la Torino che non sta mai ferma si ferma a pensare, partorisce idee così. Geniali”.
Se escludiamo la cronologia iniziale, dove, come una sorta di tormentone, tra le legioni romane, i Carolingi, i Savoia (i torinesi “previdenti, non ne volevano sapere”) e l’apertura del “Bicerin”, il caffè più antico della città, compaiono, o meglio, non compaiono i Padani abitanti della Padania (se qualcuno li avesse visti, scrive l’autore, è pregato di comunicarlo), un po’ di storia la troviamo qui e là, ma come casualmente accennata.
È l’attualità a dominare la scena e soprattutto è la mentalità torinese a farlo, perché il torinese, forse più che ogni altro cittadino italiano, ha condizionato l’esistenza in città, regolamentando tutto rigidamente, con la stessa logica rettilinea dell’urbanistica locale. Anche il meridionale a Torino diventa torinese, per adeguarsi: perderà certamente la vena ospitale e la componente anarchica, refrattaria a direttive assolute, che qui tendono a entrare in vigore spesso, anche nel piccolo privato. “A Torino, in certi cortili evidentemente ancora frequentati da pargoli non in possesso di Playstation, c’è chi vorrebbe regolamentare in base a rigidi orari tipo fabbrica o istituto di correzione gli orari di accesso allo svago post-scolastico, estivo o domenicale. Perché Torino non è una città grigia: grigi sono spesso i torinesi, dentro”.
Il milanese non desidera che altri parlino male della sua città, il torinese non solo è abituato a sentire parlare malissimo della sua (metropoli grigia, dove ci sono solo fabbriche - come una Wolfsburg italiana - provinciale e chi più ne ha più ne metta, luoghi comuni che vengono smentiti in queste pagine) ma sa farlo molto bene anche da solo, con ben altri argomenti. Come fa Culicchia.

Torino è casa mia di Giuseppe Culicchia
X, 163 pag., Euro 9,00 – Edizioni Laterza (Contromano)
ISBN 88-420-7584-1

Le prime righe

Intro

Se questa guida fosse una guida a una città come un'altra, l'Intro starebbe prima della Cronologia. Ma questa è una guida a Torino. E Torino è Torino. Non è una città come un'altra. Secondo alcuni, deve il suo nome nientemeno che a Thor. Perciò l'Intro sta qua.

A Torino, in Piazza Vittorio Veneto, c'è un locale che si chiama Drogheria. È arredato con vecchie credenze, e poltrone e divani deformati dall'uso. Sembra di stare in una casa. Il pavimento è quello originale. In legno nero e un po' sconnesso, segnato dal tempo. Alla Drogheria si danno appuntamento dopo cena o all'ora dell'aperitivo soprattutto i figli di quella che una volta veniva definita 'la Torino bene'. Adolescenti che tra loro si chiamano 'cabinotti', per via della cabina telefonica di Corso Fiume dove a un certo punto hanno iniziato a ritrovarsi a bordo dei loro motorini. Per capirci, i famosi 'fighetti' degli anni Novanta, già 'paninari' negli Ottanta e 'cremini' nei Settanta. Col papà che spesso fa il professionista e la casa in collina, ossia appena al di là del Po che scorre sporco oltre i vicini Murazzi.

© 2005 Laterza Edizioni


L’autore

Giuseppe Culicchia è nato a Torino il 30 aprile 1965. Ha pubblicato i primi racconti nel 1990 nell’antologia Papergang-Under 25 III curata da Pier Vittorio Tondelli e nel 1994 il suo primo romanzo Tutti giù per terra (Premio Montblanc 1993 e Premio Grinzane Cavour Autore Esordiente 1995). Tra gli altri suoi romanzi Bla bla bla, Ambarabà, Liberi tutti, quasi, A spasso con Anselm e il recente Il paese delle meraviglie. Ha inoltre tradotto American Psycho di Bret Easton Ellis. Nell’archivio del Café Letterario sono inoltre disponibili due interviste allo scrittore, una del 2000 e l’altra del 2004.


Di Giulia Mozzato


8 aprile 2005