Ignacio Padilla
Ombre senza nome

A partire da quella sera gli incontri di Dreyer con il colonnello Eichmann si erano moltiplicati in modo pericoloso. Uniti dalla comune passione per gli scacchi, si addentravano per ore in conversazioni che immancabilmente finivano in ciò che Eichmann chiamava la questione ebraica.

Qualunque appassionato del gioco degli scacchi può parlare per ore della qualità speciale di questo gioco che richiede intelligenza, ponderazione e disciplina interiore. Si capisce dunque come gli scacchi abbiano assunto, da sempre, nella letteratura e nel cinema, la valenza di una metafora: la vita stessa diventa una partita in cui la sorte di chi gioca è decisa dalle sue mosse e l’avversario può essere, di volta in volta, una persona, un sentimento, una difficoltà, la morte.
Il gioco degli scacchi è quello che accomuna i personaggi del romanzo dello scrittore messicano Ignacio Padilla, Ombre senza nome, insieme al problema dell’identità: c’è qualcosa che ci definisca in un nome? E l’identità coincide con la persona?
Quattro le voci narranti in quattro capitoli titolati con un nome, un luogo e una data, e introdotti da giochi sulle parole “ombra” e “nome”. Si inizia con Franz Kretzschmar, il cui padre aveva ceduto il suo nome, Thadeus Dreyer, e la sua probabile morte al ragazzo che aveva vinto agli scacchi sul treno che lo portava al fronte, nel 1916. Ma il nuovo Thadeus Dreyer non era affatto morto in guerra e Kretzschmar senior, diventato scambista di treni, aveva addirittura provocato un incidente ferroviario quando aveva letto che Dreyer, affiliato ormai ai nazisti, avrebbe viaggiato in treno dalle sue parti.
Richard Schley, seconda voce narrante, è un seminarista che si era trovato a svolgere un compito non suo, quello di cappellano al fronte (l’impostura è un altro dei temi su cui è giocato questo libro). Schley crede di riconoscere un suo amico, Jacobo Efrussi, ma questi protesta che il suo nome non è affatto Efrussi, ma Thadeus Dreyer.
Questo ulteriore Thadeus Dreyer (alias Kretzschmar, alias Efrussi) muore veramente in guerra ed è Schley che prende il suo nome (e i soldi che l’altro ha vinto giocando a scacchi). La vita del nuovo Dreyer (ma anche quella di Kretzschmar junior) si intreccia a quella del russo Goliadkin (in questo caso nome e identità coincidono): colui che ha ucciso l’altro da sé, il suo gemello idealista, il suo doppio migliore. Perché Goliadkin è la figura del Male nel romanzo, un personaggio simile a Iago che vuole trascinare nel male chi gli è accanto.
Che Thadeus Dreyer avesse assunto, dopo la seconda guerra mondiale, l’identità del barone Blok-Cissewsky, lo apprendiamo dall’ultima voce narrante, quella di un tal Daniel Sanderson (un ghost writer, una sorta di impostore, dunque) che, insieme a un falsario d’arte (ancora un impostore) viene convocato dall’esecutore testamentario del barone- un uomo che sembra Humphrey Bogart ma, lo vedremo dalla trama, chissà chi è in realtà: ancora una volta Padilla insiste sul tema dell’impostura.
Al lettore il gusto di scoprire e mettere insieme i legami tra storie e persone, quando alla fine capirà che si è giocata una gigantesca partita a scacchi: e se il progetto Anfitrione dei nazisti fosse stato attuato e l’uomo giustiziato come Eichmann fosse stato qualcuno che ne aveva assunto l’identità?
Un libro intelligente, intrigante, che si legge d’un fiato, con in mente l’archetipo di tutti gli anfitrioni.

Ombre senza nome di Ignacio Padilla
Titolo originale: Amphitryon
Traduzione di Camilla Cattarulla
201 pag., Euro 13,00 – Edizioni Fanucci (Collezione Narrativa)
ISBN: 88-347-1059-2

Le prime righe

Franz T. Kretzschmar
Buenos Aires, 1957

Mio padre diceva di chiamarsi Viktor Kretzschmar. Faceva il guardascambi sulla linea Monaco-Salisburgo e non era il tipo d'uomo che decideva cosi, di colpo, di commettere un crimine. Dietro un'apparente intemperanza di fronte alle circostanze avverse si nascondeva un essere estremamente calcolatore, capace di aspettare anni il momento buono per soddisfare l'intento a lungo accarezzato. Solitamente taciturno, poteva anche abbandonarsi a improvvisi scoppi di rabbia che, soltanto nell'intimità familiare, lo rendevano una polveriera dalla miccia sempre accesa. I suoi non erano mai impeti spontanei, ma piuttosto il risultato del perenne soliloquio che era solito intavolare con la propria coscienza di uomo sconfitto, un uomo che, sono sicuro, avrebbe scavato una galleria nel basalto con la sola speranza di vedere un giorno la luce che gli era stata sottratta in gioventù. Una volta lo avevo visto nascondersi per più di dieci ore nella macchia in attesa di veder riapparire una lepre famelica che aveva schivato i primi spari della sua giornata. Era sera quando l’animale finalmente era capitolato sotto la mira dell’offeso cacciatore, ricevendo per giunta una scarica di calci che ben presto lo avevano ridotto a un immaginabile ammasso di sangue e neve. Anni dopo, mentre mio padre ribatteva senza troppo affanno alle accuse del tribunale ferroviario, avevo chiesto a mia madre se si ricordava la storia della lepre, ma lei non aveva potuto o voluto rispondermi.

© 2005 Fanucci Editore


L’autore

Ignacio Padilla. Nato a Città del Messico nel 1968, ha studiato Comunicazione e Letteratura in Messico, Sud Africa e Scozia; si è laureato all’Università di Salamanca con una tesi su Miguel de Cervantes. E’ autore dei romanzi Imposibilidad de los cuervos, La catedral de los ahogados e Si volviesen sus majestades; ha scritto inoltre raccolte di racconti (Subterranáneos e Últimos trenes) e libri per bambini ( Los papeles del dragón típico e Las tormentas del mar embottellado). Attualmente è professore di Letteratura presso l’Universidad de las Americas, a Puebla (Messico); è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Alfonso Reyes, il Premio Juan Rulfo a la Primera Novela e il Premio Juan de la Cabada.


Di Marilia Piccone


8 aprile 2005