Fabienne Kanor
D’acque dolci

“Sono nata tra persone che non prendono posizione, per le quali dire ciò che si pensa è un segno evidente di maleducazione. Sono cresciuta con la paura di parlare. Il terrore di aprire la bocca. L’angoscia delle conseguenze. Sono stata educata così.”

Il romanzo che alterna prima e terza persona si apre con una drammatica dichiarazione della protagonista: “Mi chiamo Frida, ho appena ucciso un uomo e sto per farmi saltare le cervella”. E viene anche subito giustificata la terza persona con la frase che segue: “Quanto ai dettagli, sono sicuramente io la persona più indicata a fornirveli”. Frida è attrice e spettatrice, così come spettatori di una vita che ha su di sé il peso di tante generazioni sono i lettori.
Originaria delle Antille, vissuta da sempre a Parigi, in quelle periferie in cui l’elemento identitario rappresenta un marchio da cui si può scegliere se liberarsi o passare la vita cercando la purificazione, l’espiazione per il colore scuro della pelle, per gli indomabili capelli crespi, per una sensualità troppo evidente. Ed è questo tentativo di passare il più possibile inosservata il comandamento su cui si basa tutta l’educazione che i genitori di Frida impartiscono alle figlie. La madre in primo luogo: incapace di tenerezze, dominata da un’esigenza estrema di rispettabilità, trasmette alle figlie come unico messaggio il disprezzo per ciò che è sesso e sporcizia (i due termini quasi si equivalgono per lei, da qui i lavaggi quasi rituali a cui sottopone se stessa e le figlie). Il padre incapace di fuga, tradisce la moglie ma non se ne allontana, è un inetto, eppure appare alla figlia più umano nella sua fragilità.
“Sono nata ma non esisto”, questo pensa di sé Frida e quando giunge alla Sorbona come studentessa, faticosamente scopre una realtà di relazioni, il potere del suo corpo, il suo essere nera come affermazione di diversità e di attrazione. La nuova inebriante libertà sessuale ha la forza della rivolta e la debolezza dell’indifferenza sentimentale. È per questo che l’incontro con Eric, il negro che lotta per rivendicare i diritti calpestati da secoli del suo popolo, il ragazzo che vive con lei l’esperienza del ritorno e della ricerca, che le offre una possibilità imprevedibile, l’amore, rappresenta per Frida l’unica occasione di “nascere” davvero, di esistere davvero. Ed è per questo che l’abbandono e il tradimento saranno insopportabili. La vita le sarebbe scivolata addosso, come a sua madre, e lei avrebbe trascorso tutti i suoi giorni a far dimenticare al mondo la sua identità, il colore della sua pelle, il crespo dei suoi capelli: avrebbe potuto farcela se non avesse avuto la maledetta idea di “vivere”.
La lingua della Kanor è dura, colpisce, turba, ferisce, non concede a nessuno dei personaggi un perdono pietoso. Eppure a fine lettura, resta la consapevolezza che non è possibile condannare nessuno degli uomini e delle donne che ci presenta; il peso dello strazio subito dagli antenati schiavi brucia ancora quelle pelli che vorrebbero essere sempre più chiare e l’ultima generazione quella cresciuta, se non nata, nella terra degli ex colonizzatori, è ancora più frastornata e inquieta, la lingua che parla è quella degli schiavisti ma ha bisogno di radici su cui crescere. Il gesto clamoroso, la pistola idealmente consegnatale dalla bisnonna, è forse la strada per ritrovare la propria identità di donna e la dignità della sua pelle nera.

D'acque dolci di Fabienne Kanor
Titolo originale: D’eaux douces
Traduzione di Lucia Quaquarelli
181 pag., Euro 13,50 – Edizioni Morellini (Griot)
ISBN: 88-89550-00-7

Le prime righe


Mi chiamo Frida, ho appena ucciso un uomo e sto per farmi saltare il cervello. Quanto ai dettagli, sono sicuramente io la persona più indicata a fornirveli. Arrotolata al mio cadavere come un boa, raccolgo i ricordi e ripercorro la mia storia dall'inizio.
Sono nata in un ospedale di provincia che puzzava di domenica e di indivia fredda. Mia madre, che non è mai stata molto decisa, ha patito le pene dell'inferno per farmi uscire. Sembra ci sia riuscita solo dopo ore di spingi-spingi, con il viso grondante di sudore e la fronte tagliata in tre nel senso della lunghezza. Sono nata in una famiglia qualunque che non crede più al genio dei popoli e si affida al calendario. Luglio-agosto: le Piccole Antille. Primavera-autunno-inverno: la metropoli.
Sono nata tra persone sedentarie che vivono di angosce e di preghiere. Persone con i sogni sotto vetro e la memoria in congedo, che hanno fatto confezionare la loro vita dalla paura di soffocare.
Al varco dei miei sogni ritrovo ancora mia madre, seduta nella sua posizione feticcio, con la natica destra che schiaccia la sua gemella e i piedi incrociati e leggermente rialzati. In controluce, e quasi fuori posto, c'è papà, paradossalmente più grande della sua ombra. Papà-con-la-bocca-cucita che, molto dopo la caduta delle prime speranze e dei primi fiocchi di neve, si ostinava ancora a credere che la terra girasse intorno alla Francia continentale.
Sono nata da un fantasma di cui sono il ritratto sputato.

© 2005 Morellini Editore


L’autrice

Fabiem Kanor, trentenne originaria della Guadalupa, si è successivamente stabilita in Senegal. Giornalista del “Sud Quotidien”, questo è il suo primo romanzo. Ha vinto il prestigioso Prix Fetkann! 2004 de la Mémoire.


Di Grazia Casagrande


1 aprile 2005