Gil Courtemanche
Una domenica in piscina a Kigali

“Come si può essere felici quando la terra si disgrega sotto i nostri occhi, quando gli umani si trasformano in demoni compiendo ogni sorta di atrocità e abomini?”

Ci sono eventi della storia che restano senza una spiegazione, Gil Courtemanche, nel suo primo romanzo Una domenica in piscina a Kigali, cerca di dare una rilettura critica ma pacata ad uno di questi. Siamo a Kigali nei cruciali momenti che hanno preceduto uno dei più atroci massacri della storia dell’umanità: lo sterminio ad opera degli hutu, in soli tre mesi, di circa 800.000 tutsi, gruppo etnico minoritario del Ruanda.
Lo scrittore-giornalista ci porta all’Hôtel des Mille-Collines, paradiso artificiale della società che “conta” e che vive blindata nel cinismo, nell’apatia e nell’indifferenza, ma contemporaneamente ci fa vivere anche nell’altro Ruanda, quello della gente “normale” che combatte con la povertà e vive divorata da due cancri, l’odio e l’Aids. In questa sorta di testimonianza romanzata, Courtemanche ci propone, attraverso gli occhi del giornalista Valcourt e di tutti i ruandesi che lui incontra, una cronaca di grande esattezza di quel genocidio che, come l’autore ha tenuto a sottolineare a noi di LibriAlice, “non è stato un conflitto etnico, di odio razziale, ma piuttosto un uso politico dell’etnia che ha gettato il Paese nella follia totale”.
Una violenza costantemente presente in tutto il romanzo, descritta in maniera spesso cruda e toccante, ma certamente reale e che porta Courtemanche a parlare di “Olocausto barbaro”, un’invenzione programmatica del razzismo come per il Nazismo, definito invece l’”Olocausto scientifico”, ma qui perpetrata in modo selvaggio... “È il destino dei poveri non saper uccidere in maniera pulita, con precisione chirurgica”.
Con una prosa precisa e molto curata, lo scrittore delinea le vite di personaggi realmente esistiti, penetra nel loro intimo, nell’insicurezza costante di chi abita sulle colline che “diffida dello straniero. Prende tempo per capire e, intanto, fa finta”. E, soprattutto, dà voce ad uomo, il protagonista Valcourt, che, grazie alla relazione con una bellissima ruandese, Gentille, scopre l’amore per questa terra così ricca di contrasti, di valori e di forsennato attaccamento alla vita. Il risultato è una grande cronaca del lato umano e paradossalmente positivo della tragedia, una descrizione della bellezza della campagna, un elogio del living at the moment e una grande lezione di speranza e fiducia nell’umano.

Una domenica in piscina a Kigali di Gil Courtemanche
Titolo originale: Un dimanche à la piscine à Kigali
Traduzione di: Annamaria Ferrero
207 pag., Euro 16,00 – Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01672-9

Le prime righe

Premessa

Questo romanzo è un romanzo. Ma è anche una cronaca e un reportage. I personaggi sono realmente esistiti e quasi sempre ho usato il loro vero nome. Il romanziere ha prestato loro una vita, gesti e parole che condensano o simboleggiano ciò che il giornalista ha osservato frequentandoli. È per rendere meglio la loro qualità di uomini e donne assassinati che mi sono preso la libertà d'inventarli un po'. Capi e responsabili del genocidio hanno mantenuto in questo libro la loro identità. Qualche lettore, a torto, attribuirà a un'immaginazione troppo fervida alcune scene di particolare violenza o crudeltà. Per trovarne conferma, potrà leggere le settecento pagine di testimonianze raccolte dall'organizzazione African Rights e pubblicate in inglese con il titolo Rwanda: Death, De-spair and Defiance (African Rights, Londra 1995).

G.C.

Al centro di Kigali, c'è una piscina circondata da una ventina di tavoli e di sdraio in resina sintetica. Poi, formando una grande L che sovrasta questa macchia blu, l'Hotel des Mille-Collines con la sua clientela di cooperanti, esperti internazionali, borghesi ruandesi, espatriati dall'aria furba o triste e prostitute. Tutt'intorno alla piscina e all'albergo si dispiega in un disordine lascivo la città che conta, quella che decide, che ruba, che uccide e che vive benissimo grazie. Il Centre culturel français, gli uffici dell’Unicef, la Banca centrale, il ministero dell'Informazione, le ambasciate, la presidenza, riconoscibile dai carri armati, le botteghe di artigianato dove alla vigilia della partenza ci si sbarazza del surplus di valuta acquistata al mercato nero, la radio, gli uffici della Banca mondiale, l'arcivescovado. Ad accerchiare questo piccolo paradiso artificiale, i simboli immancabili della decolonizzazione: la rotonda de la Constitution, l'avenue du Développement, il boulevard de la République, l'avenue de la Justice, la cattedrale brutta e moderna. Più giù, quasi nei bassifondi, la chiesa de la Sainte-Famille, un ammasso di mattoni rossi che rigurgita poveri vestiti a festa su stradine polverose fiancheggiate da case della stessa terra argillosa. Lontane dalla piscina quanto basta per non ammorbare la gente importante, migliaia di casette rosse, vocianti e festose di bambini, agonizzanti di malati di Aids e malaria, migliaia di casette ignare della piscina intorno alla quale si organizza la loro vita e soprattutto la loro morte annunciata.

© 2005 Giangiacomo Feltrinelli Editore


L’autore

Gil Courtemanche è un giornalista canadese che si occupa di politica internazionale, in particolare del Terzo Mondo. È stato a lungo inviato in Africa per Radio Canada. Una domenica in piscina a Kigali è il suo primo romanzo.


Di Gabriella Piscopo


1 aprile 2005