La biografia


Imre Kertész
Liquidazione

“Sono già le undici e mezza. E non si vede un’anima. Ma questo a voi non dà nessun fastidio, certo! State seduti e sopportate, alla stessa maniera in cui si sopporta ogni cosa, in questo paese. Ogni truffa, ogni menzogna, ogni liquidazione. Proprio come sopportate già persino quelle liquidazioni, che ormai verranno progettate ed eseguite soltanto dopo che avranno liquidato voi.”

Keserú riflette da nove anni sul dattiloscritto voluminoso di un’opera teatrale, la commedia (o tragedia?) Liquidazione, che vorrebbe vedere rappresentata. È un pezzo della sua esistenza, non ancora liquidato dal tempo, e scritto da un’altra mano, quella dell’amico B., di cui si narra nel testo stesso.
La storia era cominciata la mattina in cui avveniva una piccola riunione nello “squallido ufficio di un redattore di uno squallido editore” in cui si trovavano Kürti, sua moglie Sára e il dr Obláth, “seduti come degli estranei, in attesa, intorno a una scrivania, che più tardi sapremo essere quella di Keserú”. E quando lo stesso Keserú era entrato nel suo ufficio aveva una voluminosa cartella sotto il braccio che conteneva il lascito letterario dell’amico defunto B. (sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz e appena suicidatosi), con appunti in prosa, brani di diario, inizi di racconti e il suddetto dramma, “e da quel momento, una dopo l’altra, le scene si erano susseguite, sia nella commedia che nella realtà. Così che Keserú, ormai, non sapeva se stesse ammirando la preveggenza cristallina dell’autore – il suo amico morto -, o piuttosto la propria determinazione, quasi compunta, a identificarsi con il ruolo prescrittogli, per poter dare compimento alla storia”.
Lentamente Kertész avviluppa la preda (il lettore) nelle sue spire: la storia si avvolge su se stessa, il paradosso si estende a ogni spazio e luogo alla ricerca di una risposta che forse potrebbe arrivare dal romanzo scomparso di B., di cui tutti negano l’esistenza ma che il protagonista è certo debba essere stato scritto e terminato. “Poterlo leggere sarebbe di importanza capitale, perché mi aiuterebbe a capire perché B. sia morto, e anche se, una volta morto lui, mi spetti – per così dire – o no il diritto di vivere ancora”.
Il termine liquidazione e il verbo liquidare ricorrono uno straordinario numero di volte nel testo, formando una sorta di filo rosso, o meglio di rete che attraversa tutto il romanzo. Liquidazione di speranze, di idee, di ideologie, di sentimenti, di esistenze. I sommersi e i salvati di Levi in qualche modo ricompaiono in queste pagine, e anche qui non tutti i salvati riescono a sopravvivere, raggiunti dall’ombra del suicidio che ne oscura ogni speranza di vita.
Ci sono alcuni evidenti aspetti autobiografici, c’è molto del lavoro di scrittore di Kertész, della sua attività di traduttore (da non perdere la descrizione della figura del redattore letterario e del perché si intraprenda questa professione), e c’è un pessimismo di fondo che non può non accompagnare l’opera di chi ha vissuto prima il campo di sterminio e poi il regime stalinista e solo recentemente, ormai anziano, ha potuto gustare il piacere e il senso della libertà, troppo tardi e troppo poco per non avere comunque una visione pessimista dell’esistenza, per non vedere anche nella democrazia le grandi crepe che ne rendono instabile la struttura. È l’inizio della fine a essere raccontato in quella storia, o viceversa la fine della fine, il momento in cui tutto si trasforma, in una totale liquidazione sottolineata dall’impossibilità di leggere quel romanzo e avere una risposta.

Liquidazione di Kertész Imre
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli
115 pag., Euro 14,00 – Edizioni Feltrinelli (I narratori)
ISBN: 88-07-01673-7

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
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Il nostro uomo, l'eroe di questa storia, chiamiamolo Keserú, che poi vuol dire "amaro". Immaginiamo un uomo, e poi un nome adatto. Oppure al contrario: immaginiamo il nome, e poi l'uomo adatto. Per quanto, poi, tutto ciò si possa anche evitare, dato che il nostro uomo, l'eroe di questa storia, si chiama Keserú anche nella realtà.
E si chiamava così anche suo padre.
E anche suo nonno.
Per questo motivo Keserú venne registrato all'anagrafe con il nome di Keserú: questa è la realtà, dunque, che per Keserú non aveva - la realtà, intendo - in questo tempo una grande importanza. In questo tempo - siamo agli inizi della primavera di uno degli ultimi anni del millennio che se ne sta andando, diciamo proprio del 1999, e più precisamente in un mattino assolato di quella stagione - per Keserú la realtà era diventata un concetto problematico, anzi, e la cosa è ancora più grave, uno stato problematico. Uno stato nel quale - a giudicare dalle sensazioni più intime di Keserú -era proprio e soprattutto la realtà a mancare. Tutte le volte che in qualche modo lo si costringeva a usare quella parola, Keserú specificava immediatamente che si riferiva alla "cosiddetta realtà". Questa cosa era però un contentino assai modesto, che infatti non poteva accontentare Keserú.
Keserú, come negli ultimi tempi faceva spesso, stava in piedi davanti alla finestra, e guardava in strada. Questa strada offriva la vista più quotidiana e usuale di quelle offerte dalle quotidiane e usuali vie budapestine. Sul marciapiede tappezzato di chiazze di immondizia, olio di macchina e merda di cani, stavano delle automobili, e nei corridoi di un metro appena tra queste automobili e le mura dei palazzi in preda a un disfacimento simile alla lebbra, si affrettavano, ognuno preso dai suoi impegni, i passanti più quotidiani e usuali, con un'espressione del volto tanto ostile da far immaginare cupi pensieri. Qualcuno di essi, forse per la fretta, nel tentativo di aggirare la fila indiana che lo precedeva, scendeva dal marciapiede, e subito il coro di clacson proveniente dalle macchine cariche d'odio gli negava quella immotivata speranza di potersi divincolare dalla fila. Sulle panchine della piazza di fronte, beninteso, su quelle che ancora non erano state private delle assi che le componevano, stavano seduti i clochard della zona, con i loro fagotti, le loro buste e bottiglie di plastica. Sopra una barba arruffata spiccava un berretto di lana rosso cremisi, con un pompon che sballonzolava allegramente accanto alla peluria imponente. Un uomo con in testa un cappello sgangherato da ufficiale di un esercito inesistente stava cingendo un pesante cappotto, ormai senza bottoni e completamente scolorito, con una cintura di seta appariscente, a fiori dai colori vivaci, che forse era stata un tempo parte di una vestaglia da donna. Scarpine argentate di vernice, dai tacchi mezzi rotti, calzate da nodosi piedi femminili, che sbucavano da un paio di jeans; e più in là, sulla striscia sottile e spelacchiata di prato, con le ginocchia sollevate al petto, in preda a un'immobilità catatonica, giaceva, come un mucchio di stracci, una figura indistinguibile, stesa dall'alcol o dagli stupefacenti, o forse da tutte e due le cose insieme.
Nel guardare quei barboni, Keserú si accorse all'improvviso di star di nuovo guardando i barboni. Era indubbio che negli ultimi tempi Keserú sprecava troppo tempo a osservare i barboni. Era capace di perdere anche delle mezz'ore - di quel suo tempo che alla finfine non aveva nessun valore - lì alla finestra, con l'atteggiamento incantato del guardone che non è più in grado di distogliere lo sguardo dalla vista delle oscenità che gli si presentano. Per giunta questo atteggiamento voyeuristico era accompagnato, in Keserú, da un senso di colpa e insieme da una certa attrazione carica di disgusto, che sfociava poi in una sorta di angoscia nauseata, in una sensazione di terrore esistenziale. Nel momento in cui questa angoscia assumeva in lui la sua forma inconfondibile, Keserú, quasi raggiungesse lo scopo ancora più misterioso della sua misteriosa attività, si allontanava quasi soddisfatto dalla finestra, e si dirigeva verso il tavolo, sul quale giacevano dattiloscritti di ogni genere, che erano stati sfogliati e ora si mostravano aperti, come uccelli caduti.

© 2005 Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
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Imre Kertész. Nato nel 1929 a Budapest, è stato deportato nel 1944 ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945. Traduttore di Freud, Nietzsche, Canetti, Wittgenstein e altri, ha scritto pezzi teatrali per finanziare la propria carriera di scrittore. Keretész ha impiegato dieci anni a scrivere Essere senza destino, il romanzo che descrive la deportazione e il campo di concentramento dal punto di vista di un adolescente, e per molto tempo nessuno glielo pubblicò; quando finalmente, nel 1975, apparve in Ungheria, venne totalmente ignorato e l’autore messo al bando. Essere senza destino si pone come il primo volume di un’ideale trilogia che continua con Fiasco e si conclude con Kaddish per un bambino non nato.
Nel 2002 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Liquidazione è il suo nuovo romanzo. Il Café letterario di LibriAlice propone un’intervista allo scrittore.




25 marzo 2005