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Mango

Un artista dalla voce unica. Il suo semi-falsetto caratterizzato da saliscendi e cambiamenti di curva tonale è diventato una cifra stilistica inconfondibile nel panorama nazionale. Pino Mango nasce il 6 novembre 1956 a Lagonegro, cittadina della provincia di Potenza. La sua formazione musicale oltrepassa i confini nazionali: Led Zeppelin, Deep Purple, Robert Plant, Aretha Franklin, Peter Gabriel. Nel 1976 l’album di esordio La mia ragazza è un gran caldo con la RCA. Seguono nel 1979 Arlecchino e nel 1982 E’ Pericoloso sporgersi con la Fonit Cetra. Nel 1984 l’incontro con Mogol che ascolta il provino di Oro alla Fonit cambia la sua carriera. Nei successivi quattro anni vengono pubblicati quattro album: Australia, Odissea, Adesso, Inseguendo l’aquila. Una carriera che prosegue piena di successi entrati ormai nella storia della musica italiana, fino all’ultimo lavoro Disincanto (2002) . Collaborazioni con autori importanti come Pasquale Panella e Lucio Dalla. Nel 2004 Mango si cimenta con la poesia pubblicando Nel malamente mondo non ti trovo, edito da Pendragon. Di questo e di altro abbiamo conversato con lui.

Parliamo un po’ di musica…

Molto volentieri. Quella di Sanremo? (risate)

Hai visto il Festival?

Certo, non me lo perdo mai. Penso che sia in assoluto il più brutto degli ultimi anni. Sia dal punto di vista musicale sia per quello che concerne lo spettacolo prettamente televisivo. L’ho trovato un po’ desueto, antico. Dal punto di vista musicale il niente. A un primo ascolto mi sembra che non ci siano pezzi come Vita spericolata (1983) di Vasco Rossi. Una volta il Festival serviva anche a questo. Ogni anno uscivano due o tre cose interessanti.

Come spieghi questa povertà di idee?

Il perché può essere ricercato in tante cose. Innanzitutto occorre capire che la gente non ascolta più un certo tipo di canzoni. Le case discografiche, gli autori, gli artisti che si preparano per il Festival di Sanremo pensano al brano da presentare come qualcosa che deve essere “facile”, di impatto immediato. Mentre le cose che più hanno funzionato nella storia della kermesse sono sempre state quelle che uscivano dagli schemi. Volare (1958) di Domenico Modugno andava a rompere certi canoni consolidati. L’unico brano degno di nota di questo festival è quello di Antonella Ruggiero, che propone una strofa molto interessante, accattivante ma allo stesso tempo misurata. In passato ci scappava qualche capolavoro. L’ultimo forse è Luce (2001) di Elisa.

Magari i giovani stupiranno…

Mah, io ho dei forti dubbi. Lo spero. Ma il nocciolo del problema è alla base, nella commissione che seleziona i brani. Cominciassero a mettere delle persone valide. Che riescano a fare delle scelte non necessariamente legate al Festival ma a quelli che sono i gusti reali del pubblico.

La tua musica ha una cifra stilistica riconoscibile che va al di là del marchio vocale. Gli arrangiamenti mescolano con naturalezza il suono sintetico con quello più acustico. Mentre in molta musica che passa per radio si sente solo tecnologia che uniforma le canzoni e poca voglia di correre rischi…

C’è mancanza di coraggio. Non sento più la voglia di sorpassare qualsiasi tipo di sistema musicale. Quando vent’anni fa uscivo con Oro succedeva qualcosa. Un brano che ha dettato legge. Da lì in poi si lavorava in un altro modo. Una cosa successa molti anni prima con Battisti. Michael Bublè presente come super ospite al Festival, l’anno scorso ha proposto un disco di rottura andando a rileggere cose di Frank Sinatra. Musica di cinquant’anni prima.

A proposito di Oro. Segna una svolta nella tua carriera, dopo un periodo in cui avevi deciso di allontanarti dalla musica. Poi c’è stato l’incontro con Mogol. Cos’era scattato in te? Un rifiuto? Una delusione?

Una delusione. Io sono sempre stato cosciente delle mia capacità. Ma dopo i primi tre album che secondo me contenevano cose interessanti, faticavo a inserire il prodotto in un discorso radiofonico o televisivo. Cominciavo di non essere portato per questo lavoro. Meglio tornare agli studi di sociologia, finire l’università. Poi il provino di Oro, fermo in Fonit Cetra, venne ascoltato da Mogol che mi contattò immediatamente.

Oltre che con Mogol hai lavorato anche un autore surrealista, Panella…

Penso di essere l’unico ad avere nello stesso disco Mogol e Panella. Due tra i più grandi autori italiani in campo musicale. Con cui è possibile collaborare in assoluta libertà. Tre anni fa ho invece sentito l’esigenza di scrivere da solo.
Avevo bisogno di qualcosa che partisse direttamente da me.

Sul tuo sito ho letto che preferisci la radio alla televisione. Meglio ancora la dimensione concerto. E che molti mass media sono pronti a fagocitare e a distorcere l’informazione. Come potresti definire il tuo rapporto con la comunicazione?

Il mio rapporto con la comunicazione è per certi versi buono e per altri invece un disastro. Chi partecipa a Sanremo, per esempio, in quattro minuti deve raccontarti un po’ il suo mondo. La televisione è un mezzo veramente assurdo, capace di massacrare qualunque tipo di artista.

Pensi che Internet possa essere un territorio più libero?

Sicuramente. Una persona che si mette davanti al suo computer è da solo e può fare quello che vuole. È lui che decide. Invece se ti metti davanti al televisore non hai scelta. Sono gli altri che hanno già deciso per te.

Oltre che di musica ti sei occupato anche di poesia. Ho sentito una tua intervista in cui dicevi che la poesia appartiene a una dimensione diversa rispetto alla canzone. Quali sono le differenze che hai riscontrato?

Se devo scrivere il testo di una canzone devo seguire una metrica già esistente. Altrimenti trasformo la canzone e rischio anche di distruggerla. Nella poesia il concetto è opposto. Ho solamente un foglio di carta bianco. Niente di più. Due mondi diversi. Quindi un autore di testi non è detto sia in grado di scrivere poesie e viceversa.

Esistono anche due fruitori diversi?

Certo. Il mio fan più accanito magari mette in disparte la mia produzione poetica perché innamorato dell’altra quella musicale, originaria. Della vocalità. Il fruitore del libro è proprio un'altra persona.

Quali sono stati i tuoi autori di riferimento?

Tantissimi. Fin dall’inizio ho amato Majakovskij, Pessoa, Campana, autori sicuramente di rottura. Per poi arrivare a Pablo Neruda, Garcia Lorca, Hikmet. Una poesia che guarda in avanti.

Di Francesco Marchetti


18 marzo 2005