Lidia Ravera
in fondo, a sinistra…

“Per me essere pacifista, oggi, vuol dire combattere contro chi ha permesso alla guerra di diventare un arredo domestico, una necessità come un’altra. Una medicina preventiva, un oppiaceo, per annullare nel sonno le contraddizioni grandi del nostro tempo invece di risolvere.”

Scrittrice, giornalista, opinionista, femminista: in quanti modi sa articolare la sua riflessione Lidia Ravera e quanto (cosa tanto più meritoria in quanto poco diffusa) il suo pensiero è rimasto coerente negli anni!
Per cui l’effetto consolatorio e corroborante che lei stessa sottolinea nel primo capitolo, quando allude alla lettura delle riflessioni di Michele Serra, di Rossana Rossanda o di Furio Colombo, può benissimo essere riferito anche ai suoi editoriali su L’Unità che il lettore affezionato legge sempre con sentimenti ambivalenti di complicità e di soddisfazione, di rabbia repressa e di indignazione profonda, mantenendo però, anzi rafforzando, l’idea che “in fondo, a sinistra, si è sempre riusciti a reagire” e che “in fondo, a sinistra, non si è mai smesso di sperare”. In più la Ravera sa dire, con un’ironia che spesso sfiora il sarcasmo, ciò che molti pensano, ma non sanno o non possono verbalizzare: si fa insomma voce collettiva di un’opinione che è molto vasta, ma non ha spazi su quasi tutti i media italiani. Sa parlare di donne: e il suo sguardo si posa sulle due Simone, fiere e semplici nel loro coraggio, ma anche su quelle ragazze per cui la possibilità di entrare nell’esercito ha significato assumere i peggiori vizi maschili, nonnismo compreso. Parla di Hayat Sharara (perché di lei non hanno parlato tutti i giornali e le televisioni nazionali così attive a inveire, ma solo dopo, contro il dittatore Saddam Hussein?), scrittrice e docente universitaria irachena che si suicidò con una delle sue figlie, una volta finito di scrivere un romanzo di denuncia che mai sarebbe stato pubblicato; e della giovane insegnante di religione italiana licenziata in tronco perché colpevole (il termine usato ufficialmente è stato “non idonea”) di aspettare un bambino senza essere regolarmente sposata.
Se su tanti aspetti della realtà che ci circonda chi sta a sinistra può anche sorridere osservandone la propria totale estraneità, su altri invece si deve essere serissimi: intendo dire che sulla guerra o sulla disperazione che spinge tanti uomini ad emigrare non si può neppure per un attimo scherzare.
E infatti è con estrema serietà e pathos che la Ravera parla di questi temi dolorosi, brucianti e trattati in modo infame dall’ipocrisia dei potenti.
Brevemente un accenno ai tre racconti che chiudono il libro: quale famiglia “di sinistra” non si è identificata con la coppia alle prese con “l’ora di religione” della figlia adolescente? Poetica e dolorosa la vicenda dei giovanissimi Giulietta e Pier Francesco: due educazioni, due mentalità e un fresco amore che li unisce e infine la morte che li separa, una morte assurda figlia di questi tempi di violenza gratuita. Il racconto si chiude con elemento positivo: una madre che impara a dialogare con la sua bambina infelice. Il terzo racconto è il ritratto di una donna alle prese con la difficile vita quotidiana, la famiglia, la carriera, la coerenza e il passare del tempo, tutto è difficile, ci si può sentire molto soli, eppure un pensiero non abbandona mai: “in fondo, a sinistra, non si sta poi tanto male”.

In fondo, a sinistra…di Lidia Ravera
XV-213 pag., Euro 14,50 – Edizioni Melampo
ISBN: 88-89533-09-9

Le prime righe

Tanto vale scrivere

Le parole hanno durate diverse: se parli sono volatili, non trattieni che un'eco del loro suono. Se dialoghi ne consegni il senso al tuo interlocutore: durano un po' di più, ma sono utensili, il loro valore è dato dall'uso, sono al servizio della comunicazione e basta, l'interlocutore se ne va portandosele via, le interpreta come sa, le ricorda come riesce. Soltanto se le scrivi le parole restano, lasciano una traccia inequivocabile sullo schermo, sulla carta, sulla pagina. Forse è per questo che si scrive, per non essere continuamente spodestati dal possesso delle proprie parole. Si scrive perché la parola resti. Scrivere, infatti, è una scelta presuntuosa. Sempre. Che tu gareggi con Dante Alighieri o indirizzi una lettera a tua madre. Scrivere è affermare il diritto delle tue parole alla durata. Per questo, prima di metterle per iscritto, le parole si scelgono accuratamente. È un'ansiosa battuta di caccia al suono, alla sfumatura di senso. Il concetto, il commento, il pensiero sta lì, in un angolo, nudo e inerme, prima di essere scritto. Le parole prescelte, accoppiate con cura, lo rivestono, lo abbelliscono, ne rendono chiaro il senso e limpida la configurazione.

© 2005 Melampo Editore


L’autrice

Lidia Ravera, è nata a Torino e vive a Roma, ha esordito, ventenne, scrivendo con Marco Lombardo Radice, Porci con le ali. Ha pubblicato, poi, numerosi romanzi e saggi, fra i quali: Due volte vent’anni, Sorelle, Nessuno al suo posto, Né giovani né vecchi, I compiti delle vacanze, La festa è finita, Un lungo inverno fiorito e Il freddo dentro, Maledetta gioventù. Proponiamo inoltre l’intervista alla scrittrice.


Di Grazia Casagrande


25 marzo 2005