Patrizia Bisi
Daimon

“In quel vecchio ritaglio di giornale che mio padre ha incorniciato, qualcuno ha scritto: ‘una selvaggia danza zingaresca quasi diabolica conclude la straordinaria interpretazione della Sonata in fa minore op. 57 di Beethoven, eseguita da una piccolissima pianista di grande talento’. C’è anche la mia testa in primo piano, che affonda come il tuorlo di un uovo fritto in un colletto bianco da Pierrot: ‘Diletta Lanzetti, otto anni’.”

Un romanzo sull’autismo? In qualche modo sì, ma non pensate a ad Haddon e al suo Strano caso del cane ucciso a mezzanotte, e neppure al Dustin Hoffman di Rain Man, sareste fuori strada.
Non è una forma così eclatante di disagio quella descritta all’inizio da Patrizia Bisi, ma piuttosto vediamo le piccole manifestazioni di una malattia interiore, difficile da afferrare e da guarire, ma che sembra non creare troppe barriere, eccessivi confini tra il mondo e la protagonista, Diletta, prima bambina e poi giovane donna. Un talento straordinario di pianista refrattaria alle regole e agli spartiti; una personalità di scolara incapace di apprendere, solo apparentemente curata dal nuovo farmaco del dottor Hackerman di Chicago; una bambina di dieci anni che accoltella la madre alla mano senza rendersene davvero conto, senza una decisa volontà, e resta poi vittima di una crisi convulsiva “fulminea e devastante come l’esplosione di una bomba”.
In realtà quelle barriere esistono eccome, ma nessuno le vede nel loro giusto spessore: c’è un muro fra Diletta e le persone che le stanno accanto e ogni tanto lei cerca di sgretolarlo, ma lo fa con la violenza di una bomba, appunto. E così diventa un essere inerme nelle mani di esperti come la dottoressa Luigia Koch, nel cui studio Diletta diventa “un pupazzo con la carica a molla senza molla, una bottiglia di plastica vuota e accartocciata, una pallina da ping pong schiacciata da un rovescio”. E quando riesce ad aprirsi, a raccontare, disegnare, scrivere, descrive quel castello complicato e pieno di stanze che è la sua casa interiore. Ma nessuno sa veramente orientarsi in quel dedalo oscuro. Non lo può fare la dottoressa Koch, non sono in grado di farlo sua madre e suo padre, celebre pianista, e neppure quel nuovo medico che la trascina di forza nell’istituto che la “curerà seriamente”.
Patrizia Bisi racconta con straordinaria forza emotiva in questo intensissimo, viscerale romanzo, tutti i tentativi della giovane Diletta di svincolarsi, emergere dalla sofferenza interiore alla quale neppure riesce a dare un nome e tutti gli involontari sforzi di chi la circonda di riportarla a fondo. Fino alla fine incerta della storia, che si affaccia sul vuoto, dopo la sua fuga, appena ventunenne, a New York, luogo in cui riesce finalmente a mettere a fuoco le sue doti e a capire quale sia stata la scintilla scatenante del suo malessere, e il successivo rientro in Italia, per amore.

Daimon di Patrizia Bisi
161 pag., Euro 15,00 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-17123-2

Le prime righe

La chiave è la memoria

Tutto è cominciato la notte in cui un tifone ha spezzato un palo della luce, oscurando il quartiere intorno all'ospedale dove mia madre stava partorendo. A Milano, il 24 gennaio, ventuno anni fa. Un parto difficile, lungo e doloroso, per mia madre il primo e l'ultimo della sua carriera. Da mezzanotte le doglie sono andate avanti fino a mezzogiorno, quando la mamma è rimasta senza voce e ho cominciato a urlare io. Io urlavo e lei piangeva, come se il liquido che non le usciva dal seno si riversasse li, in quel pianto incontenibile. E francamente, considerato quanto l'aspettava, capisco il suo cordoglio.
Non so chi ha messo in giro la storia che i bambini sono tutti belli. Niente di più falso, basta guardare dietro il vetro di una nursery. Io per esempio ero tra quei bimbi di cui non si può dire «che carino» quando li incontri in corridoio. La pelle rossa e il cranio a pera, due orecchie che si affacciavano sul mondo a getto come due balconi, ero infelice, insonne, inappetente. Ma non si può dire che non avessi voce, una voce decisamente non commisurata alla mia mole. Dopo due anni di convivenza mio padre era sull'orlo di una crisi di nervi, mia madre in piena crisi.
Erano tempi difficili, dice la mamma quando li racconta. Molto diversi da come li aveva immaginati sbarcando a Milano per frequentare quell'importante scuola d'alta moda. In Italia c'era un terrorista sospettato in ogni condominio, la mamma non si fidava neppure del portiere - lei era abituata ai killer bianchi e neri di Chicago ma i rossi no, in America li avevano già tutti eliminati.

© 2005 Giulio Einaudi Editore


L’autrice

Patrizia Bisi è nata a Roma e vive tra l’Italia, gli Stati Uniti e il Nepal. Matematica, editrice, ha lavorato a Boston presso il “Program in Writing and Humanistic Studies” del Mit. Ha pubblicato il suo primo libro firmando con un eteronimo.


Di Giulia Mozzato


18 marzo 2005