La biografia


Gianni Biondillo
Con la morte nel cuore

“Il suo probabile relatore di tesi lo odiava, Zeni lo aveva incastrato per benino, in commissariato ridevano di lui, De Matteis gli passava casi da neurodeliri, la sua ex moglie lo umiliava e lui stesso aveva una paura fottuta di non riuscire neppure a fare il primo degli esami necessari per raggiungere la laurea. Cosa mancava?
Iniziò a piovere, grandine.”

Aveva deciso di dimettersi, di lasciare il commissariato di Quarto Oggiaro, e di riprendere a studiare. Ma Michele Ferraro, chiodo o ciòd per gli amici, non ha fatto i conti con il vicequestore Zeni e la sua mente machiavellica. Quindi, poche storie, che studi pure, che dia esami, ma di dimissioni neanche a parlarne. Ed ecco allora il commissario “con la patente di quartoggiarese” ancora alle prese con la varia umanità di uno dei quartieri più malfamati (e malconosciuti) di Milano: un quartiere che il protagonista – e l’autore – vive, cerca di comprendere; un quartiere nel quale è nato, cresciuto, ha fatto amicizie, ha trovato l’amore, lo ha perso; un quartiere nel quale esiste una socialità, una sua etica, talvolta distorta, talvolta molto più sana di quella che appartiene a certi giovani della Milano bene.
Ma il quartiere è solo “l’interno” nel quale si svolge questa rappresentazione. “L’esterno” è – come nel romanzo d’esordio Per cosa si uccide – l’intera città di Milano: la Stazione Centrale, le zone circostanti popolate di slavi, cingalesi, senegalesi, il silenzio della basilica di Sant’Ambrogio, la folla vociante dell’happy hour, le aree industriali dismesse, abbandonate dai milanesi e dominate da bande di extracomunitari… Vie, palazzi, case che danno corpo e interpretano la mentalità di chi li ha costruiti e di chi ora li vive.
Non fraintendete: la trama, noir, c’è ed è di tutto rispetto, tra tentati stupri, omicidi, pire sacrificali, pareggiamenti di conti, colpi di scena. E sta al lettore scoprirla passo passo e gustarla appieno. Ma è innegabile che la vera forza di questo libro stia nei personaggi: a partire dal protagonista, il commissario Ferraro, un po’ sfigato, un po’ imbranato, alle prese con assistenti universitari vendicativi, una ex moglie sempre perfetta, una figlia cui propone solo pizza, poliziotte che la prolungata astinenza sessuale (di Ferraro) trasforma in sensuali ammaliatrici… e poi i colleghi, già presenti nel romanzo precedente: dallo “sbirro d’avanspettacolo”, Comaschi, cui il Signore ha donato tutto il senso dell’umorismo sottratto al povero Lanza, geniale e surreale insieme, fino a De Matteis, “forte con i deboli, debole con i forti”. E poi le tante persone incontrate, umanissime nelle loro contraddizioni: barboni dal passato glorioso, giovani leoni che si trasformano in timidoni appena fuori dal quartiere, vecchiette cui hanno rubato la dentiera, ex mafiosi, professori preoccupati per i “loro ragazzi”.
Bella la storia, belli i personaggi, e bella la scrittura. Una prosa varia, che sa essere elaborata, allusiva, ammiccante (da Dante a Leopardi, da Elio e le storie tese a Vasco…), o secca, pungente, caustica, e soprattutto autoironica. Una scrittura che scorre, che appassiona, che diverte. Per capire, arrivate alla scena tragico-comico-epica del tiro alla fune: riuscite a immaginarvi (senza ridere) quei sedentari papà milanesi impegnati in una lotta all’ultimo sangue per primeggiare di fronte a pargoletti ed ex mogli?

Con la morte nel cuore
443 pag., Euro 16.00 – Edizioni Guanda
ISBN 88-8246-655-8

Di Paola Di Giampaolo

le prime pagine
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I
Prima di tutto

Lo scambio termico fra l'imboccatura metallica della pistola e la tempia sudata di Lanza aveva ormai raggiunto, per il noto principio termodinamico, un punto di equilibrio tale da permettere al malcapitato di evitare pensieri oziosi sull'argomento, offrendogli così l'opportunità di concentrarsi con più rigore sull'imminente stato entropico che avrebbe raggiunto da lì a poco.
In effetti il suo pensiero si era perduto su questioni risibili quali l'alta conducibilità termica del metallo, la composizione chimica delle polveri da sparo, il traffico illegale di armi nel bacino mediterraneo, proprio mentre l'assassino gli passava la canna della pistola sul volto per poi piazzargliela senza indugi sulla tempia che pulsava all'impazzata. Ma ora non aveva senso pensare a queste cose, non c'era proporzione, non era il caso di perdersi in simili quisquilie, non c'era più tempo. La canna aveva raggiunto la temperatura corporea dell'ispettore capo del commissariato di Polizia di Quarto Oggiaro abbastanza in fretta, nonostante avesse sparato poco prima.
Ora toccava a lui.
È evidente che in condizioni diverse sarebbe fuggito a gambe levate. Ma un'altra nota legge, quella dell'impenetrabilità dei corpi, non gli permetteva, come avrebbe voluto, di attraversare i lacci che lo legavano alla sedia come un salame di stagione e di fuggire all'improvviso, lasciando lì pure i vestiti e le scarpe, proprio come nei cartoni animati.
Stava morendo. E gli dava un particolare fastidio. Per la precisione si cagava sotto, ma non sono cose da dirsi di un uomo ormai prossimo alla fine.
Cercò di ripristinare il dialogo interrotto con il suo interlocutore, così, tanto per provarci ancora una volta, ma sapeva che non c'erano speranze. Quello che c'era da dire era stato detto, le carte erano state tutte giocate, era ora di saldare i debiti e lasciare il tavolo da gioco.
Il killer alzò il cane della pistola senza enfasi, non tanto per prolungargli l'agonia ma come un'abitudine che si prende da bambini e che ti porti dietro fino in tarda età.
Lanza cercò di pensare a qualcosa di bello, quasi a voler morire con un pensiero positivo nella testa, in una sorta di estrema resistenza passiva dell'intelligenza nei confronti dell'assurdità dell'accadimento in atto. Gli frullarono per la testa, come in un vortice, il volto di sua moglie, gli origami, la tavola sinottica degli elementi, la cassata siciliana, i numeri primi, il gol di Maradona contro l'Inghilterra al mondiale, i fotoni, il Giudizio Universale nella controfacciata della cattedrale di Torcello, il canto delle megattere, poi ancora sua moglie. Ansimava rumorosamente, era completamente immerso nel suo sudore, il cuore pompava ad un ritmo forsennato, stava per vomitare da un momento all'altro. Non era un bello spettacolo a vedersi.
Poi l'uomo in piedi impresse la forza necessaria al grilletto affinchè il cane ruotasse sulla cerniera per innescare il sistema a percussione tipico delle armi da fuoco.
Un rigo di sangue sporcò le labbra di Lanza mentre la sua testa si accasciava sul petto.
L'artificiere fece un passo indietro bestemmiando parole incomprensibili. Poi si girò verso il suo compare, stupefatto.
«Cazzo. Questo si è pisciato sotto. Che schifo! »
L'altro rise, come se gli avessero appena raccontato una barzelletta. C'era sangue dappertutto, e l'uomo con la pistola sembrava furibondo all'idea di pestare con le sue scarpe il lago patetico che si era formato sotto la sedia di Lanza. Neppure toccasse a lui fare le pulizie di primavera.
Gli assassini sono persone imprevedibili.

© 2004 Ugo Guanda Editore

biografia dell'autore
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Gianni Biondillo (Milano, 1966) è architetto e saggista. Ha scritto per il cinema e per la televisione. Il suo primo romanzo, Per cosa si uccide, è stato pubblicato nel 2004 e i diritti per un film tv sono stati venduti a Palomar, la casa di produzione che realizza la serie del commissario Montalbano.




11 marzo 2005