ECHI AMERICANI

Eudora Welty
La figlia dell'ottimista

A Laurel sembrava ancora incredibile che suo padre, a quasi settant’anni, avesse permesso a una persona nuova, a una debuttante, di entrare nella sua vita, che addirittura avesse accordato il suo favore a un fatto del genere.

Dopo Paula Fox, la casa editrice Fazi ci propone Eudora Welty, un’altra grande scrittrice americana finora sconosciuta al pubblico italiano. Nata nel 1909 a Jackson, nel Mississipi, e morta nel 2001, la sua arte sembra consistere nella misura, in una reticenza equilibrata che rende la sua scrittura un poco fredda e distante, lievemente pensosa. È come diviso in atti, il romanzo La figlia dell’ottimista, con tre personaggi principali, e un quarto e un quinto assenti già dall’inizio eppure sempre presenti sullo sfondo. Il giudice Clinton McKelva deve essere operato ad un occhio e viene accompagnato in ospedale dalla seconda moglie, Fay, e dalla figlia Laurel, vedova, arrivata in aereo da Chicago a New Orleans per essere vicino al padre. Lui, il giudice McKelva, scherza prima dell’operazione, dopo non lo sentiremo quasi più parlare, non si riprenderà più. Chissà se il colpo finale che affretta la morte gliel’ha dato Fay, scuotendolo con rabbia, come se fosse una colpa giacere spossato in un letto d’ospedale. Laurel, dignitosa, composta, affettuosa, non riesce a capire che cosa abbia spinto suo padre a sposare questa donna, una texana chiassosa, volgare, egocentrica ed egoista. Finisce così la prima parte, con una morte, il dolore silenzioso di Laurel e il querulo lamento di Fay a cui quel decesso ha rovinato il compleanno. Seconda scena: il feretro viene riportato a Mount Salus, la cittadina dove il giudice ha sempre abitato, e amici e conoscenti vengono a rendergli l’ultimo omaggio - chiacchiere, pettegolezzi, rimpianto sincero, commenti, battute salaci sulla seconda moglie. E poi arrivano i parenti di Fay, invadenti e vocianti, senza discrezione come lei: il contrasto tra i due ambienti non potrebbe essere più stridente, mentre nelle stanze sembra aleggiare la presenza della prima moglie del giudice, così colta e raffinata. La terza parte è quella che ripiega sul passato, quando Laurel resta sola con i ricordi della madre e del marito, morto in guerra dopo appena un anno di matrimonio. Passa nelle stanze, tocca i libri che i suoi genitori leggevano ad alta voce e le sembra ancora di sentire le loro voci nella notte, trova le lettere che si sono scritti, e Laurel sembra dibattersi prigioniera del passato, come l’uccello che è entrato in casa e sbatte le ali cercando un’uscita, mentre l’arrivo dell’ambulante impiccione e screanzato è simile all’ingresso di Fay nella vita familiare dei McKelva. Tutti quei ricordi si concentrano su un oggetto quotidiano, un tagliere per il pane che il marito di Laurel aveva fatto per sua madre e che Fay ha rovinato. E a Fay che adesso le chiede che cosa mai ci veda in quell’oggetto, Laurel risponde, “Il passato, tutto intero”. La risposta di Kay, ottusa e rivelatrice, è, “Il passato di chi? Il mio no di certo. Il passato non significa nulla per me. Io appartengo al futuro, lo sai?”. È qui il significato del romanzo di Eudora Welty, in questo sguardo su un futuro poco allettante dell’America, mentre il passato può essere conservato come un tesoro, senza bisogno di oggetti che ce lo ricordino.

La figlia dell’ottimista di Eudora Welty
Titolo originale: The Optimist’s Daughter
Traduzione di Isabella Zani
187 pag., Euro 13,50 – Edizioni Fazi (Le strade n. 87)
ISBN: 88-8112-590-0

Le prime righe

Un'infermiera tenne aperta la porta per farli entrare. Il giudice McKelva per primo, poi sua figlia Laurel e infine sua moglie Fay si introdussero nell'ambulatorio senza finestre in cui il medico avrebbe effettuato la visita. Il giudice era un uomo alto e massiccio di settantun anni, che d'abitudine portava gli occhiali appesi a una fettuccia. Adesso però li teneva in mano, mentre sedeva sull'alta poltrona simile a un trono che sovrastava lo sgabello del dottore, con Laurel da una parte e Fay dall'altra.
Laurel McKelva Hand era una donna snella sui quarantacinque anni, con un'espressione pacifica e i capelli ancora scuri. Indossava abiti di buon tessuto e taglio, sebbene il suo completo fosse troppo pesante per New Orleans e vi fosse una grinza sulla gonna. Gli occhi azzurro scuro sembravano insonni.
Fay, piccola e slavata nell'abito dai bottoni dorati, tamburellava il piede calzato da un sandalo.
Era un lunedì mattina dei primi di marzo. Nessuno dei tre viveva a New Orleans.
Puntualissimo, il dottor Courtland entro nella stanza a grandi passi e strinse la mano al giudice McKelva e a Laurel. Dovette essere presentato a Fay, che era sposata al giudice solo da un anno e mezzo. Poi il medico sedette sullo sgabello e agganciò i tacchi al poggiapiedi. Alzò il viso con aria premurosa e grata: quasi fosse stato lui ad attendere il giudice a New Orleans, e non viceversa, per potergli dare un regalo, o per riceverne uno dal giudice.
«Nate», stava dicendo il padre di Laurel, «magari il guaio è soltanto che non sono più giovane come una volta; ma giurerei di avere qualcosa che non va agli occhi».

© 2005 Fazi Editore


L’autrice

Eudora Welty è nata nel 1909 a Jackson, nel Mississippi. Amatissima dal pubblico e incensata dai critici, fu autrice di romanzi e novelle, spesso pubblicati prima su riviste quali “Harper’s Bazaar” e “The New Yorker”. Nella sua lunga e felice carriera letteraria ha ricevuto innumerevoli alti riconoscimenti accademici letterari. È morta nel 2001. La figlia dell’ottimista, Premio Pulitzer 1973, è qui presentato per la prima volta in traduzione italiana.


Di Marilia Piccone


25 febbraio 2005