La biografia


Filippo Tuena
Le variazioni Reinach

“Come fosse un lento e lontano avvicinamento a casa dopo tanti anni, Parigi è diventata per loro il punto d’incontro, la meta e qui hanno atteso pazientemente “ dice e pensa tra sé, ma come potrebbero attendere se non pazientemente che le loro strade finalmente s’incrocino, quelle dei fantasmi e la sua, lui che li vede i fantasmi, lui che li sa riconoscere.

Visitando con la famiglia il palazzo-museo parigino intitolato a Nissim de Camondo, un “hôtel particulier” arredato preziosamente nello stile del XVIII secolo, lo scrittore romano Filippo Tuena si sente attratto dalle fotografie degli antichi proprietari, una ricchissima famiglia di banchieri ebrei morti ad Auschwitz. Béatrice de Camondo, sorella di Nissim, morto eroicamente durante la prima guerra mondiale, aveva sposato Léon Reinach, appartenente anch’egli a una facoltosa famiglia ebraica che annoverava celebri studiosi, statisti, collezionisti, avendone due figli, Fanny e Bertrand.
L’interesse suscitato dalle fotografie nello scrittore è tanto intenso da stimolare una ricerca più approfondita di documenti e testimonianze riguardanti le famiglie de Camondo e Reinach, protagoniste, all’inizio del ‘900, di una stagione culturale e mondana che contava Marcel Proust fra i suoi adepti. A mano a mano che si chiarisce il proposito di ricostruire in una sorta di dossier narrativo quest’affascinante pagina di storia, sfociata nella tragedia dell’olocausto, scatta nell’autore un processo di identificazione con Léon Reinach, che lo porta a intrecciare al racconto storico un percorso autobiografico, proiettato soprattutto sull’interazione tra arte, vita e memoria.
Reinach si definì, nel modulo compilato entrando nel campo di sterminio, “compositore di musica”, ma nessuna sua opera sembrava essergli sopravvissuta, finché la tenacia di Tuena non è stata premiata con la scoperta, presso un’università americana, dello spartito di una Sonata per violino e pianoforte.
Si è venuta così completando un’opera multimediale che è un omaggio appassionato a Reinach e alla sua umanità liminare, segreta, indagata attraverso diverse componenti: una saga familiare arricchita da foto d’epoca, la cronaca documentatissima ma anche affettuosa di una ricerca, con foto scattate dall’autore nei luoghi delle ricerche stesse, la confessione di uno scrittore avvinto al suo personaggio, e un CD della Sonata allegato al libro: tante voci diverse, per un’esperienza indimenticabile.

Le variazioni Reinach di Filippo Tuena
412 pag., ill., Euro 17,50 – Edizioni Rizzoli (Scala italiani)
ISBN: 88-17-00574-6

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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Variazione su una visita al museo

La vede salire lo scalone attraversare le sale deserte come una perfetta padrona di casa; controlla ogni cosa, passa la mano sopra i ripiani delle commodes, scorre le dita tra gli intagli delle cornici, sistema col piede gli angoli dei tappeti arricciati.
Prima di lasciare ogni ambiente si volta per accertarsi che tutto sia in ordine e il suo sguardo ha un'espressione accigliata, fredda in contrasto con i suoi sentimenti di grande rimpianto, di profonda malinconia.
Ogni stanza le ricorda un momento, un evento che appartiene al suo passato irrecuperabile perché sa che ha ancora poco tempo a disposizione mentre avrebbe voluto passare tutta la notte ricordando il tempo trascorso, tutta la notte o forse ancora più tempo: una notte intera per ogni salone, una notte intera per ogni oggetto, per ogni ricordo, per ogni immagine e invece dovrà fare in fretta nei pochi minuti che durerà quest'ultima ricognizione che le sembra, sempre più, troppo frettolosa; abbandona la sua casa, le viene da pensare, come se avesse commesso un peccato eppure sa che non è così; è rigida è severa perché sta esaudendo la volontà di suo padre anche se con il dolore profondissimo che le attanaglia il cuore.
Nel ricordo intravede i suoi figli correre per la galleria, scendere di corsa il grande scalone, ridere mentre giocano nel giardino e nel ricordo ritornano le voci della servitù sommesse, sospirate, a volte timorose, in qualche caso sguaiate mentre un rumore meccanico le rammenta il rassicurante procedere del montacarichi che portava le pietanze in sala da pranzo e l'innaturale voce di suo padre, l'accento orientale, il tono esagerato molto alto o impercettibile, come se egli non sapesse modulare la voce e poi ricorda pochi attimi d'intimità col marito legati ai primi tempi del matrimonio e si stupisce che siano quelli e non altri i ricordi che ricorda; ricorda anche le lunghe e interminabili sere quando lei, Léon e suo padre parlavano in salone alternando grandi silenzi; ricorda il suono del pianoforte di suo marito, quelle melodie scheletriche intellettuali ma molto romantiche, un poco artificiose; un suono balbettante, solitario, perduto nell'immensità del palazzo troppo grande, l'era subito venuto da pensare, troppo grande e troppo vuoto, troppo distanti le memorie e le immagini; chi potrà mantenerle vive per l'eternità che le si para dinanzi come uno sconfinato grigio nebbioso paesaggio marino.

La figura di Beatrice scompare in fondo alla galleria ed è allora che lo scrittore sente le voci dei bambini, parole francesi come gli era accaduto almeno trent'anni prima a Roma in una triste stazione della metropolitana; una stazione quasi deserta di una linea che partiva dalla campagna e s'interrava soltanto nelle ultime due o tre fermate prima di giungere a piazzale Flaminio.
Aspettava il treno e con lui l'aspettavano soltanto una bambina appena adolescente e suo fratello più piccolo che parlavano ad alta voce e la volta deserta della stazione rimandava amplificato il suono di quelle parole francesi distorcendole; adesso nel ricordo non potrebbe ripetere neppure una di quelle parole perché troppo tempo è passato e troppo lontana è quella lingua anche se per certi versi molto vicina, prossima.
Ricorda questo: i due adolescenti scherzavano, ridevano, lui si disse da dove vengono queste voci, poi arrivò il treno e il rumore della motrice coprì ogni altro suono e prima di salire sul vagone pensò per quanto tempo dovrò aspettare prima che ritor-nino a visitarmi prima che il cerchio sia compiuto, ora forse il cerchio si sta compiendo e la circonferenza perfetta ritrova la sua origine.

La sua mente compie spesso questi balzi nel tempo e ora è perplesso perché l'immagine è scomparsa e le voci si sono fatte distanti e si trova a passeggiare per i saloni distratto, infastidito da tanto lusso e dispiaciuto per la fugacità della sensazione; se non fosse per un altro adolescente che lo incuriosisce sarebbe già uscito perché da molto tempo lo annoiano i musei, li considera luoghi funebri, cimiteriali, ma adesso segue con lo sguardo quel piccolo italiano di dieci, undici anni che corre avanti e indietro tra la biblioteca e il salon bleu; cerca di capire quello che sta dicendo al padre; i due scherzano come fossero a casa loro e si domanda che hanno da scherzare in un museo, perché fanno tanto rumore e parlano a voce alta, indifferenti al fastidio che procurano agli altri visitatori, poi capisce il gioco: fingono di essere i proprietari del palazzo, sognano di abitarci; trasformano il museo in una casa, gli danno un'anima, gli viene da pensare.

© 2005 RCS Libri Edizioni

biografia dell'autore
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Filippo Tuena (Roma 1953) ha pubblicato i romanzi: Lo sguardo della paura (Premio bautta Opera Prima), Il volo dell’occasione, La passione dell’error mio, Tutti i sognatori (Premio Super Grinzane Cavour), La grande ombra.




18 febbraio 2005