LUOGHI

Alessandro Moscè
Luoghi del Novecento

“Una passione naturalistica avvicina più che mai Piersanti a Pascoli, in una rievocazione costante che gira intorno al grande tema della memoria. Si crea un’isola d’amore e anche di romantica preservazione dei luoghi.”

Alessandro Moscè non è per nulla nuovo alla letteratura e alla saggistica. Tutt’affianco a una apprezzata collaborazione a Nuova Antologia e ad altre riviste, tra cui la feltresca “Pelagos”, ha raccolto nel 2003 per Il lavoro editoriale un’antologia di poeti d’oggi sotto il titolo davvero suggestivo di Lirici e visionari e ha anche pubblicato un romanzo, Le ombre parlano (La città gioiosa, 2000).
Luoghi del Novecento, che Marsilio presenta nella sua collana “Ricerche”, utilizza il sentimento del luogo, psichico e anche sensibile, geografico e immaginario, per spingersi giù in profondo alle radici della scrittura e indi arrivare a una prospezione del processo espressivo all’interno di un movimento antropologico avvicinato con i sensi e il pensiero. Tutto questo attraverso cinque autori di diversa generazione e esperienza – nell’ordine Cesare Pavese, Paolo Volponi, Tonino Guerra, Alberto Bevilacqua, Umberto Piersanti – come attraverso il microcosmo delle specifiche realtà locali, o realtà dei luoghi, quali emergono dalle loro opere narrative e poetiche.
Presupposto del lavoro è il riconoscimento della qualità del luogo unita in qualche modo alla sua evidenza e misurazione. Crittografia del presente e del futuro, del naturale e del civilizzato, esso ingloba un repertorio di immagini aperte e dialettiche. Immagini portate ad irradiarsi, amplificanti la materia espressiva verso una dimensione universale. Moscè definisce residenziali e universali i suoi autori di riferimento in questo libro. Intende con residenza l’ambiente sicuro in cui abitare e consistere, anche piccolo, le più soventi volte provinciale. E assegna un carattere di universalità al processo di proiezione che si sviluppa a muovere da quello stesso spazio in direzione del mondo e dell’assoluto. L’intesa con questa intensificazione è grosso modo l’uguale che incontriamo in Leopardi: “Sovente in queste rive, / Che, desolate, a bruno / Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / Seggo la notte; e su la mesta landa / In purissimo azzurro / Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle”, così ne La ginestra. Ma è un esempio tra i tanti.
Naturalmente i richiami alle specifiche località vanno a punteggiare una certa semantica nei titoli e nei contenuti dei capitoli. Così, ecco la povertà degli orti in Tonino Guerra, l’endiadi terra e sangue nel caso di Cesare Pavese, il trapasso non tanto sotterraneo dalla visione del paesaggio a quella della storia in Volponi; ecco il fondersi tra asse cronologico e spazialità all’interno del saggio consacrato ad Umberto Piersanti (intitolato Per tempi e luoghi, esplicita citazione di un sintagma del poeta urbinate). Il rinvio è insomma a una toponomastica interiore, ma anche alla precisione dei dettagli esterni.
Perciò, nel caso di Guerra, quel titolo, La povertà degli orti, rammemora in piena evidenza lo “stupefacente orto di Pennabilli”, che è un paesino dell’entroterra pesarese dove lasciata Sant’Arcangelo il poeta romagnolo si è ritirato a vivere con la moglie russa. L’abbaglio poetico – lo sguardo lucente della poesia – appare penetrato dall’innocenza e dall’incontaminata distinzione degli ambienti naturali. Il paese dell’anima (che fu un’immagine coniata e pensata da Carlo Bo per Urbino) unisce insieme le scansioni visive e il fremito di odori e suoni.
L’incanto di questa lontananza tuttavia mai perduta si profonde spesso nei versi. Ma è un’esperienza affidata anche alla prosa. Un’esperienza mai spezzata, senza arrangiamenti esteriori. Il cui afflato congiunge dialetticamente la memoria privata come quella delle esistenze collettive. L’esperienza vissuta nello specchio del luogo coniuga il carattere individuale con l’effetto generazionale (come ci pare intervenga in Pavese), suscitando nel ricordo privato e involontario l’emersione dello choc sociale. Quando ad esempio Paolo Volponi approda al romanzo con Memoriale nel 1962, i temi del lavoro industriale, della fabbrica, del conflitto inesausto con la storia del capitale presuppongono un perenne retroterra nativo. Volponi scrive del modello industriale ma – precisa Moscè - continua pur sempre a pensare a quello che resta il “fortilizio della natura”, rappresentato per lui dai “luoghi di luce intatti e stupefatti” della sua Urbino. E il contrasto è tra quella luce, pur nella ritrazione verso qualcosa di immediato e prenatale, e l’irrompere della storia e della ragione.
Infine Umberto Piersanti: che per l’autore di questo libro – in netto anticipo sui tempi della cosiddetta scrittura mitica – può essere a ragione considerato il “poeta italiano per eccellenza del naturalismo”. Infatti in lui la natura rappresenta un mondo di appartenenza: una lingua e una forma – un ricordo volontario, discorsivo - che si espandono dal silenzio alla luce e alla vita, ritrovando anche la nozione del perenne nel finito, del sorprendente nel caduco. Il che a ben riflettere era già riconoscibile in Leopardi. Per il quale la coscienza di se stesso, attraverso l’individuazione del villaggio natio e delle circostanti montagne azzurrate, rappresenta la condizione dell’adempimento della poesia nello spazio del nostro essere al mondo.

Luoghi del Novecento. Studi critici su autori italiani. C. Pavese, P. Volponi, T. Guerra, A. Bevilacqua, U. Piersanti di Alessandro Moscè
165 pag., Euro 14,00 – Edizioni Marsilio (Ricerche)
ISBN: 88-317-8609-1

Le prime righe

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vóto seren brillare il mondo.

GIACOMO LEOPARDI, La ginestra

II microcosmo suggestivo di una realtà locale ha rappresentato una parte determinante, se non decisiva, della poesia italiana del secondo Novecento.
Viene da pensare immediatamente a quella terza linea, dopo il grande stile e l'avanguardia. L'esperienza della terza generazione poetica italiana è l'asse portante di una lunga vicenda al centro del dibattito secolare.
Ma del resto lo stesso Saba, con la sua poesia onesta, aveva elaborato il concetto diffuso di poesia dal tono piuttosto personale, con un accento classico e autobiografico, che si fondava sugli affetti familiari in un luogo ben definito. Risalendo verticalmente a Giovanni Pascoli, ritroviamo l'antesignano della poesia della natura, di un'immagine virgiliana nell'ambito del «nido» dal quale non si sfugge.
Sono, questi, alcuni esempi che si combinano con la percezione del luogo e di un confine storico-geografico.

Dalla raccolta Dal fondo delle campagne (dato alle stampe nel 1965) di Mario Luzi, la bellissima poesia Dalla torre:

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua galoppata verso il mare,
nella sua ressa d'armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell'interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice; «guardami sono la tua stella»
e in quell'attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
dove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.

© 2004 Marsilio Editori


L’autore

Alessandro Moscè (Ancona 1969), scrive su “Nuova Antologia” e su altre riviste specializzate dove si occupa di filologia e critica letteraria. Ha compiuto studi su Giorgio Saviane e sulla letteratura marchigiana del Novecento. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari. Nel 2000 è uscito il romanzo Le ombre parlano.


Di Gualtiero De Santi


18 febbraio 2005