UOMINI E ANIMALI

Alberto Asor Rosa
Storie di animali e altri viventi

“La nostra unione, dunque, è qualcosa di più della semplice somma di ognuno dei due separati dall’altro. Le differenze c’erano prima. O sarebbero venute dopo. Ma nel sonno, - e, non dimentichiamolo, nel sogno, - eravamo uguali e al tempo stesso complementari. Non il gatto e l’uomo. Ma il Gattuomo (appunto). Un pezzo di qua e un pezzo di là di una vita: ma di una medesima vita. Per giunta, tutti e due lo sapevamo. E nessuno di noi due lo avrebbe dimenticato.”

Quali piccoli segreti nasconde la vita casalinga di un intellettuale? Come reagisce nello scoprire lo scempio della propria collezione di titoli della Pléiade? Perché leggendo il giornale si assopisce dolcemente? A raccontarci qualche piccola curiosità sull’esistenza quotidiana di quest’uomo e della sua compagna non sono testimoni umani, ma un gatto e una “cana”. Sono davvero storie di animali e altri viventi fatte di parole, suoni, immagini e piaceri piccoli e grandi. Un labirinto linguistico in cui si perdono le singole identità nei complessi rapporti tra gatti e umani, tra cani e umani e tra gatti e cani, e in cui si trasformano i nomi adeguandosi ai ruoli: una “mezza mamma” che sostituisce la vera mamma gatta diventa Mo, un nuovo padrone grosso la metà del precedente (Polikàrp) diventa Po e così via.
Asor Rosa si diverte in questo giocare con le parole, ma al tempo stesso trova un modo efficace e diretto per rappresentare quello che lui definisce metamorfòsi: “In quella case c’era un Gattuomo e c’era una Canfemmina: le metamorfòsi potevano essere, e di fatto in molte occasioni erano state, e sempre più in futuro sarebbero state, più numerose, ma due s’erano ormai imposte come dominanti, ed erano ambedue di natura verticale, non orizzontale, e prevederne altre sembrava per il momento impossibile.”
Solamente dopo diverse pagine comprendiamo che i quattro racconti sono strettamente legati fra loro, le voci di Mischò (Micio Nero) e Hon’es’à (Contessa) si intrecciano per raccontare gli eventi che li vedono protagonisti, osservati dal punto di vista felino e canino. Sono loro le voci narranti, è dei due animali la vera filosofia della storia. “Il Gattuomo va bene, ma un Cangatto sembrerebbe anche a me esagerato” non perché non sia possibile davvero, ma perché le relazioni tra questi protagonisti si stabiliscono su altri equilibri, su altre preferenze. È il comunicare al centro della storia, il comprendersi e il saper parlare tra razze differenti e, naturalmente, il piacere di farlo. Uno sguardo particolare, un movimento, ma anche il tono della voce, aiutano gli animali a comprendere cosa vogliano dire gli umani. Una coda che ruota con nervosismo, intendendo fastidio, l’altra con affetto ed entusiasmo significando disponibilità: il tutto sta nell’intendersi, tra cane e gatto. E quando il livello di comunicazione sale diventa telepatico e allora non ci sono più parole, né code da sventagliare.
Nella parte finale Asor Rosa si scopre e fa capire al lettore quanto di autobiografico ci sia in questo testo (del resto solo chi ha vissuto a lungo con un gatto e un cane può descriverne così bene i piccoli atteggiamenti quotidiani). Ma soprattutto in poche, ma intensissime righe, ci ricorda quanto sia importante e incancellabile, al di là della morte stessa, quel rapporto profondamente istintivo che si crea tra l’uomo e l’animale che vive con lui. Ci sarà un tempo in cui, superati i limiti linguistici, gerarchici e comportamentali, saremo un tutt’uno, felicemente ed eternamente.

Storie di animali e altri viventi di Alberto Asor Rosa
173 pag., Euro 11,00 – Edizioni Einaudi (L'Arcipelago Einaudi n. 65)
ISBN: 88-06-17276-X

Le prime righe

Da qualche tempo preferisco la comunicazione telepatica a quella verbale. Lo so che telepatia significa trasmissione del pensiero a distanza. Io invece la intendo nel senso che qualsiasi trasmissione del pensiero, che non si avvalga dei sensi, e neanche della parola, sia telepatica. In questa versione, che importanza ha la distanza? Può essercene molta, può essercene poca, può non essercene nessuna. Il caso più frequente di telepatia a breve distanza, talvolta, nei momenti più appassionati, a nessuna distanza, — è quello amoroso. Due veri amanti non hanno nessun bisogno di aprire bocca per comumcarsi reciprocamente quel che vogliono. Per la sua natura esemplare questo è il caso che meglio serve a spiegare quel che intendo. Per comunicare senza parole, solo col pensiero (da lontano o da vicino, lo ripeto, non importa), non c’è bisogno di poteri paranormali ma di una fortissima carica di simpatia, di una grande intimità e di una dedizione assoluta. La telepatia è insomma, in buona sostanza, un atto d’amore. Comunicare direttamente il pensiero si può, se tra due soggetti s’apre un canale di comunicazione che prescinde dagli strumenti utilizzati. Affinché il canale si apra, bisogna che i soggetti siano tutti e due disponibili, e senza remore. Il caso, specie fra gli umani, è raro, ma non impossi bile.

© 2004 Giulio Einaudi Editore


L’autore

Alberto Asor Rosa è nato a Roma nel 1933. Ha ideato e diretto la Letteratura italiana Einaudi in 19 volumi. Come critico letterario ha inoltre pubblicato Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Genus italicum. Saggi sulla identità letteraria italiana nel corso del tempo; Stile Calvino. Cinque studi; Un altro Novecento. Come saggista politico, ricordiamo almeno tre volumi: Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana; L’ultimo paradosso; La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana. Come narratore ha esordito nel 2002 con il romanzo L’alba di un mondo nuovo.


Di Giulia Mozzato


18 febbraio 2005