LATINOAMERICANA

Chico Buarque
Budapest

“Era la sonorità della lingua ungherese che mi si apriva a mano a mano che entravo nel salone. Vibravano attorno a me le voci ungheresi, senza sospettare che stavano svelando i loro segreti a un intruso. E poiché ignoravo il significato, mi accorgevo in modo ancora più nitido delle inflessioni della lingua; prestavo attenzione a ogni reticenza, a ogni esitazione, alle frasi interrotte, alle parole spezzate a metà come frutti che potevo osservare dal di dentro.”

L’attacco (uso questo termine musicale volutamente) di Budapest piacerà ai linguisti: è quasi una dichiarazione d’amore per tutti gli idiomi, anche quelli sconosciuti, lontani e misteriosi, una serenata per i suoni e le melodie delle parole e per il fascino che sprigionano. È un filo rosso che attraversa tutto il romanzo, trasformandosi in varie manifestazioni di una medesima “malattia”: la passione per la parola. Il protagonista, il brasiliano José Costa, è fortemente affetto da questo morbo, abilmente trasformato in una professione, il ghost-writer, l’autore anonimo che si cela dietro la facciata delle celebrità di ogni settore scrivendo articoli e discorsi o interi volumi ora firmati dal grande statista, ora dal filosofo e intellettuale, ora dal noto romanziere. In cosa si caratterizza questo tipo di autore? Nella capacità di imitare linguaggi sempre nuovi, di declinare la comunicazione nelle sue varie voci. Una capacità che si può acquisire e che, come scopre presto José Costa, si può insegnare a molti altri fino a creare molteplici cloni. E cosa accade quando un uomo come lui viene in contatto con una lingua “fulminante” come l’ungherese? La personalità si sdoppia, si duplicano le compagne (Vanda e Krista) e i luoghi, si moltiplicano le storie e i modi di scriverle, nascono altre pagine e altri racconti. Siamo dunque ancora una volta di fronte a un romanzo del doppio: José Costa di Rio e Zsoze Kósta di Budapest (che conosceremo solo dopo qualche capitolo) sono la medesima persona, così come lo sono il Chico Buarque musicista e quello scrittore.
Una piccola nota finale: nella traduzione italiana si è un po’ smarrita la ricchezza terminologica originaria, sottolineata più volte dai critici brasiliani. Come ha detto Caetano Veloso “è un labirinto di specchi che alla fine si risolve non con la trama ma con le parole”. Peccato perderle.

Budapest di Chico Buarque
Traduzione di Roberto Francavilla
138 pag., Euro 13,00 – Edizioni Feltrinelli (I narratori)
ISBN: 88-07-01671-0

Le prime righe

1.
DOVREBBE ESSERE PROIBITO

Dovrebbe essere proibito prendere in giro chi si avventura in una lingua straniera. Una mattina, mentre per sbaglio ero sceso dalla metro in una stazione azzurra uguale alla sua, con un nome che somigliava alla stazione vicino a casa sua, le telefonai dalla strada e le dissi: arrivando lì sto quasi. Mi resi conto immediatamente di aver detto una stupidaggine, perché la professoressa mi chiese di ripetere la frase. Arrivando lì sto quasi... C'era forse qualche problema con la parola quasi. Solo che, invece di farmi notare l'errore, me lo fece ripetere, ripetere, ripetere, e poi scoppiò in una risata che mi fece sbattere giù il telefono. Quando mi vide alla porta di casa sua la colse un altro attacco, e più tentava di trattenere le risate nella bocca chiusa, più le tremava il corpo intero. Alla fine mi disse di aver capito che sarei arrivato a poco a poco, prima il naso, poi un orecchio, poi un ginocchio, e la battuta non era neanche così divertente. Tanto è vero che in seguito Kriska parve rattristarsi un poco e, non sapendo chiedere scusa, sfiorò con la punta delle dita le mie labbra tremule. Oggi, comunque, posso dire di parlare l'ungherese alla perfezione, o quasi. Quando di notte comincio a mormorare fra me e me, il sospetto di un leggerissimo accento qui e là mi preoccupa alquanto. Negli ambienti che frequento, dove discorro a voce alta su temi nazionali, faccio uso di verbi rari e correggo persone colte, un improvviso accento strano sarebbe un disastro.

© 2005 Giangiacomo Feltrinelli Edizioni


L’autore

Chico Buarque de Hollanda, nato a Rio de Janeiro nel 1944, è conosciuto come uno dei più grandi cantautori della musica popolare brasiliana. Figlio dell’illustre pensatore brasiliano, storico e critico letterario, Sérgio Buarque de Hollanda, Chico fin dall’adolescenza si appassiona alla scrittura, anche se poi sarà la musica a renderlo celebre. Talento creativo di una versatilità straordinaria ha composto temi indimenticabili, poesie, romanzi, sceneggiature cinematografiche e racconti nei quali un’intera nazione si identifica. Budapest ha ottenuto un successo eccezionale di critica e di pubblico vendendo più di mezzo milione di copie nel mondo. Ha anche scritto Disturbo, che ha vinto in Brasile il premio Jabuti e Benjamin.


Di Giulia Mozzato


11 febbraio 2005