La biografia


Tullio Avoledo
Lo stato dell'unione

“La pubblicità suggestiva cerca di influenzare il cliente con un messaggio che vinca la sua resistenza all’acquisto. Ciò su cui si fa leva con questo genere di pubblicità non è il lato informativo, ma l’immagine del prodotto. Quindi cerca di stimolare l’inconscio del cliente.
E dove il bisogno non c’è, lo si crea”.

Dopo i successi de L’elenco telefonico di Atlandide e Mare di Bering Tullio Avoledo torna con un romanzo che, siamo sicuri, farà discutere: un libro di fantapolitica che ha davvero molte attinenze con l’incubo del reale, con i luoghi oscuri di un presente che, purtroppo, si fa sempre più chiaro.
Senza voler svelare nulla della trama – che in Avoledo costituisce gran parte del piacere di una lettura che diventa ad ogni pagina una scoperta – basti accennare che in questa metafiction l’autore fa confluire tematiche di un’attualità sconcertante: quello che delinea è l’altro volto di un Paese, l’Italia, da sempre strategica nell’asse degli equilibri poltici non solo europei.
Quella di Avoledo è metafiction proprio per questo: perché travalica i generi affiancando alla narrativa interessanti spunti sociologici e geopolitici.
E se di queste incursioni la lettura non ne risente, ne risente invece il lettore che in diverse pagine di questo avvincente romanzo si trova spiazzato davanti allo specchio di una finzione molto vicina alla realtà.
D’altro canto gli elementi ci sono tutti.
A partire dal titolo: Lo Stato dell’Unione è il discorso annuale che ogni presidente degli Stati Uniti rivolge alla nazione; ma è anche il titolo di un film, purtroppo dimenticato, di Frank Capra: un lungometraggio dove il regista de La vita è una cosa meravigliosa indaga sulle molte commistioni del Potere.
Ne Lo Stato dell’Unione, inoltre, sono molte le citazioni esplicite e non: dall’omaggio a Philip Dick all’ironia al vetriolo di Kurt Vonnegut sino alla satira sociale ritratta negli straordinari fumetti di Gerard Lauzier. Per non parlare di un capitolo molto interessante in cui Avoledo, pur non citandolo, riprende le teorie dell’americano Bill Kaysing che, nel suo Non siamo mai andati sulla Luna, insinua il sospetto di come lo storico sbarco lunare dell’ Apollo sia una delle più spettacolari
truffe mediatiche.
C’è questo nel nuovo Avoledo, ma c’è anche molto altro. Su tutti l’invasiva presenza nelle nostre vite di una pubblicità che non è nemmeno più creata da “persuasori occulti” alla Packard, ma si è trasformata nell’ultimo vero Quarto Potere.
E proprio attraverso il protagonista - un pubblicitario assoldato (è il caso di dirlo) da un partito politico dal nome programmatico ed evocativo, “Italia in marcia”- siamo catapultati in universo parallelo terribile se solo rimanesse di carta.
Le prospettive delineate da Avoledo, invece, sono più vicine al realizzarsi di quanto si possa immaginare.
Come scriveva Jack London nel suo Tallone di ferro, “il futuro è uno stivale che calpesta un volto umano, all’infinito”.
Il problema è che non se ne accorge nessuno. Lo stivale, sembra dirci Avoledo, è felpato, ma ugualmente letale. Oggi che si è passati, definitivamente, dalla strategia della tensione alla strategia della finzione.

Lo stato dell'unione di Tullio Avoledo
380 pag., Euro 17,50 – Edizioni Sironi (Questo e altri mondi)
ISBN: 88-518-0045-6

Di Gian Paolo Serino

le prime pagine
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1
Tutti gli americani di una certa età

Tutti gli americani di una certa età dicono di ricordarsi dov'erano e cosa facevano quando Kennedy è stato assassinato a Dallas.
Immagino che lo stesso valga per l'11 settembre del 2001, o per il 10 ottobre del 2005.
Per conto mio, quando l'assessore regionale alla cultura Enrica Martinelli, e con lei i Celti, e con loro tutti i guai che ne seguirono, quando tutto questo mi capitò in casa un martedì sera verso la fine di aprile, io, nel mio piccolo, ricordo benissimo che la situazione era questa: Gaia e io stavamo cambiando l'acqua alla vasca del pesce rosso, mia moglie lavorava alla sua tesi al computer e la badante polacca era da qualche parte in giardino col piccolo Matteo.
Ricordo che erano le sette e un quarto. Si può dire le sette e un quarto in punto?
Ricordo che il campanello del portoncino d'ingresso suonò tre volte.
Già al primo squillo Gaia aveva mollato la presa sul pesce rosso Ignàtz, che ricadde nell'acqua sporca con uno scodinzolio indignato e un gran vibrare di pinnette.
«Vado io» gridò mia figlia, attraversando il salotto con l'effetto devastante tipico di una bambina di sei anni. Carte e pastelli, pezzi multicolori di Lego, gambe di bambola finirono macinati sotto i piedini veloci come al passaggio di un ciclone. Gaia si arrampicò sullo sgabello che teneva sempre vicino al citofono per emergenze del genere.
«E una signora, papi» disse, e nel momento in cui lo diceva mi sembrò di sentire le antenne di mia moglie puntare nella mia direzione, dallo studio. E un senso ancestrale, forse un residuo dei tempi in cui i suoi antenati, e immagino anche i miei, cacciavano per sopravvivere.
Mi avvicino al videocitofono, una delle tante innovazioni condominiali alle quali mi sono invano opposto nel corso degli anni.
L'immagine si distingue a malapena. La donna è troppo vicina alla lente: la faccia è distorta, sembra abbia un naso enorme. Gli occhi a palla ricordano quelli di Ignàtz, che in questo momento sta sicuramente meditando un'azione legale per abbandono di pesce rosso.
«Chi è?» domando a voce volutamente più alta del dovuto, per farmi sentire anche da mia moglie.
«Sono Enrica Martinelli. Si ricorda? Ci siamo parlati al telefono l'altro ieri».
Schiaccio l'interruttore del portone. «Settimo piano» dico.
Tolgo il grembiule plastificato e i guanti di gomma. Mi muovo a passi felpati verso la porta d'ingresso, ma mia moglie mi intercetta a metà strada.
«Chi è?».
«Roba di lavoro».
«Fra un quarto d'ora si cena».
«Lo so. Ho visto il microonde».
Riprendo a muovermi verso la porta.
«Devi proprio portarti il lavoro a casa?» mi grida dietro Marta.
«Se voglio mantenere il Circo Mendini è il minimo che possa fare».

Gaia è al mio fianco come una guardia d'onore, quando mi piazzo sulla soglia per accogliere Sua Maestà l'assessore regionale alla cultura Enrica Martinelli, vale a dire la donna che secondo le mie aspettative dovrebbe fornire a me e alla mia famiglia il pane e il companatico per i prossimi mesi, tenendo lontani gli spettri della miseria e degli ufficiali giudiziari.

L'assessore ha le gambe lunghe. È stata questa, immagino, la prima cosa che mia moglie ha notato.
Appena messo piede in casa mia, neanche il tempo di stringerci la mano, l'assessore si è chinata sulla mia bambina, sorridendo. La gonna corta le ha scoperto ancora un po' di gamba da ex atleta olimpica.
«Guarda che bella bimba. Ma proprio bella. Come ti chiami, piccola?».
«Gaia».
«Come la dea della terra. Bravi».
Gaia la guarda perplessa.
«Veramente il nome non viene da lì» preciso.
La Martinelli stringe gli occhi a fessura. «Ah no? E da cosa deriva?».
«È una lunga storia» taglia corto Marta, piazzandosi al mio fianco.
Le due donne si stringono la mano con una solennità da tavolo di pace, ma anche con tutta la circospezione di chi si chiede se riavrà indietro la mano, dopo. Marta è tutt'altro che piccola, fra parentesi è leggermente più alta di me, ma l'assessore la supera di tutta la testa. Entrambi i miei bambini sono, al momento, più bassi della media. Immagino che la colpa sia mia. A giudicare dai ritratti e dalle vecchie foto in bianco e nero, le donne nella famiglia di Marta hanno instaurato una lunga tradizione nello scegliersi mariti più piccoli.
Quando Gaia sente odore di tempesta, di solito si stringe a me e, anche stavolta, non fa eccezione. Si aggrappa alla mia gamba, e in quel gesto è come se abdicasse (anche se solo temporaneamente) a quel po' d'indipendenza e sicurezza faticosamente raggiunte in sei anni. Le appoggio la mano sulla spalla.
«Mi scuso per l'ora e perché non ho chiamato» fa la Martinelli, sorridendo al massimo di apertura possibile del diaframma. Peccato che con mia moglie questo genere di carinerie faccia semmai l'effetto contrario.
«Ma si figuri» dico, più o meno a nome di tutti. «Si accomodi».

© 2005 Alpha Test Editore

biografia dell'autore
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Tullio Avoledo è nato nel 1957. Abita in Friuli e lavora a Pordenone. Dopo i successi di L’elenco telefonico di Atlantide e Mare di Bering torna alla carica con questo romanzo avventuroso, ironico e feroce. Proponiamo l’intervista all’autore nel Café Letterario di LibriAlice.




28 gennaio 2005