NARRATIVA STRANIERA

Joseph O'Connor
Dolce libertà
Un irlandese in America

“Ascoltavo quella vecchia signora col fiato sospeso per l’emozione. Da allora, nel mio immaginario il baricentro dell’Irlanda si spostò. Non la considerai più un luogo che girava attorno a Dublino, ma cominciai a vederla girare attorno all’America. Nella mia immaginazione infantile anche la carta geografica del mondo cambiò. Ora l’Irlanda non era più al largo della Gran Bretagna, ma galleggiava presso la costa del Massachussetts. A essere sincero, per me è ancora un po’ così. E forse il libro che state leggendo nasce proprio da questa sensazione.”

I libri di Joseph O’Connor si dividono in due categorie molto differenti tra loro: i romanzi duri, pieni di dolore, di sofferenza, angoscianti, dei quali Il rappresentante è forse l’esempio più completo, e i reportage di viaggio, divertenti, leggeri, un po’ cinici e pieni di solare ottimismo e gioia di vivere (indimenticabile Il maschio irlandese in patria e all’estero, esilarante come il miglior Wodhouse).
Dolce libertà appartiene alla seconda schiera e racconta in modo strettamente autobiografico la scoperta dell’America da parte di un ragazzino irlandese, che prima mitizza, poi disprezza e infine, ormai adulto, decide di visitare quel Paese che promette tanto bene essendo così ricco di cittadine chiamate Dublino... Proprio da questa considerazione inizia un viaggio alla scoperta delle Dublino d’America e delle radici irlandesi di quella nazione, che lo porterà invece alla scoperta di una società difficile da fermare in un’unica fotografia, perché così varia: dallo snobismo di Boston (“Boston era la prima tappa obbligata del mio viaggio nell’America irlandese. Era la città di cui gli irlandesi si erano appropriati più profondamente, quindi dovevo vederla. Inoltre c’era una Dublin nel New Hampshire, cioè a distanza relativamente breve da Boston. Sarebbe stata la prima delle nove Dublino d’America che avrei visitato”), con la sua Beacon Hill dove vivono i milionari locali ancora esclusiva e “minacciosamente elegante” come doveva esserlo quando Henry James la battezzò “l’indirizzo più prestigioso d’America”, alle campagne del Maryland, testimonianza diretta della libertà religiosa americana: “Una bella realtà che balza all’occhio nel Maryland rurale è l’atteggiamento ammirevolmente aperto al libero mercato degli americani verso la religione. Una cosa che a me sembra eccellente. Se in America una particolare religione ti sta sullo stomaco, non è che dai in escandescenze e spari un colpo in testa a un’altra persona, come usavamo fare noi in Irlanda fino a poco tempo fa. Semplicemente, ne fondi un’altra tutta tua”. Dalla deludente Dublin in Pennsylvania che non ha affatto preso il nome da Dublino in Irlanda, ma da una doppia locanda “Double Inn” che la caratterizzava nel Settecento, a Dublin in Georgia, quella sì ispirata alla capitale irlandese, ma a differenza dell’originale totalmente anonima, uguale a tante altre cittadine dello Stato che si snodano lungo la strada prima e dopo di lei. O’Connor ha la capacità di portare realisticamente il lettore in viaggio con sé, guardando gli americani con gli occhi di un europeo e raccontando con sarcasmo pregi e difetti di un popolo “interessatissimo a essere felice”, ma ricordando comunque che “nonostante sfregi e verruche gli Stati Uniti d’America restano uno dei più grandi esperimenti di idealismo di massa nella storia dell’uomo”.

Dolce libertà. Un irlandese in America di Joseph O'Connor
Titolo originale: Sweet Liberty
Traduzione di: Massimo Bocchiola
357 pag., Euro 16,00 - Edizioni Guanda (Biblioteca della Fenice. I viaggi)
ISBN: 88-8246-748-1

Le prime righe

Introduzione
La conquista del West

Quasi ogni anno, quando ero bambino, andavo in vacanza con i miei nel Connemara, una regione dell'Irlanda occidentale di una brulla bellezza che ti rimane dentro. Ogni luglio o agosto mio padre e mia madre imballavano il sottoscritto, le mie sorelle urlanti e il mio fratello frignante, oltre a diversi animaletti di casa frastornati, sul sedile posteriore della macchina; e dalla periferia di Dublino partivamo per quattro lunghe ore di viaggio nel cuore dell'Irlanda incontaminata, fermandoci per strada solo lo stretto necessario per consentire a una o l'altra delle mie sorelle - a volte a tutt'e due - di vomitare in modo spettacolare sul ciglio della strada. L'evento sembrava verificarsi sempre e solo nel piccolo borgo di Kinnegad, contea di Westmeath; una circostanza dalla quale non sono mai riuscito a riprendermi del tutto.
Kinnegad è una cittadina piena di dignità, con una graziosa chiesa di fine Ottocento, simpatici pub e un'ampia via principale; eppure in quella via, nel corso di quei torridi e lontani pomeriggi d'estate, le mie povere sorelle riversarono così sovente il contenuto semidigerito del loro stomaco che nella mia memoria Kinnegad è rimasta marchiata per sempre. Al punto che, in anni più recenti, mi è capitato raramente di attraversarla senza aver voglia di vomitare: quasi un tentativo, certo poco entusiasmante, di riprendere contatto con il mio lontano passato o con il bambino che è in me, o con entrambi.
Lo strano meccanismo funziona anche al contrario. Oggidì, ogni volta che vedo vomitare una delle mie sorelle - il che, va detto, in genere capita meno spesso di un tempo - con un fremito quasi proustiano della memoria ripenso a quella piccola e ariosa cittadina dell'entroterra irlandese dove rallenti, giri a sinistra e imbocchi la strada per Galway: la strada verso il Connemara. È una strana sensazione.

© 2005 Ugo Guanda Editore


L’autore

Joseph O'Connor è nato a Dublino nel 1963. Fra i libri pubblicati ricordiamo i romanzi Il rappresentante, La fine della strada, Desperados, Stella del Mare, Cowboys & Indians, la raccolta di racconti I veri credenti, il volume di reportage Il maschio irlandese in patria e all'estero e Yeats è morto!, thriller scritto da quindici autori irlandesi e curato da Joseph O'Connor. Vi proponiamo inoltre l’intervista fatta al Café Letterario di LibriAlice.it.


Di Giulia Mozzato


28 gennaio 2005