La biografia


Natasha Radojcic
Domicilio sconosciuto

“Papà è in parte zingaro, in parte austriaco, in parte serbo. Da lui ho ereditato gli occhi neri, i capelli color cioccolata, la pelle che al sole si abbronza, e l’amore per le lingue e le forme armoniose. Le zie dicono che ho ereditato anche la bocca; tutta d’oro e piena di promesse false.”

Di domicilio in domicilio, lucida e forte, capace di incassare i fendenti più duri inferti dal destino: sui binari di incontri malsani, voglia di provocare e di assaporare il pericolo, cadute degradanti e truci sconfitte trascorre la giovinezza di Sasa, la protagonista del funambolico romanzo di Natasha Radojcic.
Ribelle per natura e avvolta in uno spesso strato di inquietudine, altresì matura ben oltre i suoi quindici anni, Sasa si ritrova in un mondo totalmente estraneo, a dividerla dal quale vi è una distanza divenuta ormai incolmabile. Nata nei Balcani, nell’abbraccio di una Jugoslavia prossima allo smembramento e di un modello, quello socialista, del quale lei stessa rivela con disincanto e ironia limiti e contraddizioni, Sasa decide di fuggire.
E la sua vita si trasforma in una lotta estenuante e senza tregua, con se stessa prima di tutto e con il mondo circostante. Sasa sceglie infatti di condurre la propria vita ai margini della società, immergendosi volontariamente negli ambienti più degradati e ostili, fatti di alcool, droga e sesso quasi mai disinteressato e di una penetrante atmosfera di solitudine. Si lascia trasportare alla deriva da un’esistenza sbandata, alla ricerca di stordimento e inibizioni artificiali, pronta a reggere qualsiasi umiliazione pur di attenuare il dolore che la tormenta dentro. Un unico bagaglio non sarà da lei abbandonato: il ricordo dei rari momenti di dolcezza della sua vita, trascorsi con la madre, simbolo, per la giovane, di bellezza e perfezione e nello stesso tempo immagine di un’illusione precocemente infranta.
Sasa fugge e si divincola dal proprio passato, attraversa le esperienze più squallide e avvilenti, si scontra con la violenza dei sobborghi di grandi città, quali Atene e New York. Fugge la normalità, ma è proprio alla normalità che aspira. Il suo terribile viaggio all’interno dell’umanità più desolata ha portata universale e valenza liberatoria: solo sopravvivendo alle più atroci sofferenze e superando i confini della solitudine Sasa può riscattarsi dal fardello dei ricordi e da quello della sua diversità, riappropriandosi di se stessa e di una vita del tutto nuova.
Il ritmo incalzante della narrazione, la scrittura scarna, essenziale e di una franchezza disarmante fanno dell’esperienza di Sasa il paradigma del destino dei molti emarginati di oggi, che trascinano esistenze all’insegna dell’alienazione sociale e dello smarrimento nonché dell’inadeguatezza a inserirsi nell’universo dorato dei più fortunati. Dai Balcani a Cuba, dalla Grecia agli Stati Uniti: la drammatica vicenda di Sasa, sospinta senza sosta da un angolo all’altro del pianeta, rispecchia quella di tutti coloro che privati della propria casa e della propria patria sono costretti a vagare senza una meta precisa, alla disperata ricerca di un proprio posto nel mondo. I toni crudi e dissonanti del linguaggio, l’atmosfera allucinante e la magnetica urgenza espressiva, insieme a un tocco squisitamente ironico, richiamano le pennellate del più famoso quadro di Munch. Un urlo, soffocato nella protagonista, ma pronto a esplodere dalla penna della scrittrice. L’urlo della nostalgia per la Felicità, una felicità sconosciuta, che non si può trovare frugando nel passato e che non è possibile scorgere. Un urlo lacerante di fronte alla scoperta del solco incolmabile che riempie la vita di ognuno di noi e ci fa riscoprire condannati a un comune destino di solitudine e di assenze.

Domicilio sconosciuto di Natasha Radojcic
Titolo originale: You don’t have to live here
Traduzione di Elena Dal Pra
185 pag., Euro 14,00 – Edizioni Adelphi – Fabula
ISBN: 88-459-1893-9

Di Paola Bonfanti

le prime pagine
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PARTE PRIMA

1

Quel che resta dei vecchi tempi comincia con un’immagine del mio piede. È sporco e gonfio per il caldo. Preme contro la sedia. È una sedia qualunque, quattro gambe e uno schienale. Parte di una mediocre sala d’attesa. La sala d’attesa sta in un Istituto psichiatrico. L’altro piede penzola.
La mamma è dentro che parla con lo Specialista e il Poliziotto che ha più galloni di tutti.
Di fronte a me c’è una donna coi capelli grigi. Ogni volta che l’infermiere guarda da un’altra parte schiocca le labbra, dice muta aiutami, ti prego aiutami. In faccia ha tanti solchi profondi e sporchi. Gli occhi sono gonfi di paura. Mi chiedo dove siano i suoi parenti. Poi arriva un altro infermiere, seguito da una donna con una crocchia perfetta. Costringono la donna coi capelli grigi ad alzarsi. Lei barcolla un po’, le braccia tenute saldamente dietro la schiena, e mi sussurra non lasciarmi, ti prego non lasciarmi.
Ho paura per lei, paura di dove la stanno portando. Ma non so come aiutarla. Attenta, le grido dietro. Mi raccomando.
Ho quasi quindici anni. Sono scappata di casa, e i ragazzi scappati di casa devono essere esaminati dallo Specialista. Il Poliziotto che mi ha portata qui mi ha chiesto perché sono scappata. Non lo so, ho detto. Non volevo andare a casa e basta. Sono rimasta seduta alla stazione per ore, sotto l’insegna di metallo dondolante del binario 8, e ho guardato i soldati camminare tra i vapori con le grosse sacche cariche di promesse per il nostro paese, la Iugoslavia.
Qualche mese prima non esistevo. Non esisteva niente di me. Solo i capelli lunghi e i nastri che portavo in testa. Li sceglieva la mamma. Erano azzurri e gialli. Io rimanevo quasi tutto il giorno a letto a leggere. La mamma tornava a casa la sera. Si sdraiava nella camera che fino a un certo punto abbiamo condiviso e sospirava sulla durezza della vita, sul caldo fumoso dell’aula in cui insegnava, sulle bugie di papà. Allora correvo davanti alla TV.

La nostra TV è in bianco e nero, indecorosa. Siamo le più povere della famiglia. La povertà non frena affatto la mamma. Compra un vecchio pianoforte. Per la sua bambina, dice. Per la sua piccolina. Il piano rientra nelle ambizioni che nutre per me. Devo diventare qualcuno. Una signora. Io detesto quello strumento e lo dipingo di bianco con una vernice da quattro soldi. Lo strato sottile cola, forma righe bianche e grigie, si raccoglie dentro i fregi e intrappola una mosca sfortunata.
Che cosa hai fatto? chiede la mamma, indicando il palpito lento delle ali morenti.
Io lo volevo bianco.
Ma guarda! È orrendo.
Lo so.

© 2004 Adelphi Editore

biografia dell'autrice
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Natasha Radojcic è nata a Belgrado e vive negli Stati Uniti. Il suo primo romanzo, Ritorno a casa, le ha valso il Superpremio Grinzane Cavour 2004 per la narrativa straniera. Domicilio sconosciuto uscirà negli Stati Uniti nel 2005.




3 dicembre 2004