La biografia


Hanif Kureishi
Il mio orecchio sul suo cuore

“Per tutta la vita mio padre sembra essere stato tormentato dalla domanda: come fai a trovare qualcosa che abbia in sé un significato, un valore, che non possa essere messo in dubbio? E questa domanda conduce all’altra: come dovrei vivere? Mio padre pensava che la scrittura fosse la risposta a questi dubbi.”

La centralità del rapporto col padre s’impone a un certo punto del percorso letterario degli scrittori, diventa ineludibile, perché ha a che fare con il problema dell’identità. In un autore come Hanif Kureishi il rapporto con il padre è addirittura all’origine della sua vocazione letteraria, perché a lui è toccato realizzare i sogni delusi di suo padre, autore di numerosi romanzi sempre respinti dalle case editrici. Questo tipo di rispecchiamento è stato complicato dalla conflittualità dei ruoli nella famiglia Kureishi, per la diversità etnica del padre, pachistano. Pur avendo studiato in scuole inglesi e avendo sposato un’inglese, Shani Kureishi era pur sempre un immigrato, e il suo mondo era quello ritratto da Hanif nel romanzo Il Budda delle periferie. Come mezzosangue, Hanif ha sempre dovuto fare i conti con la sua situazione liminare, esposto agli strali del razzismo ma nello stesso tempo desideroso di integrarsi: lasciare la periferia per trasferirsi a Londra, conoscere il successo come drammaturgo, sceneggiatore e romanziere, ha voluto dire per lui emanciparsi dal disagio della non-appartenenza e installarsi nella zona franca concessa agli artisti.
Undici anni dopo la morte del padre, Hanif ritrova casualmente il manoscritto dell’ultimo romanzo scritto da lui, l’autobiografico Un’infanzia indiana: dapprima lo legge con apprensione e disagio, poi incomincia a sviscerarlo quasi scientificamente, lo analizza e lo commenta, lo confronta con i libri autobiografici scritti da suo zio Omar, celebre giornalista pakistano, sempre invidiato dal fratello Shani, e infine ricostruisce una storia di famiglia che in qualche modo lo riconcilia con le sue radici.
Questo nuovo libro di Kureishi è come l’ordito di fili diversi: i romanzi del padre, i libri dello zio, i suoi stessi libri e perfino un diario giovanile sono citati e intrecciati, per valutare da punti di vista differenti la storia di una famiglia e in qualche modo di un popolo e di una nazione, perché i Kureishi erano esponenti dell’alta borghesia musulmana che nel 1947, al tempo della partizione, in parte si era trasferita da Bombay a Karachi e in parte si era disseminata nel mondo occidentale. Questo itinerario tra storico e psicologico produce un cambiamento nello scrittore, sembra che sia addirittura terapeutico, perché se all’inizio il suo atteggiamento nei confronti del padre è piuttosto insofferente e contestatore, alla fine ristabilisce con lui una continuità conoscitiva ed affettiva: “Dalla scrittura di mio padre, dall’energia del suo ferreo impegno, ho trovato le mie storie da raccontare. Non riesco a dire abbastanza che piacere sia stato questa vita di scrittura e come mi abbia sostenuto e abbia creato il me stesso che sono. Forse facendo questo gli ho restituito qualcosa. Forse il debito è saldato.”

Il mio orecchio sul suo cuore di Hanif Kureishi
Traduzione di Ivan Cotroneo
235 pag., Euro 15,00 – Edizioni Bompiani (Narratori stranieri Bompiani)
ISBN: 88-452-1205-X

Di Daniela Pizzagalli

le prime pagine
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1

Sul pavimento in un angolo del mio studio c'è una vecchia e malandata cartellina verde, che sporge da sotto una pila di carte varie. La cartellina contiene un dattiloscritto che credo mi racconterà molte cose su mio padre e sul mio passato. Da quando il dattiloscritto è stato ritrovato, gli ho dato un'occhiata, l'ho abbandonato, mi sono dedicato ad altre cose, ci ho pensato un po' su, ma in definitiva non ho fatto niente. Il dattiloscritto mi è stato consegnato qualche settimana fa. È sbucato fuori dopo più di undici anni. È un romanzo che ha scritto mio padre, un'eredità di parole, forse sono delle ultime volontà protratte nel tempo. Non so ancora cosa contenga. Come tutte le sue opere di narrativa, non è mai stato pubblicato. Credo che dovrei leggerlo.
Quando ho iniziato a concepire il libro che ora sto scrivendo, steso a letto, di notte, prima che saltasse fuori il testo di mio padre, volevo partire da altri libri. Mi interrogavo sul passato, come faccio spesso, e divagavo andando indietro e sempre più indietro nel tempo; pensavo che un modo di riafferrare il me stesso più giovane poteva essere quello di rileggere gli scrittori che mi piacevano da ragazzo. Per esempio avrei riguardato Kerouac, Dostoevskij, Salinger, Orwell, Hesse, lan Fleming e Wilde. Volevo capire se potevo abitare di nuovo i mondi che questi scrittori avevano creato nella mia mente, e identificarmi in essi.
Oltre a parlare degli scrittori che più avevano contato per me, il libro avrebbe trattato degli anni sessanta e settanta, oltre che del presente, con un po' di materiale sul contesto in cui la lettura e poi la rilettura di ogni libro si erano svolte. Speravo che ogni libro avrebbe riportato alla luce i ricordi delle circostanze in cui era stato letto. Questo poi mi avrebbe spinto a pensare a cosa ogni singolo libro aveva significato per me.
Potevo parlare di chiunque, ma avevo già deciso che al centro ci sarebbe stata l'opera di Cechov, le sue lettere, le sue commedie, i suoi racconti. Era stato uno degli autori preferiti di mio padre, discutevamo spesso di lui come uomo, come scrittore e come medico. Tutti i libri offrono un possibile approccio alla vita; e molti di questi approcci ti stancano crescendo. Sono come relazioni ormai morte, non possono più darti nulla. Tuttavia io continuo a essere curioso di Cechov e delle numerose voci che la sua opera mette in scena, e penso spesso di ritornare non solo alla sua scrittura, ma a lui come uomo, al modo in cui pensava e sentiva, alle domande che faceva.
Sono arrivato ad avere una coscienza di me stesso e una coscienza politica molto forte negli anni settanta, un'epoca particolarmente ideologica in cui la voglia di autodefinirsi poteva sfociare nell'aggressività. Le donne, i gay, le persone di colore, cominciavno
a dare una versione nuova o inedita della loro storia come gruppo. Se volevi lavorare in teatro, come me, era impossibile ignorare il fatto che la cultura era politica. Quando Trockij scrisse: “La funzione dell’arte nella nostra epoca è determinata dal suo atteggiamento nei confronti della rivoluzione”, il solo problema per gli scrittori dell'epoca era: da che parte stavi? E anche: cosa stavi facendo? (Non potevi chiedere: quale rivoluzione? senza estrometterti automaticamente dalla conversazione.)

© 2004 RCS Libri Editore

biografia dell'autore
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Hanif Kureishi è nato in Inghilterra nel 1954, da padre pakistano e madre inglese. Ha iniziato presto a scrivere per il teatro, vincendo nel 1980 il Thames Playwright Award con la commedia The Mother Country. Per Stephen Frears ha scritto le sceneggiature di My Beatiful Laundrette, 1985 (My Beatiful Laundrette – Lavanderia a gettone), per cui è stato candidato all’Oscar, e di Sammy and Rosie Get Laid, 1987 (Sammy e Rosie vanno a letto). Nel 1991 ha diretto il suo primo film, London Kills Me (Londra ma fa morire). Una sua lunga intervista a David Bowie è apparsa nel numero 11 di Panta (“La notte”). Ha pubblicato la sceneggiatura Il Budda delle periferie (1994, scritta in collaborazione con Roger Michell), e The Mother; i racconti Love in a Blue Time da cui è tratto il film My Son the Fanatic (Mio figlio il fanatico, 1997) di Udayan Prasad, Mezzanotte tutto il giorno; Goodbye, Mother e Il buio, in Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi, Notte senza fine, i romanzi The Black Album, nell’intimità, Il Budda delle periferie, Il dono di Gabriel; Il corpo e i saggi Da dove vengono le storie? e Otto braccia per abbracciarti.




26 novembre 2004