SAGGI

György Ligeti, Eckhard Roelcke
Lei sogna a colori?

“Io una volta a Budapest ho detto per scherzo: ‘quando morirò, se proprio ci tenete a chiamare qualcosa con il mio nome, dedicatemi una strada sbagliata György Ligeti’. Ecco come mi sento io.”

Una biografia, un’intervista? Forse.
Eckhard Roelke disegna un ritratto. Figura principale è György Ligeti, la sua vita, la sua arte. Sullo sfondo l’Europa bellica e postbellica. Pian piano il quadro si riempie di piccoli dettagli e sfumature. Si tratteggia, inizialmente, un Ligeti amante della chimica e dei grandi sistemi matematici; un giovane studente mosso dal desiderio di scoprire il “mistero ultimo della vita”. Sfogliando le pagine, il disegno prende forma; osserviamo il protagonista che s’interessa alla musica e alla composizione, alla creazione di enormi sistemi e figure non lontane dalle strutture chimiche, come quella complessa della clorofilla che tanto lo aveva affascinato da ragazzo perché “ha al centro un atomo di magnesio, come un ragno in agguato in mezzo alla ragnatela”. Scopriamo Ligeti dedito al rigore e alla precisione e, soprattutto, al “mestiere”. Comporre è un mestiere, richiede logica e coerenza. Il compositore non è dissimile da un matematico o da un chimico. Ligeti sperimentalista, alla ricerca di linguaggi sempre nuovi, di spunti sempre diversi, ci spiega come il tic tac di una macchina da scrivere possa diventare un Concerto per cento metronomi.
Ampio respiro ha la parte riguardante la politica; durante l’intervista Ligeti è molto critico nei confronti della politica, del movimento sessantottino e degli attentati avvenuti a New York l’11 settembre 2001. Compiendo un percorso a ritroso nella sua memoria, ci racconta la sua storia: il suo essere stato un dissidente “fuoriuscito dalla Repubblica” e il dramma vissuto durante il lavoro coatto nell’esercito nel 1944 a cui è poi seguita la deportazione della sua famiglia. Un uomo sempre corretto e coerente con se stesso e talmente fermo nelle sue convinzioni da inimicarsi intere platee e insigni colleghi. Ligeti non si risparmia, parla di tutto, di musica, di politica, di architettura; ci mostra angoli della sua Budapest, di Amburgo, città molto viva e attiva, in cui ha insegnato per diversi anni, dell’amata e odiata Berlino, con le sue “orribili” costruzioni postmoderne, come la Cancelleria Federale che ricorre continuamente nelle sue parole.
“Considero Berlino la mia patria, per quanto strano possa sembrare…La riunificazione tra est e ovest ha reso la città molto interessante”. Ligeti compie un viaggio nel mondo musicale che attraversa tutti i continenti; ogni nazione ha un proprio linguaggio musicale, un proprio ritmo. C’è tanto materiale a cui attingere per poter comporre, ci sono tantissimi modelli musicali distanti dal nostro, che stuzzicano, ancora oggi, la sua vivacissima curiosità.
Ad un certo punto Ligeti si stanca di rispondere alle domande e propone gli argomenti di cui vuole parlare: “l’impossibilità di portare avanti la tonalità maggiore-minore e la tonalità funzionale”.
Ligeti analizza criticamente tutta la produzione musicale e, soprattutto, le sue composizioni; è interessante leggere le sue opinioni sulle sue creazioni. La sua lucidità e l’assoluta conoscenza della musica, non solo occidentale, lo porta ad un’analisi molto diretta nei confronti dei suoi pezzi, secondo lui, non molto riusciti. Bisogna essere liberi e originali quando si compone; ma non è possibile far questo se non si conosce perfettamente il mestiere e questo lo si apprende solo dagli insegnamenti dei grandi maestri, come Bach, Haydn, Schubert, Debussy e Stravinsskij
“Lei sogna a colori?” è solo una delle tante domande che Ligeti pone al suo interlocutore e, quindi indirettamente anche a noi. Ho provato a pensarci ma, in realtà, non so rispondere a questo interrogativo così come a molti altri. Sono tantissimi gli spunti, svelati o taciuti, che questa narrazione ci offre e che sono rimasti impressi nella mia mente. Come del resto sono davvero tante le immagini che le sue opere mi evocano; alcune comprensibili, altre difficili da afferrare, ma, a mio avviso, sempre molto affascinanti.

Lei sogna a colori? di György Ligeti e Eckhard Roelcke
Titolo originale: “Träumen Sie in Farbe?” György Lieti in Gesräch mit Eckhard Roelcke
Traduzione di Alessandro Peroni
253 pag., Euro 19,00 - Edizioni Alet (Diorami)
ISBN: 88-7520-005-X

Le prime righe

La giovinezza:
sogni a colori, esperimenti


Quando ha maturato la decisione di diventare compositore? Già durante l'infanzia o nella prima adolescenza?

Sono cresciuto a Cluj senza immaginare che da grande avrei fatto il compositore. A Cluj nessuno aveva certi grilli per la testa. Era una città di provincia, più piccola di Lubecca o di Wiesbaden, ma all'incirca di quell'ordine di grandezza. Con i suoi 130.000 abitanti, Cluj era la città più grande della Transilvania. C'erano un teatro lirico e concerti sinfonici. Cluj era stata a lungo ungherese, poi rumena e quindi di nuovo ungherese. Da bambino volevo fare lo scienziato, influenzato in questo da mio padre. Era una persona incredibilmente retta, un uomo puro dal punto di vista etico e morale, che però non aveva potuto realizzare i suoi obiettivi. Voleva studiare medicina e chimica - all'epoca la biochimica non esisteva ancora - e si era proposto di scoprire che cos'era la vita, nientemeno. Mio padre aveva una bella fantasia.

La situazione politica della sua terra d'origine era assai complessa.

L'Austria-Ungheria era uno Stato molto grande che si estendeva fino all'Adriatico. L'odierna Rijeka si chiamava Fiume e fu per lungo tempo italiana, e per un certo tempo ungherese.

© 2004 Alet Edizioni


Gli autori

György Ligeti è nato nel 1923 in Transilvania da una famiglia di ebrei ungheresi e deve essere considerato accanto a Stockhausen, Boulez e Nono tra i più grandi compositori di musica contemporanea d’avanguardia nel secondo Novecento. Il suo nome è diventato noto al grande pubblico grazie alla colonna sonora di 2001: Odissea nello spazio.
Eckhard Roelcke è un giornalista e critico musicale tedesco. Collabora con “Die Zeit” e “Kultur Spiegel”.


Di Simona Incerto


26 novembre 2004