ROMANZI

Georges Simenon
Maigret ha paura

“Fuori, la cittadina era silenziosa. Si sentiva solo la pioggia battere contro i vetri e, di tanto in tanto, il crepitio dei ceppi nel camino.”

Un altro Maigret (o un Maigret diverso?)
Ho comprato -e letto- anche uno degli ultimi Maigret (ultimi nel senso degli ultimi pubblicati). Nell’introduzione leggo che Simenon lo ha scritto nel marzo del ’53 nel Connecticut. Corro a sfogliare la sua biografia e leggo che in quell’anno (in febbraio) è nata la figlia Marie-Georges (quella Marie-Jo che morirà suicida nel 1978). Forse questa paternità lo avrà intenerito o in qualche modo cambiato, perché a mio parere, questo Maigret è un Maigret diverso dagli altri.
Il romanzo s’intitola Maigret ha paura e già il titolo la dice lunga…
Maigret, di solito, non ha paura: magari “Maigret si sbaglia” o s’infuria (La furia di Maigret) ma paura mai!
Eppure questa volta ha paura. Ma non di qualcuno, ha paura di qualcosa…Ha paura del pregiudizio, dell’incomprensione tra le classi sociali, ha paura di non riuscire ad arginare l’odio e la violenza tra appartenenti a ceti sociali diversi.
Protagonista principale è la gretta, piccola e meschina provincia francese che difende così i propri limiti ” In provincia soffriamo quasi tutti di un complesso di inferiorità, specialmente nei confronti di quelli che vengono da Parigi”. Un’inferiorità che però si manifesta sotto forma d’ambiguità, falso perbenismo e immobilismo culturale e sociale.
Una provincia divisa in due classi (o due categorie di persone) nettamente distinte e in odio tra loro. Da una parte ci sono nobili squattrinati che s’imparentano con ricchi d’origine plebea (i peggiori, quelli più arroganti e spietati ). Dall’altra ci sono tutti gli altri: lavoratori, massaie, operai e contadini, umili che vedono nella classe loro contrapposta, l’origine d’ogni male e d’ogni ingiustizia in paese.
Tra loro c’è una tensione che è già un antefatto e che diventa sempre più tangibile e pericolosa con lo svilupparsi e lo svolgersi della vicenda.
La trama è esile, quasi non conta.
Quel che più conta è che Maigret (fin dalle prime pagine) sente il disagio di appartenere -per nascita- a una classe sociale che ha dovuto ubbidire docilmente ai “signori del castello”.
Anche in questo romanzo, infatti, ci sono dei “signori del castello” (più o meno autentici) e c’è la gente, gli altri, quelli che non sono niente – se non un coro di rancori o di preconcetti – e che subiscono l’arroganza e la sufficienza di chi fa del denaro un mezzo per sentirsi migliore, superiore. Forse fra loro si nasconde e si mischia il Maigret, figlio di un amministratore di tenute e nipote di mezzadri, che così descrive ne Le memorie di Maigret del 1950: ” Per mio nonno gli abitanti del castello, i loro diritti, i loro privilegi, il loro modo di comportarsi non si discutevano.[…] Sono convinto che la sua non fosse un’approvazione passiva, che non fosse neppure sempre vera approvazione, né rassegnazione, ma nascesse invece da una certa fierezza e soprattutto da un radicato senso del dovere. Questo senso del dovere è sopravvissuto anche in uomini come mio padre, insieme a una riservatezza, a un bisogno di sobrietà che poteva essere scambiato per rassegnazione. [….] e io da bambino ero fiero di vederlo salire con la schiena dritta, senza ombra di servilismo, i gradini di quella prestigiosa scalinata”.
Naturalmente, la simpatia di Maigret è tutta per loro (gli umili, poveri ma fieri) e sembra essere contraccambiata. Si leggono, ad un certo punto queste parole: “Le persone che aspettavano sul marciapiede […].si fecero da parte per lasciarlo passare. C’era qualcosa di fiducioso, di amichevole nel modo in cui lo guardavano, e […].contavano su di lui [….]. Un gruppo uscì dal Caffè della Posta e di nuovo Maigret lesse della simpatia negli sguardi. Sembrava volessero incoraggiarlo”.
Addirittura c’è, nella trama, un personaggio (un testimone, il maestro Chalus) che dimostra apertamente le sue idee di sinistra e Maigret lo osserva con interesse e ammette (nel testo) di provare simpatia per lui. Lo descrive con queste parole: “ Maigret avrebbe scommesso che faceva politica ed era probabilmente quello che si definisce un militante. Era il tipo che sfila nei cortei, prende la parola nelle manifestazioni e può anche infilare volantini nelle cassette delle lettere e opporsi all’ordine della polizia di circolare”. C’è simpatia in tutto questo e non critica (strano per un uomo come Simenon che, si narra, avesse idee politiche ben diverse….).
Per tutto questo e per molto altro ancora, mi sembra, quindi di trovarmi di fronte ad un Maigret più contemplativo che operativo, più attento ai risvolti umani e sociali che non a quelli investigativi. Un Maigret diverso o un altro Maigret?

Maigret ha paura di Georges Simenon
Titolo originale: Maigret a peur
Traduzione di Rossella Daverio
163 pag., Euro 7,00 – Edizioni Adelphi (Gli Adelphi. Le inchieste di Maigret n. 253)
ISBN: 88-459-1884-X

Le prime righe

1
IL TRENINO SOTTO LA PIOGGIA


Improvvisamente, tra due stazioncine anonime di cui nel buio non vide quasi nulla - solo fili di pioggia alla luce di un lampione e sagome che spingevano carrelli -, Maigret si chiede perché mai fosse lì.
Si era forse assopito per un po', nel calore soffocante dello scompartimento. Non doveva però essersi completamente addormentato, perché si rendeva conto di essere su un treno; ne sentiva il rumore sordo e avrebbe giurato di non aver mai smesso di scorgere, nel mezzo della distesa oscura dei campi, le finestre illuminate di una fattoria isolata. Luci e rumori erano ben reali, come l'odore di fuliggine, mescolato a quello dei suoi vestiti bagnati, e il brusio ininterrotto di voci in uno scompartimento vicino. Ma tutto questo, anziché far parte del presente, sembrava al di fuori dello spazio e soprattutto del tempo.
Avrebbe potuto trovarsi altrove, su un qualunque trenino che attraversava la campagna, e avrebbe potuto essere un Maigret di quindici anni che il sabato tornava a casa dal collegio su un accelerato identico a questo, con i vagoni antiquati dove i tramezzi scricchiolavano a ogni sforzo della locomotiva.

© 2004 Adelphi Editore


L’autore

Georges Simenon scrittore belga di lingua francese, è nato a Liegi nel 1903 ed è morto a Losanna nel 1989. Si trasferì a Parigi nel 1922. Del 1931 è il suo primo romanzo che ha come protagonista il famoso ispettore Maigret. Dei suoi 76 romanzi pubblicati, 26 racconti sono dedicati alle Inchieste di Maigret. Ma Simenon è stato anche un raffinato romanziere, e dei romanzi polizieschi ha ripreso soprattutto il tema della solitudine, ma in una dimensione narrativa più ampia In caso di disgrazia; Félicie; La prima inchiesta di Maigret; Il primogenito dei Ferchaux; Gli intrusi; Maigret; Cécile è morta; I Pitard; La camera azzurra.


Di M.A.Bosi


26 novembre 2004