SAGGI

Pietro Pancrazi
Della tolleranza

“La finezza vera di un ingegno, anche più della sua refrattarietà a subire la propaganda, si rivelerà sempre dalla sua ripugnanza a imporla. Anche noi vogliamo difendere la verità o quella che a noi sembri la verità; ma che sia sempre una verità accompagnata da tutte le sue sfumature e le sue ombre; e anche dalle sue incertezze e i suoi dubbi. Tra le parole che il fascismo abolì e che noi vorremmo ora riporre in grande onore (l’idea è dell’amico Paolo Rossi) c’è anche la parola ‘forse’. Tra l’altro, ci accadrà di scrivere ‘forse’ un po’ meglio: perché le idee hanno in sé qualcosa di leggiero, di alacre, di alitante e in effetti sono più comunicative finché restano come nascono, soltanto idee; e diventano pesanti e musone e in effetti sono meno efficaci, quando in qualche modo si piegano a servire”.

Rapiti dal titolo del libretto, sequestrati nel piacere della sua lettura, bisognava darne conto, è il caso di dirlo, per forza. Il Pancrazi che esce dalla fornace dei caffè fiorentini degli anni Venti, in combutta con gli sfrenati Papini e Prezzolini, poi con Serra, infine con Croce, per alcuni in verde età potrebbe essere una piacevole sorpresa, per altri al contrario uno spicchio di passato da sorvolare. Liquidato spesso per moralista, o moralizzatore postfascista, attività quest’ultima prediletta da schiere di millantatori nel dopoguerra, doveva contare su qualità assai più rare se fu invitato al Corriere della Sera a collaborarvi da Ojetti, uomo non avvezzo a rinnegare per opportunismo, e che di buone penne se ne intendeva. Infatti, si cambierebbe volentieri il generico “moralista”, un po’ iettatorio, con “autore di riflessioni sui costumi”, di cui era attento osservatore e raffinato interprete.
I brevi saggi presentati per la seconda volta, dopo l’edizione del ’55, appartengono a un genere di sicuro non raro, ma difficilmente così ben frequentato. La prosa di Pancrazi è a dir poco diabolica nel variare le tonalità senza tradire il tema; fin dalle prime pagine resta nell’orecchio come una musica già sentita, pur nell’originalità degli assunti. Quel modulare che potrebbe sembrare citazione, ma che in realtà è parentela - così nella lingua compare la filigrana toscana, senza diventare toscaneggiante come in certo giornalismo alla moda -, permane irrisolto un debito di collegialità. Con l’ultimo degli scritti, intitolato “Il Contr’uno”, la reticenza viene svelata come in un thriller, ed è a quel punto che la presenza di Montaigne, argutamente nascosto nel “dulcis”, mentre l’edizione precedente lo poneva subito in luce, fa emergere quell’affinità di toni che non sapevamo decifrare e che Pancrazi sborsa mostrando il cartiglio della zecca.
L’amore per lo scettico francese deve essere stato grande se l’assorbimento è avvenuto con tale naturalezza, fino al punto di produrre assonanze sovrapponibili. Ma non solo, anche gli argomenti sembrano a tratti rievocare il migliore tra i saggisti, ed avere dato titolo al libro “Della tolleranza”, avere ammiccato fin dall’inizio con questo scritto, è stato un modo coerente di indirizzare l’attenzione del lettore sulle tracce dello scrittore dimenticato.
Detto questo, non si vuole azzardare l’esistenza di un Montaigne italiano occultato nelle pieghe del tempo. La dimensione di Pancrazi è assai diversa, prettamente giornalistica, ma di un’epoca che risale all’avvento delle Terze pagine, fenomeno ormai ridimensionato se non scomparso dai nostri quotidiani, diventati prolissi nelle chiacchiere di qualsivoglia provenienza, reticenti riguardo la cultura. Il nostro autore rievoca la nascita e l’eclissi della Terza pagina nel saggio Sassi in piccionaia, forse il più bello, di sicuro utilissimo per ricostruire un frammento importante del nostro passato, un travaso di idee dai giornali ai libri che dura tuttora, con interpreti non sempre all’altezza dei maestri, che ha traghettato la critica paludata e accademica verso la altrettanto militante, ma impegnata a stigmatizzare che “un fatto artistico e letterario, in quanto avviene tra gli uomini, s’inserisce e partecipa alla loro vita, ed è anche un fatto psicologico, morale, sociale, politico…”. Alzi la mano chi si ricorda i nomi di questi innovatori, a cui va aggiunto Pancrazi. Chi è mai andato a rileggere i “pezzi” di Camerini, Panzacchi, Nencioni, Martini, già allora sul punto di essere dimenticati?
Ci si ritrova spesso a mormorare sulla bizzarria dei costumi letterari; da semplici lettori, ciascuno con le proprie indulgenze e avversioni, ci lamentiamo dei libri dozzinali imposti a bacchetta e dei buoni, che pur esistono, ma di cui non si parla. Si deplora la mancanza di dibattito sull’argomento, mentre siamo sommersi dalle anamnesi del calcio, sport per nulla disprezzabile se fosse solo giocato; così come la politica se si limitasse ai fatti concreti. Certo in letteratura, riguardo la concretezza, non si sciala, e quando nell’annata il ricordo si ferma all’elenco dei vincitori dei premi, nei quali come nel calcio a volte contano più gli arbitri dei giocatori, sembra superfluo lanciare crociate. Non la pensava così Pancrazi che sopra ogni male sembrava temere il pericolo dell’assuefazione: di nuovo il moralizzatore prevale sullo scettico, e leggendo il saggio Torna a fiorir la rosa, che attacca la piaga dei concorsi letterari della sua epoca, bisogna ammettere che la nostra ha avuto dei ben “colti” predecessori, i quali sarebbe giusto ignorare o dare per estinti.
Salvo constatare periodicamente che purtroppo, come ricordava un film non meno raccapricciante della quotidiana realtà, “a volte ritornano”.

Della tolleranza di Pietro Pancrazi
Con un saggio di Pietro Paolo Trompeo
Nota di Alberto Bertino
119 pag., Euro 8,00 – Edizioni Sellerio (La memoria n. 624)
ISBN: 88-389-1996-8

Le prime righe

Che cos’è tolleranza


Tra le varie antitesi che sono state poste e sempre si possono porre al fascismo - quali il liberalismo, la democrazia ecc. - nessuna a me pare tanto radicale e così risolvente come la tolleranza. Tolleranza ossia non fascismo: un fascista tollerante sarebbe addirittura una contraddizione in termini.
Ma propriamente, tolleranza che è ?
Nel vocabolario del Tommaseo, dove le definizioni morali sono sempre assai curate, trovo la tolleranza definita così: Virtù colla quale si comportano senza alterarci le opinioni, le obiezioni altrui, e si compatiscono gli altrui difetti. E in Cic. Ovverosia, è in Cicerone; ed è bello, anche se un po' malinconico per noi, pensare che la definizione della tolleranza fu data da uno che poi ci rimise la vita.
Movendo dunque dal Tommaseo (che poi, quanto a sé, fu intollerantissimo uomo), si potrebbe continuare, e dire così.

© 2004 Sellerio editore


L’autore

Pietro Pancrazi (1893-1952) scrittore e critico, fu redattore di numerose riviste italiane e di quotidiani, dove esercitò un’attività di critico militante attenta a tutte le tendenze nuove, curiosa, capace di scoperte, e condotta sempre in uno stile colloquiale e aperto. I suoi saggi critici sono raccolti in varie opere tra cui: Scrittori d’oggi, Nel giardino di Candido. Scrisse racconti favolistici (Esopo moderno) e prose di viaggio (Donne e buoi dei paesi tuoi).


Di Alvaro Strada


26 novembre 2004