VOCI ITALIANE

Davide Longo
Il mangiatore di pietre

“Avrebbe potuto dire che era caduto per distrazione, oppure che un malore gli aveva fatto mancare le gambe. Ma Lino sapeva che la gente come Fausto non cade e non ha gambe che mancano. L’unica era che avesse deciso lui di vedere per ultima quella rocca e quel pezzo di bosco.”

Un romanzo di confine, forse si potrebbe definire così questo testo di Davide Longo. Un romanzo che odora di Piemonte, di quelle terre montane dure, aspre, difficili, a volte ostili e di quella gente abituata a essere sempre “in prima linea”, la linea di un confine che non si vede ma si sente nell’animo. Gente che parla poco, che non riesce a esprimere sentimenti e passioni, che vive con forza il senso del dovere e male quello del piacere, che si arrabatta per la sopravvivenza facendo persino lavori che superano il limite della legalità e sforano in un altro mondo, anche in questo caso al di là del confine. Chi non è emigrato superando le montagne verso la Francia o attraversando l’oceano per sbarcare in Argentina, deve fare i conti con le risorse, scarse e povere, di valli come quella in cui s’ambienta la nostra storia, la Val Varaita. E deve trovare attività che siano più redditizie, come il contrabbando.
Davide Longo conosce bene la montagna e lo spirito di chi la abita, ne individua i colori, gli odori, i suoni tra silenzio e grida di animali, sa come si vive e come si muore tra rocce e dirupi: ci racconta la tragica fine di Fausto, un passeur ucciso con due colpi di fucile, e le giornate di chi vuole capire il senso di questo delitto e indaga con fatica tra le montagne, nell’ombra che ne avvolge le strette e umide valli. L’inchiesta, affidata a un commissario imperscrutabile e diffidente, si svolge sul piano ufficiale, ma il lettore ne segue le tracce anche attraverso le indagini personali e i ricordi di chi ha conosciuto la vittima, primo fra tutti l’amico Cesare e poi Sergio, appena un ragazzo, testimone di un evento determinante in questa vicenda e, ancora, tutti i compaesani: qualcuno sa e non parla, altri sembrano non immaginare le cause di quell’omicidio. “Sono stati quelli del suo giro a fargli il servizio”. Questa è la voce che corre in paese, questa è la traccia che cerca di seguire Cesare, malgrado le intimidazioni, per dare un senso alla morte dell’amico. Ecco: l’amicizia antica e la solidarietà, l’amore tra genitori e figli, tra marito e moglie sembrano sentimenti quasi sconosciuti in queste valli, tra queste pietre. La loro intensità, ci dice Davide Longo, va misurata in altro modo, non con i parametri abituali, ma scavando nel profondo, sotto il ghiaccio e la neve, come fa lui in questo noir che va indubbiamente molto oltre i limiti, i confini del romanzo di genere.

Il mangiatore di pietre di Davide Longo
205 pag., Euro 13,50 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti 114)
ISBN: 88-7168-416-8

Le prime righe



Cesare tagliò un morso sottile di toma e richiudendo il coltello guardò la sera che calava oltre la finestra.
Le creste delle montagne staccavano ancora nell'ultimo sole, ma i pini in basso avevano il verde opaco del crepuscolo. Nei prati di là dal fiume restava qualche covone di fieno. Un vento pigro cullava faggi e castani a mezzacosta preparandoli al buio.
Mise in bocca la toma con un tozzo di pane e masticò fino a sentire il formaggio tornare latte, il pane grano.
Nella stanza la luce entrava stentata: contro le pareti si intuivano una credenza, un vecchio frigorifero, l'acquaio e poco altro mobilio scurito dagli anni. Una cassapanca di ciliegio stava accucciata accanto alla porta come un animale grasso e con le gambe corte.
Un sospiro lungo venne da sotto il tavolo.
Cesare abbassò lo sguardo e trovò gli occhi della lupa che lo fissavano. - Sei brava Micol, sei brava - le disse allungando una mano.
La lupa socchiuse la bocca e prese tra i denti la crosta di formaggio, attenta a non sfiorare le dita.

© 2004 Marcos y Marcos editore


L’autore

Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971. Giocatore di basket, sceneggiatore e insegnante di lettere, con il suo primo romanzo, Un mattino a Irgalem ha vinto il premio Grinzane Cavour e il premio Via Po per il migliore esordio del 2001.


Di Giulia Mozzato


5 novembre 2004