VOCI ITALIANE

Rosetta Loy
Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria

“Le prime squadre delle Waffen SS sono adesso giù per i sentieri fra i boschi. Scendono a balzi, in ordine sparso, cercando di non farsi sfuggire chi si è rintanato in qualche anfratto: basta azionare il lanciafiamme e la lingua di fuoco in un attimo divora i rovi e chi si nasconde in mezzo.”

Un romanzo della memoria, personale e collettiva: Rosetta Loy ripercorre, attraverso la storia di una famiglia della buona borghesia italiana, e di coloro che ne entrano in vario modo in contatto, gli anni che vanno dal 1941 agli anni Sessanta. L’andamento narrativo non è rigorosamente lineare, anzi segue i ritmi del ricordo più che quelli del tempo che scorre: così si può ritornare ai tragici giorni di fine guerra dopo aver tracciato, nelle vicende del neoimprenditore Paolo, l’energico periodo del boom economico degli anni Cinquanta.
Il romanzo si apre con il ricordo bruciante di una delle protagoniste, Giulia, ritornata dopo anni a Gravello, nella villa di famiglia venduta ormai da tempo, dove erano sepolti i ricordi di quella “famiglia felice” che la guerra aveva devastato nella carne come nell’anima. “Sono rimasti i nomi, delle date: 1941, ’43, ’44, 1950…“ Il ricordo però sembra andare a ritroso, o meglio, alternare immagini del tempo di guerra ad altre della presenza americana nell’immediato dopoguerra. Da Gravello a Roma, dove la famiglia viveva nella grande casa, un mausoleo, simbolo del successo economico del padre.
La famiglia Martini ha nei suoi tre figli, Lucia, Giulia e Ludovico, i veri protagonisti del romanzo, mentre della madre restano al lettore solo alcune fotografie molto nitide, ma molto diverse tra loro: la sua bellezza e il suo adulterio con un individuo che rimarrà negli anni odioso ai figli; quel viso devastato dal giovane tedesco quanto la donna tenterà di trattenere la figlia in fuga amorosa, una fuga che si trasformerà rapidamente in tragedia; infine la malattia, la disfatta fisica e mentale, il suo essersi trasformata in figlia del suo stesso figlio, rimanendo però fino all’ultimo “un poco crudele come sempre, senza saperlo”.
Il padre è davvero una figura incolore e poco simpatica, estremamente formale e grettamente borghese. Marcello Mussi, il giovane insegnante di ripetizioni di Ludovico dovrà essere chiamato “il signor Mussi” da tutti e tre i suoi figli proprio per mantenere le dovute distanze. Così non verrà mai meno l’esibizione di una superiorità sociale, anche quando le finanze familiari sono scarse e la famiglia è praticamente alla fame. Quel campione di buone maniere è però così distratto da non accorgersi neppure del tradimento della moglie che i figli hanno capito, con molto turbamento, da un pezzo.
E poi i ragazzi: sono le loro storie, in particolare quelle di Giulia e di Ludovico a cui si intrecciano quelle di Marcello, e poi di Guido e di Paolo, a ricostruire tutte le emozioni di quegli anni, e a ridare vita alle sofferenze, al dramma di chi la guerra la sta combattendo e di chi, da civile, la subisce. Le pagine in cui, attraverso i pensieri di Marcello, il lettore ha davanti a sé il tragico palcoscenico della guerra in Nordafrica sono davvero di grande potenza narrativa.
La spontaneità di Giulia, le sue emozioni prima infantili e poi di giovane donna, fino alla serena capacità di trovare la propria dimensione affettiva, capace di scartare ciò che sente d’impaccio ai suoi progetti. Ludovico, ancora irrisolto, ma in grado di gettarsi dapprima all’ascolto dei nuovi stimoli esterni e conseguentemente all’azione, veramente adulto solo nel rapporto finale con la madre malata.
La complessa vicenda sentimentale di Marcello e la guerra come bufera che scompagina i sentimenti, con una voglia di vivere che lo soccorre quando sembra che il dolore sia eccessivo da sopportare, tanto che, dopo aver attraversato la morte, sa ancora riaffacciarsi all’azzurro dell’aria.
Un romanzo che, oltre alle grandi capacità narrative della Loy e alla sua indiscutibile sensibilità nel delineare i personaggi, offre uno sguardo dall’interno su anni terribili e intensi, in cui la grande Storia, con tutti i suoi orrori (la strage di civili a Sant’Anna di Stazzona, come esempio sommo) entra nella carne degli uomini che la costruiscono, nelle loro piccole storie personali e si fa vita reale.

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria di Rosetta Loy
243 pag., Euro 16.50 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-17220-4

Le prime righe



Sono tornata a Gravello e senza scendere dall'automobile mi sono fermata a guardare dalla strada. Gli ultimi acquirenti, degli stilisti di scarpe, hanno aperto un ingresso molto più imponente di quello di una volta e un pesante cancello di ferro era spalancato fra due ali semicurve di intonaco bianco.
Era tardi e potevo vedere il viale dove una serie di lampade tonde disegnavano gli alberi dei meli. Mi sono stupita che fossero ancora vivi quei meli, sono vecchissimi, ma chi ha comprato la villa ha capito la loro segreta bellezza e li ha tenuti anche se non dànno piú frutti.
C'era una festa, pare che gli ultimi proprietari ne diano spesso per mostrare i segni tangibili della loro ascesa sociale. Le automobili erano parcheggiate in ordine nello spazio dove un tempo c'era il prato con l'aiuola della salvia splendens. Si vedeva un gazebo sotto cui era apparecchiata una tavola e un cameriere in giacca bianca andava e veniva portando dei piatti. Gli invitati erano in piedi e reggevano in mano il bicchiere. Cosí almeno mi sembrava. La villa aveva tutte le finestre illuminate e lungo il muro di cinta ho camminato fino al vecchio cancello invaso dalle erbacce: attraverso le sbarre arrugginite ho potuto vedere l'interno di alcune stanze. Erano vuote, ma non riuscivo a distinguere cosa fosse mutato. Delle porte erano aperte.
Allora sono risalita in automobile e sono andata via. In fretta, sempre più in fretta.

© 2004 Giulio Einaudi editore


L’autrice

Rosetta Loy è nata a Roma, dove vive tuttora. Ha pubblicato La bicicletta (premio Viareggio opera prima), La porta dell’acqua, Le strade di polvere (1987, premio Campiello e Viareggio), La parola ebreo (1997, premio Fregene e Rapallo-Carige), Ahi, Paloma. Le sue opere sono tradotte in tutti i principali paesi.


Di Grazia Casagrande


5 novembre 2004