TEORIA E FICTION ANTROPOLOGICHE

Roger Caillois, Claude Lévi-Strauss
Diogene coricato
Una polemica su civiltà e barbarie

“Diogene provava il movimento camminando. Il Signor Caillois si corica per non vederlo. È vero che il suo maestro aveva raccomandato che lo si seppellisse a pancia in giù, convinto che il mondo non avrebbe tardato a capovolgerlo e quindi a farlo tornare supino. Ma il Signor Caillois non è morto: cerca un sonno che l’inquietudine non turbi. Per ulteriore precauzione, preferisce mettere subito la storia a faccia in giù. Spera così di proteggere da ogni minaccia la sua contemplazione beata di una civiltà – la sua – alla quale la sua coscienza non ha niente da rimproverare. E in effetti perché porsi interrogativi? “Numerosi intellettuali europei”, di cui io sarei l’esempio più pericoloso, “insorgono contro ogni valore che, in qualche modo, possa apparire come elemento di civiltà… principalmente nella forma che ha assunto nell’Occidente cristiano””.
Lévi-Strauss


Un incontro di pugilato diviso in vari round, dove i guantoni sono sostituiti dalle parole, ma fanno altrettanto male. Un combattimento non sempre leale, il che non squalifica i contendenti, anzi fa ricordare che la “nobile arte”, qualunque essa sia, manesca o verbale, può sopravvivere solo con le grandi figure, e qui se ne affrontano due di notevole livello, senza fare distinzioni. Infatti, in mancanza di un arbitro designato, preferiamo evitare di sostituirci ad esso; non proclameremo quindi vincitori, limitandoci come sempre a un resoconto che non è critica, bensì cronaca.
La sfida per il campionato del mondo di Etnologia comparata comincia con un attacco al bersaglio grosso da parte di Caillois, direttore della rivista Diogène a cui si allude nel titolo del libro (già, c’è un libro di mezzo, poi dicono che i picchiatori sono incolti), il quale sferra una serie impressionante sull’etnologo Lévi-Strauss accusato di denigrazione dell’Occidente a favore delle culture ritenute, chissà se a torto o a ragione, barbare cioè, etimologicamente, “balbuzienti”. È un lavoro accurato, elegante, lo stile di Caillois ammirevole, da parecchio tempo non osservavamo sul ring della letteratura uno scrittore, pardon un pugile, con una padronanza dei fondamentali così perfetta. D’accordo, siamo negli anni Cinquanta e in Francia, un momento d’oro per numero e valore di atleti in questa disciplina, inutile fare nomi, li conosciamo tutti. Da noi nello stesso periodo solo balbettii, cioè barbarie letterarie, mezze figure in declino, qualche umorista, insomma, quelli che in gergo pugilistico vengono chiamati “buoni perdenti”. Niente a vedere con ciò che sa fare Caillois con il pugno armato di penna e che viene pubblicato il 1° gennaio 1955 sulla Nouvelle Revue Française. Si vorrà almeno sapere la ragione che rende così feroce Caillois nei confronti di Lévi-Strauss; gli contesta due dei motivi che renderebbero fondamentale la cultura occidentale: la quantità di energia disponibile per abitante e il prolungamento della durata della vita umana. Pretestuoso? Ma c’è dell’altro: lo ritiene in sovrappiù “affamato di tutto ciò che è selvaggio” e per inciso, insieme ad altre blasfemie, di preferire il jazz a Mozart. Tutto questo ha origine da un saggio, Razza e storia, che lo sfidato ha pubblicato due anni prima.
Lévi-Strauss si chiede innanzi tutto come mai un libro vecchio di due anni susciti tanta voglia di battersi nel suo avversario; poi da par suo passa al contrattacco. Dotato di minore eleganza stilistica, ha tuttavia al suo attivo un bagaglio logico che lo rende micidiale nel colpo di incontro. Dialettico di prim’ordine porta il combattimento sul piano della “discussione senza oggetto”, in anticipo di molti lustri sul nostro sopravvalutato ’68: cavilloso all’inverosimile, sminuzza argomenti polverizzando la resistenza dell’avversario, il quale colpito agli occhi e alle orecchie ben presto si trova all’angolo, salvato dal gong da un più che probabile k.o.
Il round successivo è forse il più sconcertante, e cercheremo di dire perché. Ai due lunghi articoli d’avvio, seguono altrettante brevissime lettere nelle quali “i campioni”, sembrerebbe già un po’ suonati, si lanciano accuse prettamente sintattiche. Come dire che dai pugni si passa ai calci, quasi tutti sotto la cintura. Qui la “discussione senza oggetto” si sposta alla “discussione senza soggetto”: sembra che nessuno riesca a capire che cosa abbia scritto l’altro. Siamo nella fase più caotica del mach. Crediamo quindi che nessuno si possa stupire se il combattimento venga interrotto per reciproca ferita, che in questo caso si deve per forza attribuire a una “testata”. Tutto finito? I contendenti si rialzano, si abbracciano e fanno pubbliche dichiarazioni che sì, è vero, se le erano date di santa ragione ma nessuno dei due voleva fare del male all’altro.
Il libro si chiude con il discorso di esordio che Lévi-Strauss pronuncia nel 1974 all’Académie Française, in cui va segnalato il bellissimo resoconto critico su Henry de Montherland, a sua volta illustre combattente, la cui scomparsa libera il posto di accesso tra gli Immortali proprio in favore dell’etnologo. Ma, sorpresa inaspettata: chi pronuncerà il discorso elogiativo di ingresso nell’Accademia? Proprio lui, l’ex sfidante, già membro effettivo: è infatti di Roger Caillois l’ultima parola, ancora una volta con inarrivabile stile, senza tralasciare qualche punzecchiatura in punta di guantone sul vecchio dissidio…
Abbiamo scherzato un po’ ma questo libriccino è da prendere assolutamente sul serio. Dal punto di vista letterario un vero campionato del mondo dei pesi massimi. E dobbiamo aggiungere che, pur nella nostra scarsa cultura ed esperienza, siamo rimasti veramente ammirati e divertiti per come sono state assemblate le doti “sportive” dei due intellettuali.
Da tenere in prima fila sullo scaffale dei francesi.

Diogene coricato. Una polemica su civiltà e barbarie di Roger Caillois e Claude Lévi–Strauss
Traduzione e cura Mario Porro
165 pag., Euro 16.80 – Edizioni Medusa (Argonauti n.7)
ISBN 88-7698-003-2

Le prime righe

Prima parte


Per lungo tempo i popoli conobbero e scrissero solo la loro storia particolare, generalmente in forma di Annali, cioè registrando anno per anno, a volte stagione per stagione, gli eventi notevoli occorsi allo Stato, al principe o magari ai singoli. Così fa Seu-Ma-Tsien, così procedono Tucidide
e Tacito, e più tardi i cronisti, con la differenza però che i cinesi sembrano aver concepito una storia ciclica, che ricomincia senza posa alla maniera del calendario, e gli Occidentali uno svolgimento che al contrario esclude il ripetersi degli eventi. In seguito, da Bossuet a Hegel, furono molti quelli che immaginarono di scrivere una storia universale: la conoscenza che l'Europa cominciava ad accumulare del passato dei diversi popoli permetteva, se non di condurre a buon fine una tale ambizione, almeno di coglierne l'interesse, forse anche la necessità. I primi autori della storia totale la considerarono diretta, gli uni dalla potenza divina, gli altri da una dialettica interna che ne determinava in anticipo il tracciato ineluttabile: ogni situazione veniva dalla precedente e portava alla successiva nel corso di un'evoluzione unica in cui tutto si concatenava rigorosamente. Gli imperi succedevano agli imperi, le culture si collegavano le une alle altre lungo un solo percorso trionfale.
La ricerca erudita, i lavori degli archeologi e degli etnografi non tardarono a infirmare questa idea di uno svolgimento lineare della storia universale, di un progresso continuo e comune che coinvolgeva l'insieme dell'umanità in un divenire solidale. Le civiltà apparvero allora più concorrenti che successive . Si dovette rinunciare ad allinearle in una stessa serie cronologica.

© 2004 Edizioni Medusa


Gli Autori

Roger Caillois (1913-1978), sociologo, scrittore, critico letterario, dopo un' iniziale formazione negli ambienti surrealisti, fondò negli anni Trenta con Bataille il Collège de Sociologie. Fu animato da una passione enciclopedica, in cui l'attenzione per il mondo naturale(degli insetti, delle pietre ecc.) si collega all'universo dell'immaginario umano. Fra le sue opere si ricordano: L'uomo e il sacro, Il mito e l'uomo, L'occhio di Medusa, Nel cuore del fantastico, Nascita di Lucifero e il mito del liocorno.

Claude Lévi-Strauss (1908) è il padre dell'antropologia del '900. Negli anni Trenta effettuò spedizioni etnografiche in America Latina. I suoi studi hanno fornito il contributo più rilevante alla diffusione del pensiero delle scienze umane. Fra i suoi libri ricordiamo: Tristi Tropici, Antropologia strutturale, Il pensiero selvaggio, i saggi raccolti sotto il titolo di Mitologica, Lo sguardo da lontano e Razza e storia.


Di Alvaro Strada


22 ottobre 2004