CITTA' E CULTURE D'ITALIA

Edmondo Berselli
Quel gran pezzo dell’Emilia
Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe

“Cos’ha Bologna, che è così bella? L’inverno col sole e la neve, l’aria barbaricamente azzurra sul cotto. Dopo Venezia, Bologna è la più bella città d’Italia, questo spero sia noto.”
Pier Paolo Pasolini


Parlare di quest’ultimo libro di Berselli richiederebbe un brio di cui sinceramente non mi sento adeguatamente dotata: troppo piacevole la lettura, troppo intelligente la modalità di raccontare, in modo semplice e divertente, la realtà sociopoliticoculturalculinaria di questa regione italiana, modello e laboratorio di un successo economico e gestionale della cosa pubblica riconosciuto in tutto il mondo.
Le origini emiliane di certo mi hanno personalmente coinvolta e, anche se coloro che hanno le radici in quella terra, “il materialismo ce l’hanno nel sangue, come un estratto di piadina” (nonostante l’amore per Roberto Baggio dei bolognesi abbia motivazioni prettamente estetiche), sono riuscita a commuovermi davanti al compagno casaro che mostra a Molotov il magazzino in cui stagiona il grana facendogli credere che là sono conservate le armi per la rivoluzione.
Innumerevoli le testimonianze e le riflessioni su come sia nato e sia stato possibile il “modello emiliano” (senza per altro che i diretti interessati sapessero che cosa fosse un “modello economico”) tra zamponi e maglierie, tra vecchia e nuova imprenditoria, tra le “cene” degli intellettuali del Mulino e le serate in osteria con Guccini…
Ma tra strette di mano più decisive di contratti, tra l’attivismo sereno dei nuovi imprenditori, fiorisce anche la cultura. Sarà perché il Pci aveva sempre dato a questo aspetto della formazione del buon comunista grande importanza, sarà perché in Emilia erano nati e vivevano personalità, senza parlare di Toscanini, del calibro di Pasolini, Visconti (due busèn, “ma non vorremo mica formalizzarci sui gusti in fatto di maschi e di femmine”) Pavarotti, la Freni, Zavattini e tanti, tanti altri che non avevano la tessera perché si dimenticavano di pagarla, ma firmavano sempre gli appelli o erano in prima fila alle Feste dell’Unità. Cultura solida e istituzionale: biblioteche, musei, arte, ma anche cinema e musica rock, e la gloria delle Università. Qui nasce anche il Dams “che attirava squinternati da tutt’Italia” e il buon emiliano ne avverte subito il potere destabilizzante; c’è stima e ammirazione per Eco, ma lo si sentirà sempre e comunque “uno di fuori”.
Non si può, parlando di Bologna, tacere della sua cucina, dei piatti di una città “abituata a giocare con il tridente ma anche con il trigliceride”, o della sua passione per il gioco del calcio e così “nella Bologna rossa e gaudente, socialista e opulenta, arrivava un asso più caro agli dei che ai teologi del calcio”: il buddista Roberto Baggio, il “talento di raso vestito, palleggio erudito, tocco infinito, fanciullo ferito” come recitano i versi di Fernando Acitelli e come lo afferma il tifo sconfinato di “intellettuali e macellai, degli accademici e dei gasisti”.
Gli amministratori rossi, “gente pratica poco incline alle utopie”, riescono anno dopo anno a costruire un socialismo che è “il capitalismo gestito da noi”, come rispose un amministratore locale a Giorgio Bocca stupito del numero di Ferrari davanti ai garage. Perché la rossa Emilia è appunto madre anche di un’altra rossa di tutto rispetto: la Ferrari, anche se “non c’è nessuna teoria politica che sappia spiegare come quaggiù siano riusciti a conciliare il comunismo con i motori. L’antifascismo con le Ferrari. Togliatti e il gigleur”.
Se gli anni Sessanta videro Caterina Caselli e i Nomadi con Guccini, l’Equipe 84, Bertoli e tanti altri, nei decenni successivi apparvero Vasco, Ligabue, Zucchero, Giovanni Lindo Ferretti, e i Modena City Ramblers (ma, si chiede l’autore, se nel loro nome mancasse quel “Modena” sarebbero così famosi?) e così gli emiliani cantano, continuano a cantare, da Bandiera rossa a La locomotiva, ma anche Nessuno mi può giudicare, o Come stai, infilando “un eccellente swing” in Bella ciao ancora convinti” che oggi come allora basta poco per mettere su una cosa, un complesso, un’orchestra…”.
E poi Prodi: dalle immense competenze e dalla sconfinata praticità, uno che conosce la teoria, ma anche la fabbrica, che ha nella sua bonaria durezza (“gronda bontà da tutti gli artigli”) i piedi sempre ben posati sul terreno.
Per concludere questa breve carrellata sull’Emilia e gli emiliani si potrebbe parlare un po’ anche di Edmondo Berselli, l’autore del saggio. Modenese (e i modenesi si reputano i veri emiliani, i bolognesi sono per loro un po’ troppo romagnoli, almeno nel pensiero di Marco Santagata), intellettuale raffinato, ma mai pedante, dagli interessi vasti e molteplici, capace di trasmettere con la chiarezza e la semplicità tipica della sua regione anche i concetti più complessi grazie anche a una ricchezza e a una pulizia linguistica straordinarie, capace di alternare con assoluta naturalezza citazioni dotte a riferimenti al gossip, facendo sì che il lettore si senta sempre a suo agio, come se stesse a chiacchierare con lui davanti a un piatto di tortellini (con la panna?).

Quel gran pezzo dell’Emilia. Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe di Edmondo Berselli
145 pag., Euro 15.00 – Edizioni Mondadori (Frecce)
ISBN 88-04-53573-3

Le prime righe

Introduzione


Non c'è stato un Totò, per l'Emilia, un'Anna Magnani, un Alberto Sordi, un Gilberto Covi; Bologna non ha avuto un Eduardo, un Peppino e nemmeno un Macario, nessuno dei grandi caratteri che hanno rappresentato a teatro o sullo schermo un tipo italiano, una città, una psicologia, un dialetto, una tradizione, un saper vivere. Così, la regione che si stende ai due lati della via Emilia, dall'Appennino al Po, non ha un'immagine riconoscibile in un film, in un volto, in un modo di parlare. Sul piano politico, sindaci come Giuseppe Dozza e Guido Fanti erano ottime specialità locali, nel senso che furono popolari soltanto da queste parti. Quindi un sondaggio per rilevare qual è l'immagine dell'Emilia, oggi, dopo che il rosso delle bandiere comuniste è impallidito perché la storia è andata come doveva andare, dimostrerebbe probabilmente che per l'opinione media questo pezzo di terra è tutt'al più un'in-frastruttura ambientale tirata su da Dio in persona per consentire agli uomini di creare la Ferrari.
Ora, è vero che la fine del comunismo poteva essere una tragedia politica, per le città emiliane come Bologna, che come sanno tutti era addirittura finita sulla copertina a colori di «Time» in quanto capitale e simbolo dell'unico luogo al mondo dove il socialismo reale era riuscito a funzionare. Ed è anche vero di conseguenza che i successi delle rosse di Maranello hanno avuto pure il pregio di evitare che l'Emilia restasse orfana di mitologie e simboli.

© 2004 Arnoldo Mondadori Editore


L’autore

Edmondo Berselli, emiliano nel senso di modenese, editorialista del quotidiano “la Repubblica” e del settimanale “L’espresso”, direttore della rivista “il Mulino”, ha pubblicato alcuni libri, fra cui il cult book Il più mancino dei tiri e Canzoni. Storie dell’Italia leggera. Nel 2003 il suo saggio Post-italiani. Cronache di un paese provvisorio, ha suscitato un ampio dibattito, ed è stato giudicato una delle interpretazioni più personali e riuscite della realtà contemporanea.


Di Grazia Casagrande


22 ottobre 2004