CITTA' E CULTURE D'ITALIA

Vittorio Messori e Aldo Cazzullo
Il mistero di Torino
Due ipotesi su una capitale incompresa

“Anche lo straordinario, qui, deve rispettare le regole. Rivoluzionari, visionari, ma con i documenti concessi e vidimati dalle Competenti Autorità. E non è una battuta: i capi di una delle pochissime rivolte torinesi, quella del 1821, non sai accordarono con l’erede al trono prima di insorgere?”

Quanti luoghi comuni sono legati a una città come Torino? Città magica e misteriosa, fredda e grigia. Città di intellettuali e di comunisti, di industrie fuligginose e di chiese miracolose, di geni solitari e genialità incomprese, di omicidi e di suicidi. Una “città-patria” fino agli anni Cinquanta, vissuta a lungo nel mito di capitale sabauda, in cui non stendere i panni lungo le strade è stata per secoli una regola assoluta e inviolabile; una città che “sopporta solo una monarchia alla volta” e nella quale l’ordine è un dictat fondamentale: “a ogni uomo un ruolo, a ogni ruolo un abito: questa la base dell’ordine torinese. Solo qui il giornale dei comunisti poteva chiamarsi ‘Ordine Nuovo’: rivoluzione, d’accordo, ma dopo tutti ordinati, di nuovo con gerarchie e uniformi”. Un luogo in cui un giornale, La Stampa, ha segnato profondamente per decenni l’opinione pubblica, ma non è mai riuscito a creare vero consenso politico e un altro, La Gazzetta del Popolo, ha tirato nel 1936 il primo milione di copie per un quotidiano (“un ennesimo primato torinese; e un’ennesima realtà torinese di cui nulla è rimasto”); in cui il rapporto con il datore di lavoro, pubblico o privato, è stato sempre visto con deferenza e con altrettanto apparente rispetto si è considerato il lavoratore e l’utenza. Una città così, “la meno amata d’Italia”, cosa nasconde davvero tra le sue strade? Quali sono state le vicende sociali e politiche, culturali ed economiche che l’hanno segnata sino a darle quell’immagine esterna (spesso ampiamente falsata da pregiudizi e poca conoscenza dei fatti) stereotipata, superficiale?
La prima parte del volume è un’affascinante autobiografia in cui Vittorio Messori, arrivato con la famiglia in città da Sassuolo all’età di cinque anni, narra ad Aldo Cazzullo il suo rapporto con Torino aprendo continuamente finestre sul passato, sugli anni della sua infanzia, adolescenza e maturità, cercando di spiegare proprio questa stratificazione urbana complessa e di difficile interpretazione. “Cosa sia stata la Torino cattolica tra Ottocento e Novecento è ancora in buona parte da rivelare a chi crede che di questa città siano stati protagonisti soltanto imprenditori borghesi e liberali nonché intellettuali, politici e ideologi socialisti e comunisti” che indubbiamente, comunque, formarono in gran parte le radici della città del Novecento e di cui lo stesso Messori ampiamente racconta nelle sue pagine, da Gobetti a Gramsci, da Togliatti a Pajetta, Einaudi, Bobbio, Galante Garrone... Pagine divertenti, ironiche, intense, mai noiose, che ricordano episodi dimenticati anche da chi a Torino ha vissuto e che aiutano a ricostruire quella “griglia” di rapporti e di fatti che hanno fatto della città quello che è oggi.
La seconda parte del volume è invece la risposta di Aldo Cazzullo, giornalista di altra generazione (anche lui torinese d’adozione), che ha vissuto ovviamente tempi e momenti diversi e che di parte degli eventi e dei personaggi ricordati da Messori non può avere memoria, ma di cui può comunque raccontare grazie alla sua pluriennale ricerca storico-memorialistica. Apre le sue pagine con la morte dell’Avvocato, inevitabile e imprescindibile capitolo per una città che ha sostituito la monarchia sabauda con quella industriale degli Agnelli mantenendo verso questo potere un atteggiamento simile. “La Torino di Agnelli non era quella dall’identità sbandata e in via di ridefinizione in cui ci muoviamo oggi”. Ma Cazzullo, come Messori, non può prescindere dal passato per capire ciò che è accaduto dopo e dunque già nel secondo capitolo riprende la storia dei vallettiani e dei togliattiani, storia di un lungo duello e di vicende spesso distorte da chi le ha narrate in seguito. E, attraversando gli anni Cinquanta e Sessanta, approda al “decennio della follia”, quegli anni Settanta che tanto hanno segnato la vita politica, sociale e culturale della città. “Torino è fondale inadatto a scene di rivoluzione, non è mai stata città di barricate: per questo le foto di quegli anni sono particolarmente significative, colpiscono, si ricordano”. Cazzullo ripercorre queste tappe e quelle successive degli anni Ottanta in cui la metropoli inevitabilmente si trasforma, pur mantenendo molte delle sue caratteristiche fondanti, che vede il “tramonto degli eccentrici, il declino degli irregolari” come Marianini, Kolosimo e Rol (di cui Ceronetti dice “ci sono cose di cui è bene si taccia”). Torino è la città di Elémire Zolla e di Ceronetti, appunto, nato a Palazzo Saluzzo di Paesana (tra gli infernotti del quartiere della Consolata), del cardinal Martini, di Fruttero e di Edgardo Sogno: tutti “esuli” in altre lande; qualcuno ritornato alle origini, altri no. Anche i due autori di questo saggio vivono ormai lontano, ma Torino rimane nell’animo. “Il futuro è un mistero – scrive Messori – di esso fa parte anche il mistero di Torino. La quale tutto è stata e tutto sarà, tranne che un luogo geografico come tanti. Io ne sono certo. A tal punto che, riflettendo sul suo enigma, mi sono sorpreso talvolta a farmi la domanda che risuona - nientemeno! - che nell’Apocalisse. Ma sì, proprio quel versetto del diciottesimo capitolo: Quae similis civitati huic magnae? Quale città grande fu mai simile a questa?”.

Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale incompresa di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo
498 pag., Euro 18.50 – Edizioni Mondadori (Le scie)
ISBN 88-04-52070-1

Le prime righe

Introduzione

UNA NECESSITÀ


Questo libro nasce da una necessità: quella di un emiliano di Sassuolo e di un piemontese di Alba di parlare di Torino. Due persone diverse per età, diverse per accentuazioni di prospettive, ma accomunate da una militanza, pur in anni differenti, nello stesso giornale. Ovviamente, «La Stampa», che, come solo i torinesi sanno, è ben più di un quotidiano, è «specchio» non solo «dei tempi» ma di molte altre cose che i suoi lettori, fedeli e gelosi, hanno sperimentato e intuito. Due persone, gli autori di queste pagine, accomunate, soprattutto, da una passione esigente: attraverso incontri, letture, riflessioni, indagare sulla città in cui è trascorsa una parte importante della loro vita, per penetrare almeno qualcosa dell'enigma che essa rappresenta. Pur consapevoli che, alla fine, quel mistero sarà forse intaccato ma mai interamente risolto.

Da decenni, Messori accumulava, in certe sue cartelline, note, schede, osservazioni, ritagli, fotocopie per possibili «ipotesi su Torino», pur se convinto che non avrebbe trovato le forze e il tempo per ordinare, elaborare, pubblicare.
L'avventura di Vittorio è singolare: emiliano non per caso, ma per nascita e per origine di entrambi i genitori, a partire dai cinque anni fu torinesizzato in modo, come dice, «quasi caricaturale». E sin dall'inizio: basti dire che, uscendo dalla Giacinto Pacchiotti, la «vera» elementare del centro della città, la mamma lo portava con sé a far spese nella drogheria accanto, che era stata dei genitori di Piero Gobetti.

© 2004 Arnoldo Mondadori Editore


Gli autori

Vittorio Messori (Sassuolo 1941) ha vissuto oltre trent’anni a Torino,laureandosi in scienze politiche e lavorando per un decennio alla “Stampa”. Laico per tradizione familiare e formazione culturale,è tra gli autori cattolici più noti e diffusi nel mondo. Il primo libro (Ipotesi su Gesù) ha vendutoin Italia piùdi unmilione di copie, il colloquio con Giovanni Paolo II (Varcare la soglia della Speranza) è tradotto in 53 lingue. Collabora al “Corriere della Sera”.

Aldo Cazzullo (Alba 1966) dal 2003 è inviato del “Corriere della Sera”, dopo quindici anni alla “Stampa”. Insegna comunicazione politica all’università di Bologna. Tra i suoi libri: I ragazzi di via Po, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, I torinesi, Il caso Sofri e Testamento di un anticomunista, scritto con Edgardo Sogno.


Di Giulia Mozzato


22 ottobre 2004