NON SOLO FICTION

Eliette Abécassis
Piccola metafisica dell’omicidio

“La religione, per esistere in quanto tale, cioè al di fuori e al di là della sfera della giustificazione del male, dev’essere fondata indipendentemente dal male stesso.Analogamente l’idea di Dio non può venir intesa come risposta al problema del male. Allora chi è responsabile del male e dove cercarne e trovarne l’origine?”

Se la teologia non deve prendere in considerazione la realtà del male come presupposto fondativo del credere in Dio (per opposizione naturalmente); se la gnosi non può dare al male una valenza demoniaca da opporre al bene assoluto che è Dio per non cadere nell’inevitabile forma di razzismo che fa coincidere ad esempio gli ebrei con il male; la storia invece riesce a razionalizzare, a “illuminare i bassifondi dell’umanità, a comprendere e a spiegare il male finendo però col credere nella sua banalità e nella sua normalità”. Proprio lo storico infatti studia le cause remote, osserva le concatenazioni dei fatti e, fondandosi sul metodo comparativo, nota le molteplici complicanze e conseguenze di ogni singolo evento. Se si prende, come fa la Abécassis lo sterminio nazista degli ebrei e Auschwitz come centro dell’indagine sul male e come simbolo del male assoluto, si può invece notare che lo storico vede in questo uno dei momenti cruciali e non il momento cruciale. Così la pretesa di cercare le cause può diventare elemento di giudizio:”Voler comprendere il male significa volerlo spiegare e dunque conferirgli un fondamento, giustificarlo. Voler comprendere il male, non è altro che essere compresi dal male stesso”.
In realtà la domanda corretta che ci si dovrebbe porre è “come?” e non “perché?”. Il capitolo dedicato a “La Memoria” pone il tema del “perpetuare senza perpetrare” e sottolinea il dovere della memoria fortemente sentito dai sopravvissuti. Nello stesso tempo però ci si chiede da quale reazione psicologica nasca l’ormai diffuso sentimenti di insofferenza all’ascoltare le testimonianze di coloro che sono riusciti a scampare alla morte nei lager: erano i migliori? I più forti? I più furbi? travisano, dato il lasso di tempo intercorso, la verità dei fatti? “La memoria, dice la Abécassis, ha il ruolo fondamentale di produrre senso, contro l’alienazione individualista caratteristica delle società postmoderne. Tuttavia, di fronte allo scacco o alla difficoltà dei suoi tentativi, occorre dire che la memoria del male è impossibile.”
E la filosofia? Il problema del male l’ha sgominata mostrando lo scacco che la ragione subisce e per questo motivo la filosofia si è rifugiata nella semplice descrizione della fenomenologia del male.
Si possono fissare i tre principi del male: la scissione che il male crea nell’individuo e che si esprime nell’odio, nella volontà di annientamento dell’altro da sé; la comprensione, cioè il suo carattere inglobante per cui il dialogare con il male finisce con il diffonderlo. “Rispondere alla violenza con la violenza significa prendere le armi contro le armi assassine, fare la guerra al male, rispondere al crimine con il crimine e infine partecipare alla grande impresa del male: lo sterminio”. Da qui il senso profondo del comandamento “non uccidere” da cui non si deve prescindere davanti a nessuna provocatoria manifestazione del male. Eppure l’unica strada percorribile per non farsi inglobare dal male è l’omicidio: l’altro, e il volto come sua epifania, indica la possibilità della relazione, ma anche quella dell’omicidio come forma estrema della relazione stessa. Il contagio: il male progredisce per il contagio che avviene attraverso lo sguardo del testimone. Il male osserva chi lo guarda, ascolta chi lo intende, prende chi lo comprende.
Tre le possibili risposte efficaci: la politica, la giustizia e l’arte che ne opera la sublimazione. “Nessun artista tollera la realtà”, ha detto Nietzsche ed è da questo sentimento che nasce l’arte e l’artista, in quanto profeta, maledisce e ammonisce l’uomo di fronte al male.

Piccola metafisica dell’omicidio di Eliette Abécassis
Titolo originale: Petite métaphysique du meurtre
Traduzione di Carlo Angelino
82 pag., Euro 15,00 – Edizioni il Nuovo Melangolo (Opuscula n. 133)
ISBN: 88-7018-507-9

Le prime righe

INTRODUZIONE

Da dove ha origine il male? Da dove il fatto che noi facciamo il male? E il male che noi stessi facciamo? L'assassino, l'omicida che uccide bambini e intere masse storiche, l'assassino che uccide in guerra e che considera santa la guerra in cui uccide. Chi pratica l'omicidio nella sfera della vita psichica, chi esercita la violenza quotidiana, chi commette violenza, il ladro, tutti testimoniano la presenza del male come un mistero. Il fanciullo che ha già ucciso, il serial-killer che persevera nella sua professione e chi pratica l'assassinio di massa sino alla Shoah, irriducibile per l'assolutezza della sua sistematicità e per la volontà di uccidere un popolo per quello che è, ci pongono di fronte alla questione: da dove proviene l'assassino e qual è la ragione per cui uccide un uomo?
Di fronte all'invecchiamento, alla sofferenza o alla morte, alle catastrofi naturali e a tutte le ingiustizie dell'esistenza non si può che porre la domanda di Giobbe: perché? Ma di fronte all'altro tipo di male, il male morale, il male umano, la celebre questione che ha posto la seconda guerra mondiale — come hanno potuto fare tutto ciò? - la domanda di Giobbe non può bastare e non ci si può accontentare di trovarsi di fronte ad un "muro insuperabile e impenetrabile". Da dove trae origine questo male - non il male ontologico, cosmologico, il male presente nell'universo sotto le spoglie della distruzione, della corruzione e della morte, ma il male che l'uomo assomma al male già esistente, il male che l’uomo fa all’uomo, il male umano?

© 2004 Il Nuovo Melangolo


L’autrice

Eliette Abécassis, nata nel 1969 a Strasburgo, insegna filosofia di Caen. Dopo il successo di Qumran, tradotto in diciotto paesi, ha pubblicato L'oro e la cenere, Il tesoro del tempio. Ripudiata; è stato finalista al Grand Prix du roman de l'Académie française e al Prix Fémina. Dal romanzo l'autrice ha tratto la sceneggiatura del film Kadosh (1999), del registra israeliano Amos Gitai. Mio padre


Di Grazia Casagrande


8 ottobre 2004