NON SOLO FICTION

Fatema Mernissi
Karawan
Dal deserto al web

“Orwell, di fatto, già nel 1938 si poneva il problema del rapporto che lega il turismo all’impegno politico, tema centrale che questo libro proverà a esplorare”.

Il volume della Mernissi, estremamente originale nella concezione e nella struttura, si apre con alcune pagine dedicate a George Orwell e al suo soggiorno a Marrakech del 1938. Lo scrittore inglese avrebbe poi più volte lamentato la difficoltà di comunicare con la popolazione locale a causa sia di una sua pigrizia nell’imparare l’arabo che di un uso piuttosto improprio del francese da parte marocchina. Di certo, sottolinea la Mernissi, se allora vi fosse stata la facilità di comunicazione odierna, internet e la posta elettronica, i contatti tra Inghilterra e mondo arabo sarebbero stati molto più facili anche perché proprio le “minoranze escluse” sono quelle che hanno tratto maggior vantaggio dal progresso tecnologico nel campo delle comunicazioni. Così avrebbe potuto conoscere l’esistenza di movimenti di resistenza all’occupazione coloniale francese che invece neppure immaginava.
Certo se Orwell avesse potuto vivere nella Marrakech del 2004 avrebbe avuto una ben diversa esperienza del viaggio e soprattutto avrebbe potuto seguire i consigli che l’autrice dà a tutti coloro che intendono scoprire un Marocco “civico”, a quei “turisti responsabili” che spesso hanno ancora in testa alcuni stereotipi davvero sbagliati. Infatti una delle idee centrali di questa scrittrice è, in questo libro come nel precedente L’harem e l’Occidente, liberare il campo da tutti i luoghi comuni che gli occidentali, anche i più democratici, hanno in testa sul mondo arabo. La televisione via satellite, estremamente diffusa in Marocco, ha poi reso popolari informazioni, nozioni e conoscenze prima patrimonio solo degli intellettuali, e questo è avvenuto in modo ancor più capillare che in Europa. Sono i giovani “che navigano da fermi”, quelli che abitano le zone rurali o montane, ad avere per primi sfruttato le innumerevoli possibilità date dalle nuove tecnologie: commercio elettronico di prodotti dell’artigianato locale, promozione del turismo responsabile, costituzione di Ong per fornire di energia elettrica i paesi più sperduti…
Così le notizie fornite da autorevoli guide che parlano di paesi “fossilizzati nel loro arcaismo” forse dovrebbero aggiornare le loro informazioni.
Un consiglio che viene dato ai viaggiatori è quello di bighellonare per i paesi e le città raccogliendo le tante voci che provengono dai suq e dalle strade, entrare nelle librerie e nei negozi, ascoltando cioè quella che l’autrice chiama “Radio Medina”, e si scoprirà che se il turista è incantato da serpenti e incantatori, la gioventù locale lo è dalla Rete e se le madri continuano a tessere stoffe e tappeti, i figli navigano appassionamene in internet.
Comunque anche l’arte di tessere tappeti va considerata una competenza davvero preziosa e che va assolutamente conservata, da notare che alcune donne hanno fatto il grande salto: da tessitrici a pittrici di successo. Le bellissime illustrazioni del volume riescono a darci l’idea della festa di colori di questi quadri. In Marocco poi “milioni di persone si mobilitano per iniziative civiche”, i militanti dei diritti umani sono attivissimi, gli scrittori e gli ex perseguitati politici girano per il Pese, anche nei villaggi sperduti, dialogando con un pubblico sempre numeroso e appassionato da tutto questo substrato culturale è nata la “Carovana civica” momento di riflessione collettiva itinerante a cui il turista può portare un forte contributo di dialogo.
Un libro, questo di Fatema Mernissi, davvero imperdibile per chi voglia viaggiare in Marocco in modo consapevole.

Karawan. Dal deserto al web di Fatema Mernissi
Titolo originale: Les Sindbads Marocains: Voyage dans le Maroc Civique
Traduzione e a cura di Elisabetta Bartuli
251 pag., Euro 12,00 – Edizioni Giunti (Astrea)
ISBN: 88-09-03735-9

Le prime righe

George Orwell A
Marrakech
NEL 1938

OVVERO COM'È DIFFICILE FARE IL TURISTA IN UN PAESE ARABO

Sono in pochi a saperlo, ma George Orwell (1903-1950), il celebre scrittore inglese innamorato della democrazia al punto da aver lottato per tutta la vita contro i fascisti - dapprima nel 1936, con la forza, arruolandosi nelle milizie del Fronte Popolare che combattevano Franco in Spagna; e poi con la penna, mettendo in ridicolo i capi totalitari in Animai Farm, scritto nel 1943 e, tre anni più tardi, in 1984 - George Orwell è venuto qui, a Marrakech. Accompagnato dalla moglie Eileen, Orwell ha trascorso in questa città l'inverno del 1938, seguendo le raccomandazioni dei suoi medici che gliene avevano consigliato il clima secco per lottare contro la tubercolosi. «Il 3 settembre salparono da Tilbury in classe turistica sulla SS Stratheden (...). Sulla lista dei passeggeri alla voce "professione" egli si era definito "scrittore", mentre Eileen aveva scritto "nessuna". Aveva preso un rimedio contro il mal di mare che, con sua grande soddisfazione, si era dimostrato efficace, perciò - ricordava Eileen - "si aggirava per la nave con un sorriso beato, osservando gli altri in preda alla nausea"». Proprio a Marrakech Orwell scrisse il racconto Corning up for Air, pubblicato nel 1939. Eppure, cosa sorprendente, egli stesso, uomo di sinistra e militante per i diritti umani, ammette che il suo soggiorno in Marocco era stato fallimentare poiché, nonostante gli arabi gli piacessero, non era riuscito a comunicare con loro: «Mi piacciono gli arabi, sono gentili... Ma non ho potuto stabilire un contatto con loro, perché parlano una sorta di francese bastardo e io ero troppo pigro per imparare l'arabo». Ovvio che il pensiero corra immediatamente alla lingua, quando si hanno delle difficoltà a comunicare con gli stranieri. E d'altronde è vero che anche i nostri fratelli arabi mediorientali, i siriani o i sauditi ad esempio, si sentono spaesati quando vengono da turisti in Marocco, perché noi siamo maestri nel parlare un cocktail di lingue e mischiamo l'arabo al francese e, soprattutto, al berbero. Cosa, quest'ultima, che a Orwell è sfuggita.
Ma Orwell era troppo intelligente per ridurre la difficoltà di comunicare a una questione linguistica: succede a tutti di accedere, malgrado l'handicap della lingua, a scambi molto profondi con degli stranieri. E infatti, sono le affinità a facilitare Ia comunicazione. Ben lo sapevano, obnubilati com'erano dall’idea di una religione universale, i primi musulmani, soprattutto i Sufi dell’VIII secolo come il persiano Bistami, il quale raccomandava il viaggio come strumento di auto-conoscenza e ripeteva chiunque lo volesse stare a sentire che lo scambio è più facile con uno straniero con cui si hanno delle affinità che con un parente prossimo che non condivide le nostre idee: «Dio mio, quante persone vicine ci sono di fatto lontane. E quanti stranieri lontani ci sono molto vicini!»
Orwell sapeva che il problema si situa a un livello altro, rispetto a quello della lingua. Era egli stesso meravigliato della propria capacità di comunicare con gli abitanti di un Marocco che,all’epoca, era doppiamente colonizzato, dagli eserciti della Spagna a nord e della Francia a sud. Una situazione, questa, che li obbligava a resistere, ovunque e comunque. Alla resistenza, Orwell era particolarmente sensibile, poiché era nato nel 1903 in piena India coloniale - a Motihari, vicino alla frontiera con il Nepal – dove suo padre era agente dell'Opium Department of the Indian Civil Service. La sua sensibilità al discorso coloniale non fu soltanto un atteggiamento giovanile: anche in età adulta pensava a se stesso come a un uomo che aveva dedicato la vita alla difesa della libertà.

© 2004 Giunti Editore


L’autrice

Fatema Mernissi è nata a Fez in Marocco nel 1940: docente di sociologia presso l'Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni è impegnata in attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale. I suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto di La terrazza proibita, seguito da L’harem e l’Occidente, e Islam e democrazia; sono stati tradotti in Italia anche Le donne del Profeta, Le sultane dimenticate, Chahrazad non è marocchina. Instancabile tessitrice di relazioni politiche e culturali fra i paesi del Mediterraneo, ma anche fra paesi islamici e mondo anglo-sassone, Fatema Mernissi ha ricevuto a Oviedo nell’ottobre 2003 l’importante premio spagnolo Principe della Asturie.


Di Grazia Casagrande


8 ottobre 2004