SCRITTURA AL MASCHILE

Guillermo Arriaga
Il bufalo della notte

“Piansi per lei e per me e per Gregorio e per tutto quello che eravamo stati e non eravamo più. Piansi per la cicatrice sull’impronta digitale che sanciva la sua denuncia, e per il suo tradimento, e per la sua assenza. Piansi per quello che avevamo perso e che ancora dovevamo perdere, per quello che eravamo stati e non eravamo più.”

È disseminato di immagini di animali il romanzo dello scrittore messicano Guillermo Arriaga, Il bufalo della notte.
Quella più potente e oscuramente minacciosa è certamente quella del bufalo americano che due amici, Gregorio e Manuel, si erano fatti tatuare sul braccio, con gli stessi aghi, in modo che si mescolasse il loro sangue in un patto di lealtà eterna. Manuel però aveva cercato di cancellare con un coltello il tatuaggio per liberarsi da quell’ossessione: gli era rimasta una brutta cicatrice, e non solo sul braccio. Quando Gregorio, ricoverato in ospedale con una diagnosi di schizofrenia, aveva detto a Manuel, “il bufalo della notte ci sogna” e fatto pervenire all’amico le stesse parole dopo essersi ucciso, era come se il fiato azzurro dell’animale ansimasse ancora sul collo di entrambi, portatore di morte.
Poi ci sono le forbicine nere, piccole, velocissime, che Gregorio nei momenti di delirio vede insinuarsi nel suo cervello, nelle sue viscere, vibranti un attacco massiccio contro cui non ha difese.
E ancora le farfalle nere che Manuel era solito inchiodare con uno spillo, per osservarle dibattersi fino alla morte. Infine il gatto che resta stritolato dal motore dell’automobile dentro cui si è nascosto, oscuro presagio della morte del giaguaro dello zoo, contro cui si sfoga la rabbia folle di Manuel.
L’uccisione del giaguaro segna la svolta definitiva nella storia dei due amici, Gregorio e Manuel, innamorati entrambi di Tania, la fidanzata di Gregorio. Tra Tania e Manuel era nata una relazione: ma quanto sapeva di questa tresca Gregorio? Tutto. Si era ucciso infatti nell’anniversario del primo rapporto dei due amanti, aveva bruciato i volti di Tania e di Manuel nella foto che li ritraeva insieme in quinta liceo e continuava a far recapitare messaggi a Manuel anche dopo essersi ucciso. Ma Gregorio era un uomo malato e Manuel se ne era reso conto quando aveva dovuto impedirgli di uccidere un ragazzino incontrato per caso che, secondo Gregorio, doveva morire per attirare su di sé, distogliendole da lui, l’attacco delle forbicine. Il lettore ascolta dalla stessa voce di Manuel la storia dello sprofondare di Gregorio nella follia: “la follia è una trappola”, ha detto Guillermo Arriaga parlando del suo libro, “meglio la morte che è una liberazione, una via di uscita”. Una via d’uscita per chi muore, ma non per chi resta con i ricordi e i sensi di colpa.
Le parole di Manuel evocano una Città del Messico dal traffico convulso, case borghesi in cui sta cambiando il difficile equilibrio del rapporto tra genitori e figli, giovani inquieti che fanno sesso cercando l’amore, che si prendono e si lasciano, tradiscono e scompaiono, che si trovano davanti all’inconoscibilità della morte che spezza le loro vite. E il poco più che ventenne Manuel dice: “avevo perso tutto. Tania, il mio miglior amico e il mio miglior nemico. E avevo perso anche me stesso”.

Il bufalo della notte di Guillermo Arriaga
Titolo originale: El bufalo de la noche
Traduzione di Stefano Tummolini
245 pag., Euro 16.00 – Edizioni Fazi (Le strade n. 81)
ISBN 88-8112-508-0

Le prime righe

Decisi di far visita a Gregorio un sabato sera, tre settimane dopo la sua ultima uscita dall'ospedale. Non fu una scelta facile, andarlo a cercare. Ci pensai per mesi. Temevo quell'incontro come chi teme un'imboscata. Quella sera feci molte volte su e giù per la strada, senza azzardarmi a bussare alla sua porta. Quando alla fine mi decisi, ero nervoso, inquieto e - perché non dirlo - anche un po' impaurito.
Mi aprì sua madre. Mi salutò affettuosa e senza ulteriori convenevoli mi fece entrare in salotto, come se aspettasse da tempo il mio ritorno. Chiamò suo figlio. Gregorio comparve sulla scala. Lentamente scese i gradini. Si fermò e si appoggiò al corrimano. Scrutò il mio viso per qualche secondo, sorrise e mi venne incontro per darmi un abbraccio. La sua veemenza mi irrigidì e non trovai il modo di ricambiare il suo affetto. Non capivo se mi aveva davvero perdonato, o meglio, se ci eravamo perdonati.
Sua madre disse qualche frase senza importanza e si ritirò per lasciarci da soli. Com'era nostra abitudine, salimmo in camera di Gregorio. Entrammo e lui accostò la porta, priva di serratura. Si sdraiò sul letto. Mi parve rilassato, tranquillo. Nulla, nel suo aspetto, mi fece supporre che fingesse. Finalmente sembrava aver ritrovato la pace.

© 2004 Fazi Editore


L’autore

Guillermo Arringa, nato a Città del Messico nel 1958, è tra i migliori scrittori latinoamericani viventi. I suoi romanzi sono tradotti in numerose lingue. Come sceneggiatore è autore dei film Amores perros e 21 grammi.


Di Marilia Piccone


1 ottobre 2004