LA SCRITTURA

Rubén Gallego
Bianco su nero

“Sono un eroe. È facile essere un eroe. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei un morto. Se non hai i genitori, fa’ affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe. Se non hai né le braccia né le gambe e hai anche pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare. Io sono un eroe. Non ho altra scelta.”

Rubén Gallego è un eroe, ma prima di tutto è un sopravvissuto. Colpito fin dalla nascita da una paralisi quasi totale, solo due dita della mano sinistra mantengono la mobilità, viene strappato alla madre e internato in un orfanotrofio, nell’Unione Sovietica degli anni Settanta. Fino agli anni Novanta il giovane protagonista passerà da un istituto all’altro, sperimentando persino la terribile esperienza degli ospizi, luoghi di morte per eccellenza.
Confinato perché “non presentabile” in una società dominata dal mito dell’”uomo nuovo” e dal culto del corpo. Segregato dall’efficiente e rigido sistema assistenziale sovietico in strutture remote e ben separate dal mondo esterno, indifferente e inaccessibile. Il piccolo Rubén si confronta con una verità feroce e ineludibile: la sua condizione di “pezzo di carne inutile” lo costringe a una scelta forzata e cruciale tra lasciarsi morire oppure aggrapparsi alla speranza della sopravvivenza.
Bianco e nero: il bianco delle lenzuola e dei muri degli ospedali, quello delle divise delle infermiere. Il nulla e la morte, l’impotenza e il silenzio infinito ai quali sarebbe stato facile, per un bambino nelle sue condizioni, abbandonarsi.
Il nero della sofferenza e dell’inquietudine, il colore simbolo della lotta per la libertà e per la conquista della dignità umana. Il nero delle lettere e delle parole, segno del riscatto di Rubén, che dopo aver scelto di lottare e aver superato i terribili anni di confino in Unione Sovietica ha trovato la forza di parlare di sé e di scrivere la sua storia, battendo i tasti di un computer con le uniche due dita “buone”, estremo appiglio alla salvezza.
Con coraggio e determinazione il piccolo Rubén intraprende dunque la propria sfida personale per rimanere a galla, afferrandosi con tutte le sue forze alla vita. Una sfida con se stesso, prima di tutto, per superare la solitudine e l’alienazione sociale alle quali lo costringe la sua condizione e soprattutto quel frustrante senso di impotenza determinato dal non essere autonomo e dall’essere per questo considerato anche un ritardato mentale. Rubén impara a strisciare e lo fa meglio degli altri, arrivando persino a prestare soccorso ai compagni più sfortunati di lui. E si impegna nello studio con grande tenacia, rivelando un’intelligenza vivace che stupisce insegnanti e inservienti.
Una sfida, poi, contro i pregiudizi e la crudele indifferenza umana. L’autore non lancia però una condanna singola e definitiva nei confronti del sistema sovietico, del quale al contrario individua quella porzione di “bene” che lo ha aiutato e confortato nel suo lungo percorso. Sceglie piuttosto di raccontare un storia esemplare, quella della sua faticosa e insperata vittoria sulla rinuncia e sulla morte.
E lo fa con la sua logica cristallina eppure disincantata di bambino.
Con un linguaggio semplice e schietto, del tutto privo di fronzoli, l’autore dà via libera ai ricordi dell’infanzia, riuscendo a fissare negli episodi narrati l’immediatezza delle impressioni, la freschezza delle sensazioni di allora, senza mai cadere nel patetico.
Rubén non cerca infatti la commiserazione e la pietà altrui, come non lo ha mai fatto nel corso della sua vita. Egli condivide i suoi ricordi più dolorosi certo, ma soprattutto esprime la sua immensa voglia di vivere riuscendo a imprimere nelle sue parole il gusto della vita, il piacere dato dalla semplice consapevolezza di esistere, anche quando intorno tutto sembra essere ostile.

Bianco su nero di Rubén Gallego
Titolo originale: Beloe na _ernom
Traduzione di Elena Gori Corti
187 pag., Euro 14.00 – Edizioni Adelphi
ISBN 88-459-1865-3

Le prime righe

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE RUSSA

LA FORZA E LA BONTA’

Capita che mi chiedano se quel che scrivo è successo davvero. Se i protagonisti dei miei racconti sono reali.
Rispondo che sì, sono cose vere, personaggi reali; più che reali. Certo, i miei personaggi sono prototipi collettivi dell’infinito caleidoscopio dei miei infiniti orfanotrofi. Ma quel che scrivo è la verità.
L’unica particolarità della mia opera che si discosta, e talvolta contraddice la realtà autentica, è la visione dell’autore, forse vagamente sentimentale e talvolta incline al patetico. Ma evito premeditatamente di parlare delle cose brutte.
Sono convinto che la vita come la letteratura sia già troppo piena di robaccia. E di durezza e cattiveria umana mi è toccato vederne fin troppa. Descrivere la sconcezza del decadimento umano e di una brutalità ferina significa moltiplicare il circuito – comunque infinito – delle cariche esplosive, tra loro collegate, del male. E non voglio farlo. Io scrivo del bene, scrivo di vittorie, gioie e amore.

© 2004 Adelphi Editore


L’autore

Rubén David Gonzáles Gallego è nato a Mosca il 20 settembre 1968. Vive attualmente in Spagna. Con Bianco su nero, il suo primo libro, ha vinto nel 2003 il Booker Prize russo, massimo riconoscimento letterario nella sua terra natale.


Di Paola Bonfanti


17 settembre 2004